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Egittologia

L’egittologia, disciplina della storia antica, il cui campo di studio è l’antico Egitto, corrispondente al moderno Egitto.

La prima documentazione certa sull’antico Egitto fu quella raccolta da Erodoto nel 445 a. C. che ne descrisse i siti che già alla sua epoca erano antichi di millenni, altri viaggiatori ammirati cercarono di definire quell’antica civiltà che tanta influenza ebbe sulle culture del Mediterraneo, la Grecia e Roma, poi secoli di oblio.

Vitaliano Donati

Indubbiamente l’italiano Vitaliano Donati fu tra i primi “viaggiatori studiosi” che riuscì a dare un senso scientifico alle sue ricerche e alla costruzione di ipotesi che si astenevano dalle fantasiose deduzioni dei suoi predecessori, come quelle di Van­sleb che considerava i tumuli e cavità diffuse nella regione di Asyout prodotti di antiche pratiche magiche, mentre Panì Lucas li riteneva rifugi degli scampati al diluvio universale e Norden abitazioni di eremiti. Alle più razionali osservazioni di Donati quelle che apparivano cripte portavano a dedurre che fossero stati sepolcri funebri degli antichi egizi, al pari dei più evidenti nei quali era penetrato nella Valle dei Re.

Nei suoi progetti la spedizione doveva continuare in Nubia, in quel periodo travagliata da continue rivolte contro l’autorità turca che lo costrinsero a tornare, decidendo di cercare le leggendarie miniere di smeraldi delle quali parlarono Strabone, Tolomeo, tutti i testi antichi e successivamente gli arabi nel medioevo, cercate invano nel 1714 da Paul Lucas. Le trovò e ne fece rilevamenti accurati facendone un’attenta descrizione dal grande geologo che era, l’unica esistente in epoca moderna, nel 1784 l’impresa fu tentata da Vol­ney, ma ormai il deserto si era riappropriato del luogo che tornò nelle profondità della leggenda.

Tornò a nord per il Sinai procedendo sull’antica “Via dei Re” in Siria continuando la raccolta di dati e reperti archeologici, che contribuirono ad inaugurare la moderna egittologia, prima di imbarcarsi per l’India. Con la sua scomparsa la gran mole di materiale naturalistico, reperti archeologici, disegni e scritti che Donati lasciò ad Alessandria per essere inviati a Torino andò quasi del tutto dispersa e quel poco che giunse nella capitale sabauda costituì il nucleo originale del futuro Museo Egizio. Il vasto resoconto della lunga spedizione, con le sue impeccabili annotazioni naturalistiche, storiche, archeologiche ed etnografiche, fu raccolto da Donati nel suo Giornale di viaggio, ma il manoscritto autografo ricchissimo di disegni fu distrutto nel 1904 nell’incendio della Bi­blioteca Reale di Torino e ne rimane solo una copia parziale e priva di illustrazioni.

Donati che fu il primo a dare un’impostazione scientifica al viaggio di ricerca, annotando rigorosamente ciò che andava scoprendo con le relative deduzioni quale metodo per tutti coloro che in seguito penetrarono sempre più nelle “meraviglie d’Egitto”.

L’epoca non fu degna di lui e venne dimenticato dalla rozza corte sabauda che lo aveva inviato solo ad “acquistare qualche antichità e Mummia delle più conservate”.

Lo studioso egittologo Denon al seguito di Napoleone in Egitto

Nel 1798 Napoleone sbarcò in Egitto con il suo esercito di invasione, ma assieme allo stato maggiore portò un reggimento di scienziati e studiosi di ogni disciplina che dilagarono lungo il Nilo ad annotare, rilevare, reperire e scavare tutto ciò che trovavano. Mentre il generale Desaix inseguiva il disfatto esercito mamelucco oltre l’antica Tebe, Dominique Vivant Denon con un drappello di giovani eruditi studiava accuratamente e disegnava ogni tempio e monumento incontrato e nel 1802 la pubblicazione del Voyage dans l’haute et basse Egypte svelò al mondo la visione di una straordinaria e millenaria civiltà fino all’epoca relegata ai grevi testi di millantati specialisti e di racconti più o meno fantasiosi di viaggiatori.

