Ibn Battuta

Ibn Battuta

Sugli itinerari del grande viaggiatore arabo medioevale


Ibn Battuta: Viaggiare per narrare

Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in narratore” scrisse il grande viaggiatore arabo Ibn Battuta, un’ ispirazione che ho  sempre mantenuta e, come di altri viaggiatori ed esploratori in tutti i continenti, anche di al-Tanjī Ibn Battuta ho seguito i lunghi itinerari visitandone tutti i luoghi che ci ha raccontato.

Attraverso il  Sahara  per l’ arido Sahel e oltre il fiume  Niger, dal millenario  Egitto lungo le vie del  Nilo e il deserto tra i siti della Nubia, oltre il mar rosso dall’ Arabia per la Via dell’incenso e attraverso le regioni dell’Asia occidentale seguendo le carovaniere sulle antiche Vie della Seta  per il cinese Cathay. In estremo  oriente per le vie dell’ Himalaya scendendo in India attraversata fino a Ceylon e ad est dal Bengala ai paesi dell’ Indocina, continuando dalla Malesia  alla vasta Indonesia seguendo le Rotte delle  Spezie .

Vi ho ritrovato le  note della sua lunga e magnifica Rihla scritta in due anni dopo aver viaggiato nel mondo conosciuto con la protezione del sultano Abu ‘Inan Faris e l’ aiuto del poeta della Spagna moresca  andalusa Ibn Juzayy, ricevendone quel “Dono di gran pregio per chi vuol gettar lo sguardo su città inconsuete e peripli d’incanto” Tuḥfat al-naẓār fī gharāʾib al-amṣār wa ʿajāʾib al-asfār.

Ho seguito questi itinerari di Ibn Battuta come ho fatto per quelli del suo predecessore Marco Polo e di molti degli altri viaggiatori  nei miei viaggi in Asia occidentale ed estremo oriente, in pochi anni ho ritrovato quei paesi infettati dal morbo del fondamentalismo islamico, dalle guerre in Iraq alle sanguinarie perversioni dei Talebani e la diffusione terroristica di Al-Qaida ai devastanti conflitti siriani fino alle mostruosità del sedicente stato dell’sis Tra rabbia e nostalgia non posso che testimoniare com’era quel mondo prima che fosse devastato nell’ ignavia e complicità di un’ occidente che è rimasto a guardare quel terrorismo islamista dilagante con le sue coraniche cause, satollo dei propri interessi con  sauditi e il resto di quei  paesi che inseguono la loro  shari’a.

Ibn Battuta

Abū ‘Abd Allāh Muḥammad Ibn ‘Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Battuta nacque a Ṭanja Tangeri da una famiglia di magistrati Qadi, studioso di diritto e teologia, conobbe i trattati dei geografi arabi geografici diffusi all’epoca, forse si appassionò a qualche Mirabilia e i suggestivi raconti di viaggi delle Rihla.

A ventidue anni decise di assolvere al quinto dei pilastri arkān al-Islām dell’ Islam con il pellegrinaggio Hajj partendo per la Mecca  Makka al-mukarrama, il 13 giugno del 1325 lasciò la sua casa con la benedizione paterna “Uscii da Tangeri, mia città natale, il giovedì 2 del mese di Rajab 725 con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta” inizia il racconto del primo  itinerario  del suo lungo viaggio che durò una vita.

Pellegrino viaggiatore

Pertito dalla sua  Tangeri in  Marocco con altri pellegrini del Maghreb passando per l’ Algeria, l’ odierna Tunisia e il nord della  Libia fino alla fiorente  Alessandria  dal celebre porto ove giungevano vascelli carichi di merci e di genti diverse, poi fu al Cairo annotando il suo entusiasmo: “..la madre delle città e la sede di Faraone il tiranno,signora di vaste provincie e di terre feraci, ricca di edifici innumerevoli, non uguagliate in bellezza e splendore…”

Affascinato dalla millenaria storia d’  Egitto  e l’ antica  civiltà risalì  il Nilo fino all’ antica  Asyūṭ ammirando poi i grandiosi templi di Luxor e del vicino suggestivo Karnak, continuando nel deserto di Nubia per il porto di Aydhat dove imbarcarsi e raggiungere l’  Arabia, ma per un conflitto locale per tornò al Cairo visitando i luoghi tralasciati all’andata.  Dalla capitale dei Mamelucchi mamlūk attraversò il Sinai incontrando i beduini che vivevano come al tempo di Abramo  Ibrāhīm “Padre di tutti i Profeti”, proseguì in  Palestina per visitare i vecchi stati crociatI all’epoca quasi tutti conquistati dagli ottomani, ma soprattutto i luoghi di quella Terrasanta dei pellegrinaggi cristiani,  ma anche musulmana ricordando i versetti coranici “O popolo mio!Entrate nella terra santa che Iddio ha destinato per voi e non guardate alle vostre spalle, per non rischiare di essere perduti”.

Sulle vie d’ Arabia e dell’ incenso

Prese l’antica biblica Via dei Re  tra l’ Egitto  e l’ antica  Giordania percorsa dal profeta Mūsa Mosè, oltre il Sinai nel  Wadi Mujib passando per  Madaba, Jabal Nībū  Monte Nebo e i vecchi  castelli krak lasciati dai  crociati che s’ergono ad  Al-Karak e Montreal Shobak , ma non descrisse l’antica Petra  dei Nabatei all’epoca quasi dimenticata nel deserto e rifugio di predoni. Raggiunse Damasco che trovò splendida:“Città che supera tutte le altre in bellezza e non c’è descrizione per quanto completa,che possa rendere giustizia ai suoi incanti…” , rammaricandosi di non potervi sostare oltre per una pestilenza organizzò un carovana per l’ Arabia.

Come il grande  Marco Polo, che raccontò del Veglio della Montagna il secolo precedente, ebbe notizia della misteriosa setta ismailita dei Nizariti  fondata dal persiano  Hasan-i Ṣabbāḥ nell’ XI secolo,   nota come degli  assassini Hashish, inebriati dalla droga che dominavano gli altipiani siriani. “Strali del sultano, per loro mezzo colpisce quelli dei suoi nemici che si rifugiano in terre straniere.” Passando per Jerash dalle rovine romane all’epoca in gran parte sepolte seguì la pista beduina del Wadi Rum per entrare nel gran deserto arabico del Rub’ al-Khali “in cui entra è perduto e chi esce è rinato”,  sostando a Tabuk, l’ oasi  Al-‘Ula  e  Al-Hijir Mada  in Salih,”.. dove Allāh distrusse con un terremoto la tribù dei Thamud per la sua infedeltà. “

Continuando da un’oasi all’altra sull’antica Via dell’ incenso, ne annotò gli ambienti, le popolazioni beduine,  le carovane e i pellegrini dell’ Hajj in viaggio verso la Makka al-mukarrama. Unendosi ad una di esse passò per la città di  Madinat  an-Nabi ove sorge la moschea del Profeta al-Masjid al-Nabawi e finalmente giunse alla Mecca per compiere il suo dovere di buon credente. Durante i rituali vari dell’ Hajji e nei sette giri tawaf attorno alla Ka’ba incontrò pellegrini provenienti da est che lo informarono sui loro paesi, così decise di seguire la via dei fedeli orientali che collegava l’ antica Arabia all’ iranica Persia.

Tornato a Medina purificato nell’anima e nel corpo, partì con la carovana per Baghdad e nella lunga traversata ammirò l’ingegnosa opera idrica di  quasi cinque secoli prima voluta  da Zubaidah bint Ja`far , consorte del grande califfo Harun al-Rashīd,  trovando i pozzi ancora perfettamente funzionanti. Lasciato il  Najd ,“..distesa piana grande fin dove arriva la vista”, la carovana entrò in Mesopotamia giungendo a Cadesia Ullays “dove vi fu combattuta la famosa battaglia contro i Persiani nella quale Iddio manifestò il trionfo dell’Islam”.

Attraverso la Persia

Ammirò e descrisse santuari e località del califfato poi proseguì per oasi dello Shatt al-Arab ed entrò in Persia attraversando le aride montagne centrali per visitare Esfahan Iṣfahān e l’ incantevole  Shiraz “..in tutto l’oriente nessuna città, eccetto Shiraz, è paragonabile a Damasco per la bellezza dei bazar, dei verzieri e dei fiumi”, concordando coi i versi del grande poeta  Saadi Shirazi del quale visitò la tomba“…anche lo straniero dimentica la sua patria e si fa schiavo di Shiraz.“.