L’opera di Denon e degli altri studiosi al seguito di Napoleone fu poi raccolta da François Jomard e pubblicata nel 1828 nella monumentale Description de Egypte che sollevò definitivamente la più antica e monumentale civiltà della storia dalle paludi delle leggende e le incerte cronache di viaggio alla nuova materia storica e scientifica che fu l’Egittologia.

Bernardino Drovetti

Dopo la sconfitta di Napoleone ad Abukir nel 1801 e i due anni di occupazione del vittorioso esercito britannico, il condottiero albanese Moahammed Alì prese il potere e si impose come reggente Kedhivé dell’impero ottomano, sbaragliò i corrotti funzionari bey mamelucchi e aprì l’Egitto agli europei. Ben presto al Cairo furono aperte ambasciate e consolati di tutta Europa, giunsero commercianti, studiosi, archeologi, collezionisti, geografi e avventurieri che facevano riferimento alle rispettive rappresentanze diplomatiche, tra le quali quella francese affidata al piemontese militante delle campagne napoleoniche Bernardino Drovetti che divenne intimo amico e potente consigliere di Mohammed Alì.

Con la sua posizione visitò ogni angolo d’Egitto e si dedicò al reperimento di una enorme collezione assieme all’avventuriero francese Jean Jaques Rifaud, mobilitando vere e proprie bande di cercatori. ll suo dominio sulla ricerca archeologica era assoluto e tutto doveva avere la sua approvazione, solo con l’arrivo del console britannico Sir Henry Salt nel 1816, incaricato di reperire materiale per il British Museum di Londra, ebbe un concorrente nell’accaparramento del patrimonio archeologico, spesso senza esclusione di colpi.

Sir Henry Salt

Salt per un breve periodo trovò un prezioso alleato nel grande studioso ed esploratore svizzero Johann Burckhardt, singolare figura di erudito avventuriero che ad Aleppo in Siria per apprese l’arabo e la teologia coranica in due anni, si convertì divenendo lo sceicco Ibrahim ibn abd Allah e superò il difficile esame che lo consacrò dotto islamista per viaggiare in Medio Oriente studiando e descrivendo popolazioni, città e monumenti.

A lui si deve la prima descrizione di Petra in Giordania prima di recarsi al Cairo da dove visitò la Valle del Nilo descrivendo ambienti, popolazioni e siti archeologici.

Su incarico dell’African Association di Londra nel 1813 risalì il Nilo fino ad Abu Simbel, dove descrisse le parti emergenti dalla sabbia degli enormi templi scavati nella roccia, proseguì nell’Alta Nubia per cercare una via verso il lontano bacino del Niger, ma non trovò la rotta e attraversò il Mar Rosso in pellegrinaggio a Medina e La Mecca, lasciando un’accurata relazione sulla geografia e le popolazioni dell’Arabia interdetta agli infedeli.

Henry Salt riuscì a reperire una vasta collezione per il British Museum e il rivale Drovetti trattò con il regno sabaudo la vendita di gran parte della sua nel 1824, con la quale fu creato il grande Museo Egizio di Torino e il resto fu venduto al Luvre, gli aveva arricchito enormemente la sua raccolta con reperti di ogni tipo contando sul potere che aveva come consigliere del Khedivé e adoperando tutti i mezzi a disposizione contro chi tentava di rovistare la storia nella Valle del Nilo senza il suo permesso, come si rese conto Giovan Battista Belzoni, il Gigante delle Piramidi.

Giovanni Battista Belzoni: il “gigante delle piramidi”

Dopo le guerre napoleoniche la vittoriosa Gran Bretagna si occupò dell’Egitto e un italiano dalla figura imponente, visitando le piramidi incontrò lo studioso di antiche civiltà Burckhardt e rimase incantato dalle storie di viaggi ed esplorazioni sul Nilo, Belzoni non aveva l’erudizione né l’organizzazione dei primi europei che sondavano le sabbie del Sahara per scoprire monumenti e tesori, era solo un avventuriero affascinato dal Nilo e dal deserto, ma la sua grande tenacia e desiderio di svelare le “Meraviglie d’Egitto” ne fecero il leggendario “Gigante delle Piramidi”.