Tornò indietro per visitare Baghdad ancora segnata dal terribile saccheggio nella conquista del 1258 dalle orde mongole di Hulagu Khan, incontrando l’ ultimo discendente del decaduto Ilkhanato mongolo islamizzato Abu Sa’id che accompagnò in un suo viaggio a Tabriz. Si recò nell’ antica Samarra  ammirandone la grande moschea Masjid Jāmiʿ Sāmarrā, la fiorente al-Mawṣil Mosul e e l’anatolica Nisibis, dove i persiani parti riuscirono ad arrestare l’avanzata romana sconfiggendo le legioni di Macrino nel III secolo in una  battaglia che avrebbe forse cambiato il destino del mondo asiatico.

Nel 1327 tornò a La Mecca dove rimase tre anni per approfondire i suoi studi di diritto e teologia, affascinato dalla mitica Arabia Felix, visitò lo Yemen rimanendo incantato dalle città e lo stile di vita degli abitanti, ne descrisse le città di Sana’a dalla raffinata architettura,  Zabid già  centro dello Zaydismo Zaydiyya scismatico all’ epoca nel sultanato dei Rasulidi e trovò“Una delle città più grandi e più belle” quando giunse a Ta’izz. Scendendo per i villaggi arroccati tra le montagne  arrivò sulla costa e ammirò Aden “..è circondata da montagne ed accessibile solo da una parte,non ha cereali, né alberi, né acqua, ma possiede serbatoi per raccogliere quella delle piogge” 

L’Africa Shirazi e l’Oman

Qui ebbe notizie sui fiorenti centri e città arabi sorti lungo le coste africane orientali nel periodo shirazi concordanti con le descrizioni nell’Akhbar di  Abu al-Hasan’Ali al-Mas’udi  che li aveva visitati, decise di seguirne la rotta lungo le coste del Kenya dove erano insediamenti arabi a Lamu nell’omonima isola, Malindi Melinde, Kisiwa Cha Mvita  Mombasa “la bellicosa”, la preziosa Gedi e la somala Saylac  Zeila“città dei Berberi che sono una popolazione negra. Possiede grandi bazaar, ma è la città più sudicia del mondo”. Raggiunse Muqdisho Mogadiscio accolto con benevolenza dallo sceicco locale che gli permise di visitare  Quila e probabilmente  Kīsmāyū Chisimaio ove seppe che più a sud vi era una città di negri chiamata Sofala nel cui mercato si trovava  polvere d’oro come qualsiasi merce.

Lasciate le coste africane sbarcò nel Dhofar omanita e continuò nel deserto per la costa sul Golfo Persico Khalij-e Pars ove poi sorsero gli Emirati Dawlat al-Imārāt al-ʿArabiyya al-Muttaḥid,  popolata dalle tribù beduine più povere d’ Arabia , antenati dei “signori del petrolio” e la percorse fino a Bahrein dove descrisse la pesca delle più belle perle del mondo.  Attraversò l’Arabia settentrionale fino alla costa mediterranea e prese il mare  sbarcando  in Turchia ammirando gli antichi centri ellenistici di  Efeso e Adalia  Antalya.

Tra Turchia e Crimea

Nella città di  Konya visitò il mausoleo di Mevlana consacrato a Jalad-ud-Din-Rumi, fondatore della confraternita Mawlawiyya esoterica dei Dervisci Rotanti darwīsh Mevlevi, poi attraversò la Cappadocia, con i suoi villaggi trogloditi per i territori dell’ Anatolia abitata da fiere popolazioni di montagna,  ricca di vecchi monasteri bizantini, moschee e fortezze. Visitò Bursa ove descrisse il conflitto tra i bizantini e turchi islamizzati della  dinastia ottomana osmanlı dominante  quella  parte di Asia Minore che chiama  Turkiye e che in seguito conquistò l’intera regione  fino all’assedio e la  presa di Costantinopoli “Il sultano di Brussa era Orchan Beg, figlio di Osman Ciuk. Il padre aveva tolto Brussa ai greci: il figlio quando io lo vidi assediava Nicea che prese dopo dodici anni d’assedio”.

Attraversato il Mar Nero Karadeniz entrò in terra cristiana tra le colonie genovesi  e visitò Feodosia Caffa  alloggiando nel piccolo quartiere musulmano e annotò l’ uso di suonare le campane dei cristiani: “Non avevo mai sentito quel rumore, ne fui spaventato e ordinai ai miei compagni di salire sul minareto e di leggere il Corano”. Abituato a viaggiare in paesi islamizzati, non si sentiva a suo agio, ma il desiderio di visitare Costantinopoli gli fece accettare l’incarico di accompagnare una principessa bizantina sposata a un sultano turco  nella splendida capitale di Bisanzio.

Non vi rimase molto, ma qui Niccolò e il fratello Matteo, padre e zio di Marco Polo, ebbero una sede commerciale e raccolse informazioni sull’ itinerario percorso il secolo precedente poi descritto ne Il Milione verso il favoloso  Cathay. All’inizio di questo nuovo entusiasmante viaggio ebbe notizie di un paese nell’estremo nord, oltre i territori del mongolo Khanato Kipchak dell’ Orda d’Oro, dove il sole non tramontava per mesi e per il resto dell’anno diventava il “Paese delle Tenebre”.   Sembra che fu tentato, ma poi decise di intraprendere l’itinerario di Marco Polo ad est, riproponendosi di visitare in un altra occasione le vie Baltica e del grande  Nord.

Le vie dell’Asia

Seguendo le informazioni sul viaggio del veneziano , con una carovaniera su quelle vie asiatiche fu nel Khanato Chagatai mongolo Čagataj ulus in Uzbekistan dove visitò l‘antica Bukhara e la già splendida Samarcanda, futura capitale  dell’ impero timuride  fondato da Tīmūr Barlas  Tamerlano, ma giudicò troppo nota la città da dedicarvi una sosta prolungata e proseguì oltre il fiume Amu Darya Oxus  entrando in Afghanistan, le cui città recavano ancora le distruzioni lasciate dalle orde dell’ invasione mongola.

Nell’ antico centro carovaniero di Bamyan trovò i colossali Budda già sfigurati dalla furia iconoclasta degli invasori, alla quale si aggiunse poi quella di Tamerlano, così come li vidi nel mio primo viaggio e poi ritrovati distrutti dall’ islamica idiozia dei sanguinari talebani. Trovò le mute rovine dei fiorenti centri e caravanserragli dell’antica videro secoli di splendore con il grande traffico carovaniero tra la  Persia e il cinese remoto Cathay, prendendo la via per l’ Iran nella regione del Khorasan ove rese  omaggio al santuario dell’ Imam Ali ibn Musa al-Reza nella città  di Mashhad e al sepolcro del grande Harun al-Rashīd a Tus.

Attraversò gli aspri altopiani del Beluchistan popolato da fiere tribù guerriere e nomadi le cui carovane ancora si muovono in un vastissimo territorio tra i pascoli stagionali e seguendo l’antica via di Iskander, come era noto tra gli arabi Alessandro  Mega Alexandros, superò le selvagge montagne dell’ Hindu Kush, dove ancora vivono le tribù degli “infedeli”Kalash che non si convertirono mai all’Islam. In  Pakistan  discese i contrafforti del  Karakorum attraverso le valli dell’ Hunza e il territorio dello Swat,  laddove fiori’ l’ antica  Civiltà  dell’Indo,  finalmente nel 1333 annotò di aver raggiunto la fine del suo lunghissimo viaggio: “Qui finisce il racconto di questo viaggio. Sia lode ad Allah,Signore dei Mondi”.

Nell’ India settentrionale  islamizzata con l’invasione di Muʿizz al-Dīn Muhammad di Ghur alla fine del XII secolo e dalle guerre sante del sultano di Delhi Ala-ud-din Khali ancora in corso, fu accolto come un grande saggio e studioso musulmano, visitò il territorio pakistano popolato da “buoni credenti”che lo onoravano e si stabilì a Multan, dove meditò di tornare a casa. 

Sulle  vie dell’India

La sua grande Rihla era ben lungi dall’essere finita e rimandò a tempo indeterminato la fine del racconto quando fu raggiunto da un messo del sultano di Delhi Muhammad bin Tughluq che lo invitava a corte. Con quaranta giorni di marcia attraverso il Punjab e i territori dell’ India settentrionale, osservando i costumi degli indiani, le antiche usanze e i riti Induisti degli infedeli. Arrivato a Delhi fu accolto dal sultano e nominato giudice Cadi qāḍī, accettò la carica ma descrisse il sultano suo protettore come tiranno “…. amante far doni e spargere sangue….I più obbedirono,ma alcuni si nascondevano nelle case.Il sultano li faceva cercare….Ecco in che stato trovammo Delhi al nostro arrivo: deserta e spopolata.”