Avventuriero di grande intuizione riuscì ad individuare i misteriosi accessi alle piramidi, cercò e trovò templi nascosti e scavò varie tombe liberandole dalle masse di pietre, terra e sabbia accumulate dai millenni, spesso da solo e continuamente ostacolato dai sedicenti egittologi francesi e britannici, perseguitato dai gendarmi egiziani e da sicari prezzolati dai concorrenti.

Comprese che la dimenticata Valle dei Re era una necropoli ben più vasta ed importante di quanto si era pensato e vi dovevano essere i sepolcri dei faraoni delle più grandi dinastie. Dopo un’ultima spedizione all’oasi El Fayoum e al vicino lago Meride, il primo grande scopritore di siti lungo il Nilo decise di lasciare l’Egitto, ostacolato dai funzionari corrotti, sabotato e perseguitato dai trafficanti antiquari e dal direttore del Louvre che aveva usurpato le sue scoperte.

Belzoni non era tipo da vita sedentaria, lasciati i miti d’Egitto che tanto aveva contribuito a svelare, si interessò ad un altro grande mistero dell’epoca che attendeva in Africa lungo le rive del Niger nella leggendaria Timboctu, l’ultima impresa dove trovò la morte e fu sepolto sulla costa a Gato dalla piccola guarnigione inglese.

Girolamo Segato e Giovanni Battista Brocchi

Contemporaneo di Belzoni, Girolamo Segato partecipò alla spedizione militare di Mohammad Alì nel Sennar sudanese nel 1820 fino alla seconda cateratta per progettarvi un varco navigabile, tornò ad Aswan e per un mese visitò i siti della regione che disegnò dettagliatamente assieme agli affascinanti ambienti nilotici e i costumi della popolazione fino al deserto nubiano in Sudan. Tornato al Cairo si impegnò nella necropoli di Saqqara e scoprì l’ingresso della grande piramide a gradoni della quale fece per la prima volta rilevamenti completi, poi organizzò una nuova spedizione nel sud per tracciare le mappe della regione attorno all’oasi di Siwa, rimpatriato nel 1823 si stabilì a Firenze completando i suoi studi sui papiri e la mummificazione per i successivi tredici anni di vita.

Nel frattempo l’altro eruditissimo italiano Giovan Battista Brocchi, che aveva pubblicato giovanissimo nel 1792 Ricerche sopra la scultura presso gli Egiziani, nel 1822 guidò una spedizione nel deserto a est del Nilo che poi risalì fino a Qena e continuò tra il Mar Rosso e Aswan. Due anni dopo visitò il Sinai e viaggiò in Siria, nel 1825 organizzò una spedizione da Aswan attraverso il deserto nubiano del Sudan fino alla Proboscide d’Elefante El-Khartum sulla confluenza del Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, esplorò la regione e continuò nel Sennar osservando ambiente e popolazioni che descrisse accuratamente, tornato a Khartum nel settembre del 1826 fu stroncato da un’infezione.

La grande opera di ricerche e la descrizione delle spedizioni di Brocchi furono raccolte dal console austriaco Giuseppe Acerbi e solo nel 1840 fu pubblicato Giornale delle osservazioni fatte ne’viaggi in Egitto, nella Siria e nella Nubia in quattro volumi con una vasta cartografia.

Jean Francois Champollion e altri avventurieri

Avventurieri, collezionisti ed esploratori che sondarono i resti della civiltà faraonica all’inizio del secolo scorso, furono gli ultimi protagonisti di una lunghissima storia di viaggi e scoperte anche di straordinaria importanza, ma privi di un’investitura scientifica che giunse con gli studi di Jean Francois Champollion, padre e primo vate dell’Egittologia.

Nel 1822 aveva trovato la chiave della misteriosa scrittura geroglifica servendosi della celebre stele di Rosetta trovata durante la campagna napoleonica e due anni dopo pubblicò Précis du Systéme hierogliphique des anciens Egyptiens che aprì il grande capitolo della ricerca archeologica in Egitto. Lo stesso anno cominciò le sue ricerche sui reperti nell’enorme collezione che Drovetti aveva venduto al Museo Egizio di Torino.