Nonostante la sua avversione all’ autoritarismo di ibn-Tughluq, rimase a corte per otto anni ed ebbe la possibilità di visitare il regno, annotando i costumi e le usanze dei sudditi, manifestando interesse per le cerimonie religiose Hindu e le figure dei santoni Sadhu, riprovazione  per il sistema delle caste e orrore per il crudele rito Sati che obbligava la vedova a bruciare viva sul rogo del marito defunto. Visitò le prime splendide città dell’ India settentrionale, la mistica  Benares e i centri hindu sul sacro fiume Gange, la regione occidentale del Rajasthan  abitata dalla fiera popolazione guerriera dei Rajput governata dai ricchi sovrani Maharaja, le cui corti non erano da meno di quelle dei sultani musulmani.

La visita ad un potente sceicco inviso lo precipitò in disgrazia presso sultano che lo condannò a morte per l’affronto, me egli  era uomo dalle mille risorse e per salvarsi donò tutti i suoi averi ai poveri e si fece eremita, con l’ atto di espiazione rientrò nelle grazie dell’imprevedibile sultano che lo riammise a corte.  Fu incluso in una grande missione in Cina  assieme a vari funzionari e quindici ambasciatori del Celeste Impero scortati da un migliaio di cavalieri e guardie.

Il corteo diplomatico mosse sontuosamente da Delhi, ma quando si apprestava a prendere la via dell’ Himalaya fu assalito da popolazioni ostili, la scorta sbaragliata e scampò miracolosamente alla morte. La missione doveva ristabilire le relazioni con l’impero cinese Yuan  yuáncháo e fu deciso di effettuarla per via marittima, assieme ai diplomatici sopravvissuti Ibn navigò da Cambay che fu poi la grande Bombay Mumbai, sostando nell’isola Sandbar che divenne la Goa del dominio indiano portoghese e raggiunse la costa del Malabar.

I venti sfavorevoli costrinsero ad attendere tre mesi prima di partire,  ne approfittò per visitare  le città e osservare i costumi della popolazione Hindu di quello che descrisse come il Paese del Pepe, sull’antica Via delle Spezie. Annotò esser perseguitato dalla sorte avversa giacchè  il giorno della partenza la nave carica di doni per l’imperatore cinese affondò misteriosamente, l’equipaggio della sua fuggì con tutti i suoi averi: “…il sultano di Giava minore aveva preso le mie schiave, la mia roba era stata rubata da varie persone e i miei compagni erano dispersi in Cina, Sumatra e nel Bengala..”

Sulle rotte delle Spezie

In rovina fu costretto a rinunciare all’impresa e desistere dall’affrontare le ire del sultano, così si imbarcò sulla rotta del sud e raggiunse l’arcipelago delle  Maldive “….sono una delle meraviglie del mondo e sono in numero di circa duemila…”. Rimase incantato di quel paradiso governato da una regina musulmana che gli manifestò la sua benevolenza e decise di stabilirsi a Malè come magistrato Cadi  sposò la nipote del potente Vizir e successivamente altre tre nobili diventando persona di grande prestigio e autorità. Racconta che gli fu difficile far osservare la legge coranica shari’a ai sudditi da poco convertiti e scarsamente inclini nel rispettare le regole islamiche, lamentando  la “facilità dei costumi locali” e la scarsa religiosità, ricorse ad ogni mezzo per far praticare le funzioni e vestire le donne,  ma senza esito.

La sua posizione a corte suscitò la gelosia di altri dignitari e del  Vizir  che con le loro trame  lo costrinsero a riprendere il mare per la vicina  Ceylon  Sarandib ove non era giunta la penetrazione islamica per la solida tradizione del Buddismo.  Il sovrano “infedele”  lo accolse con benevolenza, interessato ai suoi racconti di viaggio gli fece visitare il mitico Sri Pada Samanalakanda noto come Picco d’ Adamo sacro a tutte le religioni monoteiste: “La montagna di Sarandib è una delle più alte del mondo. Nel salire avevamo sotto di noi le nuvole che ci impedivano di vedere la base. Ci sono molti alberi sempre verdi e fiori di vari colori,fra i quali una rosa rossa grande come il palmo della mano” .

La descrizione della sua escursione è la prima cronaca di un itinerario alpinistico della letteratura di viaggio, sorta di “guida”per chi avesse voluto seguirla dopo di lui. Entusiasta per la bellezza dell’isola e la cortesia degli abitanti, nei pressi di Colombo  visitò la capitale Kunakar  e sicuramente il resto dello  Sri Lanka ove sorgevano  i centri  di Kandy  Maha Nuvara, l’ antica città di Sigiriya, Il vasto sito buddista di Anurādhapura e la capitale del re Vijayabahu Polonnaruwa, ma non ne rimangono descrizioni tra le sue note.

Lasciò la corte “infedele” ma munifica, carico di doni, gioielli e pietre preziose di cui il paese possedeva abbondanza mai vista, ma la sorte avversa riprese a perseguitarlo e naufragò salvandosi a stento e raggiungendo la costa indiana orientale  di Coromandel, dove regnava un sultano persiano parente di una delle sue mogli e fu ben accolto, ma sconvolto dalle febbri che quasi l’uccisero.  Riprese il mare ancora perseguitato dalla sfortuna, questa volta sotto forma di pirati che lo spogliarono di ogni avere, si trovò a Calicut e decise di tornare alle  Maldive  dove amici lo aiutarono ad armare una nave e fare rotta verso il  Bengala.

Durante i quarantatrè giorni di navigazione ebbe notizia delle isole Andamane, menzionate anche da Marco Polo che descrisse come popolate da esseri con la testa di cane dediti all’antropofagia. Dopo aver costeggiato l’ Orissa ove fioriva una civiltà hindu edificatrice di grandi templi, raggiunse il Bengala che attraversò “..inferno pieno di buone cose…per visitare un rinomato sant’uomo, lo sceicco Jalal-ud-Din di Tabriz” . Descritto l’incontro con il pio musulmano e di un mantello di lana dalle particolari proprietà ricevuto in dono, il racconto prosegue con la rotta presa per Giava dove trovò un amico indiano dignitario del sovrano locale  e vi rimase per qualche tempo annotando usi e costumi della corte e dei suoi sudditi.

All’epoca la penetrazione islamica era giunta  sulla Via dell’Indonesia con i commercianti arabi e si stava sostituendo all’ Induismo giavanese diffuso nei secoli precedenti dagli indiani che dominavano questa parte orientale sulle Vie delle Spezie lasciando  grandiose testimonianze architettoniche nell’altipiano di Dieng con i  maestosi templi induisti di Prambanan e poco oltre  il complesso sacro buddista del Borobudur. Menziona anche Giava Minore o Sumatra, visitata il secolo precedente da Marco Polo, anch’essa terra di  penetrazione islamica con le basi ed empori commerciali arabi che si erano moltiplicati sostituendosi agli indiani.

Anche nelle isole che si stendevano ad est di Giava nel mar della Sonda, l’ espansione islamica  stava avanzando creando vari sultanati da Lombok  all’ isola di Sumba e la vicina Sumbawa, mentre nella più lontana Timor  fu poi arrestata dal dominio portoghese  e nelle isole delle Spezie Molucche da quello delle Indie orientali  olandesi, riuscì a resistere solo l’ isola di Bali e rimase l’unico centro induista in Indonesia. Ibn navigò tra quelle isole Nusa Tenggara incontrando empori arabi e popolazioni che cominciavano ad abbracciare la vera fede, le sue note sono ricche di ammirazione ed esaltano le meraviglie di quei luoghi all’estremità orientale del mondo conosciuto.

Nel favoloso Cahtay

Fu poi a Mul Giava in Malesia governata da un sovrano “infedele”che tuttavia l’ospitò per qualche tempo aiutandolo a proseguire per il cinese Cathay navigando lungo le coste dell’ Indocina fino al “..mare immobile dove le giunche sono trainate da barche a remi..”, era giunto a Zaiton  Quanzhou“..è il più grande porto del mondo” come l’aveva descritta  Marco  Polo nel suo Il Milione e  realizzato il suo progetto così avversato dalla cattiva sorte. Come era accaduto viaggiando in terre cristiane, anche nella Cina “infedele” non si trovò a suo agio e poco considerato da quei kafir, non riuscì ad accreditarsi ambasciatore  della missione affidatagli dal sultano e alla cui corte non avrebbe più potuto presentarsi con tale fallimento.

Probabilmente ne attraversò lo Yunnan e le regioni orientali da sud per Khanbaliq, ma dell’itinerario ha lasciato poche note sparse, forse deluso di non essere stato accolto come altrove e di non aver potuto aggiungere nulla di nuovo alle descrizioni di Marco Polo e gli altri che lo avevano preceduto nel Celeste Impero, la cui antichissima cultura aveva fagocitato anche gli invasori mongoli fin dai tempi del Gran Khan  Kublai che accolse il suo grande predecessore veneziano.