Nel 1825 a Firenze conobbe l’orientalista pisano Ippolito Rossellini con il quale organizzò la prima grande spedizione finanziata dalla Francia e dal granduca di Toscana Leopoldo II. Nell’Agosto del 1828 Champollion e Rossellini sbarcarono ad Alessandria, visitarono Tanis e gli altri siti del delta, poi la necropoli di Saqqara e il sito di Beni Hassan dove Rossellini trovò una gran quantità di testi del Medio Regno, proseguirono risalendo il Nilo per Asyut e Dendera, ne fecero rilevamenti, piante, disegni e ne raccolsero le iscrizioni, un’opera di grande impegno che divenne titanica a Luxor e Karnak.

Da Tebe navigarono ad Aswan e il e l’Alta Nubia arrivando a Wadi Halfa per scovare e rilevare tutti i templi nel deserto, spedizione descritta da Rosselini nel Giornale della spedizione letteraria toscana in Egitto. Tornati a Luxor continuarono le ricerche nella Valle dei Re, poi al Cairo Champollion si adoperò con il Kedhivé Mohammed Alì per porre freno alle devastazioni dei monumenti operate dalla popolazione per trarne materiali da costruzione e ai sistemi sbrigativi dei collezionisti per accedere ai reperti, stimando la completa distruzione di ben quattordici templi e una gran quantità di monumenti minori.

Tornò in Francia nel 1829 e iniziò con Rossellini la sistemazione dell’enorme mole di reperti e rilevamenti, ma tre anni dopo si spense lasciando la sua grande eredità che inaugurò l’egittologia. Rossellini curò la monumentale pubblicazione di Monuments de l’Egypte et de la Nubie in nove volumi e l’edizione italiana Monumenti dell’Egitto e della Nubia a cui aggiunse altri tre volumi di carte, topografie e disegni fino al 1843, quando anche lui morì.

La grande opera di Champollion fu proseguita dalle spedizioni di Nestor L’Hote che aveva partecipato alla sua storica missione, completando i rilevamenti di vari siti lungo il Nilo, i cui dati e classificazioni vennero affidati alla sua morte nel 1842 ad Auguste Mariette che si dedicò alla ricerca per molti anni fino a fondare il grande Museo del Cairo.

Nel frattempo la Valle del Nilo divenne meta di collezionisti, avventurieri e viaggiatori che si servivano delle imbarcazioni dahabie da tempo organizzate dall’intraprende Thomas Cook creando la prima grande impresa turistica in Egitto. Nel 1840 lo stato pontificio inviò la nave Fedeltà al comando di Alessandro Cialdi per una spedizione che risalì il Nilo visitandone tutti i siti archeologici e caricando enormi blocchi di alabastro, da Aswan superò la prima cateratta con un’imbarcazione a vela e raggiunse l’isola di Philae, visitata e descritta da Belzoni e poi da Ippolito Rossellini nel 1828 durante la grande spedizione con Champollion.

Due anni dopo il tedesco Karl Richard Lepsuis viaggiò fino al 1845 lungo la Valle del Nilo e in Nubia raccogliendo una gran quantità di reperti che arricchirono il Museo di Berlino e stese la sua opera che pubblicò in dodici volumi nella gigantesca Denkmaler nel 1849. In quel periodo le avventurose esplorazioni si trasformarono in grandi spedizioni archeologiche sempre più specializzate, i britannici incrementarono i reperti del British Museum con le missioni di Vyse e Perring che svelarono i misteri delle piramidi di Gizah e le spedizioni di Mariette e Maspero permisero la creazione del grande Museo del Cairo.

L’ultimo ventennio del secolo vide le grandi ricerche di William Matthew Flinders Petrie e l’invenzione delle tecniche stratigrafiche negli scavi del paleontologo Flaxman Spurrel, più recentemente Theodore Davis, Hebert Winlock, lord Carnavon e Howard Carter violarono i grandi sepolcri nella Valle dei Re e gli ultimi lembi di avventura ed esplorazione si persero nell’archeologia moderna.

La Valle del Nilo sembra non aver più misteri per le orde di turisti che dilagano dappertutto inseguiti da ossessionanti bande di venditori di souvenir, mentre le guide raccontano rapidamente millenni di storia e illustrano monumenti scoperti, descritti ed amati da personaggi noti e meno noti che li hanno cercati tra le sabbie del deserto con l’umiltà della conoscenza e la saggezza dell’avventura.


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