Lasciato il  Cathay decise di tornare finalmente in patria per mare seguendo una delle  rotte  che da  Canton seguiva le coste dell’ Indocina per l’ indonesiana Sumatra, dove giunse nella primavera del 1347 proseguendo nello stretto tra Ceylon e la costa indiana verso al-khalīj al-Faresi come chiama il Golfo Persico, poi riattraversò i territori della Persia e del califfato siriano dei Mamelucchi  mamlūk, tornato in Egitto effettuò ancora un pellegrinaggio a La Mecca, fu di nuovo sul Mediterraneo in Tunisia e fece una delle sue consuete “deviazioni” per la Sardegna, tornato in nordafrica percorse l’ Algeria e fu finalmente nel suo  Marocco. 

Al-Andalus   

Nel novembre del 1349 era  nel sultanato Merinide marocchino in guerra con gli spagnoli di Ceuta mentre si preparava una spedizione contro la città costiera, un’occasione per poter poi passare nella Spagna  moresca e visitare Al-Andalus con le sue meraviglie. Il Khilāfat Qurṭuba di Cordoba era uno dei più raffinati che attirava filosofi, scienziati, poeti ed artisti dalle grandi tradizioni di cosmopolitismo intellettuale ed affascinava un uomo dalla fine formazione e grande esperienza di mondo come lui.

Descrisse la vita degli andalusi,la magnificenza dell’architettura moresca e fu incantato da Granada“..i cui dintorni sono di una bellezza che non ha euguali al mondo. Da ogni parte verzieri, giardini, pascoli, nobili edifici e vigne.”, concordando con i versi scolpiti su un portale dell’ Alhambra“..non vi è disgrazia più grande di essere cieco a Grandada.” 

Tornato nella sua Tangeri, Ibn Battuta aveva percorso oltre centoventimila chilometri, da esser considerato il più grande viaggiatore dell’epoca e di tutte quelle precedenti, ma la lunga e appassionante avventura non era terminata e il suo racconto era ancora lungi dall’essere concluso. Su incarico del sultano, partì per Marrakech all’inizio del 1352, vi descrisse la più meridionale delle “città imperiali” tra le più belle che aveva visto con i suoi palazzi,  moschee  giardini,  piazze e mercati ove giungevano le carovane dal deserto e le terre incognite di del “Paese dei Neri” bilād as-sūdān.

Nel Paese dei Neri Bilād as-sūdān

Decise la sua avventura sahariana per quei territori sconosciuti e  dal Marocco superò la catena dell’Atlante tra i villaggi fortificati berberi per il grande centro carovaniero di Sijilmassa da dove seguì ventiquattro giorni la carovaniera per l’oasi di Taghaza“..dove le case e le moschee sono costruite con blocchi di sale”. Da qui partiva l’antica “rotta del sale”,  prodotto preziosissimo nel “Paese dei Neri”,  che i mercanti portavano alle carovane  Azalai condotte dagli abili Tuareg sulle piste oltre il  deserto del Sahara  e l’ arida regione del Sahel nei misteriosi  Regni neri di bilād as-sūdān per scambiarlo con oro, avorio e schiavi.

All’epoca v’ era una confederazione di tribù nel bacino del fiume Niger e il potente impero del Mali il cui sovrano Mansa Musa aveva abbracciato la fede islamica, ma a differenza di tutti gli altri paesi musulmani il regno era chiuso agli stranieri anche correligionari e gli unici contatti erano con le carovane Tuareg . Lo spirito del grande viaggiatore non poteva resistere al fascino di un territorio ancora così ignoto e organizzò una carovana e in dieci giorni fu all’ oasi di Iualtan, “la provincia più settentrionale dei Negri…dove la gente era senza maniere e disprezzava i bianchi”.

Qui avveniva il primo smistamento delle carovane e ai bianchi non era consentito proseguire, con altre ventiquattro tappe giunse finalmente alla leggendaria Timbuctù adagiata sul fiume  Niger, scambiandolo per il  gran Nilo come i pochi che riuscirono ad arrivarvi molto dopo di lui fino all’inizio del XIX secolo quando fu svelato il mistero del suo corso.

Da qui le merci delle carovane proseguivano in grandi piroghe fino alla capitale e Ibn discese il fiume“Poi ho viaggiato alla città di Kawkaw, che è una grande città sul Nil, una delle più belle, più grande, e più fertili città del Sudan”  fino a Gao “..che nessun bianco può visitare perchè sarebbe ucciso prima di giungervi”, dove fu accolto dal “potente sovrano dei Negri“, dal quale si aspettava doni ed onorificenze, ma ne ebbe solo poche cibarie “..tre schiacciate di pane ,un pezzo di carne bovina fritta nell’olio del paese e una zucca di formaggette acide..anzichè ricche e onorevoli vesti, e denaro..”

Gli sembrò scandaloso  data la ricchezza e lo splendore della corte che annotava ammirato e meravigliato per la strana etichetta e le usanze nei sontuosi ricevimenti,  la sua descrizione della corte  koloware della capitale Kawkawh nel XIV secolo è l’ unica esistente, di eccezionale interesse storico ed etnografico, come molte delle note lasciate dal grande viaggiatore nelle sue esperienze in tutto il mondo all’epoca conosciuto: “I guerrieri corazzati recano innanzi ricche armi:turcassi d’oro e d’argento, spade niellate d’oro coi foderi d’oro, lance d’oro e d’argento, mazze d’armi di cristallo. Dughla l’ interprete giunge con le  sue quattro mogli e le sue giovani schiave, che sono un centinaio. Indossano magnifiche vesti,e hanno attorno al capo cerchietti d’oro e d’argento con pendule palline degli stessi metalli “.

Descrisse l’ architettura saheliana di fango e creta che modellava abilmente palazzi e moschee, in otto mesi di permanenza osservò la vita e gli strani costumi dei sudditi che erano così diversi dal resto del mondo musulmano. Ottenne il permesso di visitare l’interno del regno spingendosi a sud nei territori selvaggi delle grandi savane popolate da animali mai visti, annotò a la vita e gli usi delle tribù re antenate dei pescatori Bozo, gli agricoltori Bambara e gli allevatori nomadi Fulani che all’epoca stavano estendendo il loro territorio nella regione provenienti dall’ est del quale fecero poi un vasto regno nel XVII secolo.

Aveva raggiunto i confini meridionali dell’impero del Mali, oltre si stendevano territori sconosciuti e inesplorati segnati per secoli sulle mappe con ampie macchie bianche e la scritta Hic sunt leones  fino alle esplorazioni europee iniziate cinquecento anni più tardi. Sicuramente ebbe l’impulso di continuare inebriato dal suo desiderio di conoscenza, un’impresa impossibile che lo riportò sul Niger risalendolo per tornare, ma era giunto dove nessun bianco era mai arrivato precedentemente e per i cinque secoli successivi.

L’eredità di un grande viaggiatore

Organizzò una carovana per il  Sahara attraverso i territori Tuareg verso la regione  dell’ Ahaggar giungendo  all’oasi di Tagadda ove si raccoglievano le comunità di quei nomadi delle quali descrive la bellezza delle donne, qui i messi del sultano gli portarono l’invito del signore del Maghreb di raggiungerlo a corte. “di procedere alla sublime capitale…e partii con una carovana che comprendeva seicento schiave” Con tale fasto rientrò in patria a  Fèz accolto con tutti gli onori alla corte del sultano “…dove io baciai la mano del Commendatore dei fedeli e dopo tanto viaggiare, trovai riposo sotto l’ala della sua generosità” .

L’anno 1353 volgeva alla fine così come il lungo racconto nella sua Rihla, si spense quindici anni dopo, la data è incerta, ma sicuramente continuò a contemplare fino all’ultimo l’orizzonte dove si perdevano le carovane in partenza alla luce dell’alba come miraggi confusi nella polvere che gli portavano sogni di nuovi viaggi, popoli e mirabilia.

Non fu missionario, scienziato, geografo o mercante, nè spinto come molti dalla fede o le merci preziose, fu viaggiatore colto,  curioso e  disinteressato, grande nell’ umiltà di conoscenza e nel desiderio di allargare i suoi orizzonti in altri ambienti,  popoli e culture,  aristocratico nella coerenza morale ed umana.  Fu il capostipite di tutti noi che cerchiamo le stesse cose in questo nostro mondo e ne prendiamo nota. “Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in narratore

 

Estratto da: Paolo del Papa Viaggiatori ed esploratori. Vol. Medioevo,Ibn Battuta. ©

 

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