Iran Storia

Persia dei Parti

“Siamo sorti dalle tribù del nord per liberare la terra degli ariani dal giogo dei conquistatori stranieri e ristabilire la giustizia degli antenati.” (Arsace)

Popolo dei Parti

Nella terra dei Turkmeni, lo storico greco Strabone colloca la confederazione tribale nomade dei Dahai di origine scita, da dove a metà del III secolo a.C. le tribù dei Parni migrarono a ovest lungo le coste del Caspio sud-orientale, poco a nord della satrapia Ircania, che occuparono continuando verso il deserto iranico. Riunite nel III secolo a.C. da Arsace I come primo sovrano e fondatore della dinastia che ne prese nome Arsacide, mentre i conquistatori furono noti come popolo dei Parti quando nel 238 a.C. invasero il resto della satrapia seleucide di Partia nella regione nord-orientale persiana, mantenendone il nome di Partia. Con la propria nuova strategia, l’arte della guerra partica si esprimeva nelle diverse tattiche militari del potente esercito dei Parti, che travolse gli altri conquistando in breve le vaste regioni del suo impero: la cavalleria leggera dotata dell’arco composto, estremamente maneggevole e preciso nel combattimento del tiro con l’arco alla partica in corsa, nell’attacco e ritirata tattica per farsi inseguire; poi la cavalleria pesante catafratta corazzata per travolgere qualsiasi resistenza; infine la fanteria leggera contro i sopravvissuti. Dai territori conquistati avanzarono in gran parte della regione iraniana come Impero Partico, divenuto una delle grandi potenze nell’antica Persia dal 247 a.C. per oltre quattro secoli. Il sovrano Mitridate I dal 142 a.C. per un decennio estese i domini conquistando a ovest regioni dell’impero Seleucide e a est, oltre la Media e la Mesopotamia, fino al regno ellenistico della Battriana, approfittando della decadenza nel vecchio impero ellenista dilaniato dalle guerre civili seleucidi e dalle pesanti sconfitte subite a occidente nelle logoranti guerre contro Roma, che avanzava a oriente. Nell’espansione dell’Impero Partico, con lunghi conflitti furono conquistati gran parte dei territori del decaduto impero Seleucide, definitivamente sconfitti nel 129 a.C. con la decisiva battaglia di Ecbatana, lasciando solo parte della regione siriaca; a est si scontrarono con gli Sciti, avanzando nell’antica regione mesopotamica dell’Iraq, conquistata ai Seleucidi. La capitale da Nisa fu spostata lungo il Tigri a Ctesifonte, fondata da Mitridate I come altro grande centro sulle carovaniere verso oriente, poi devastata da Roma e ricostruita dal successivo impero Sasanide come nuova capitale.

“Io rivendico tutti i domini che appartennero agli antichi re di Persia e di Macedonia. Ho l’intenzione e il diritto di invadere e conquistare tutto ciò che Ciro prima, e Alessandro poi, possedettero.” (Artabano II)

Arte e cultura

“I Parti intrecciano l’oro nei vestiti e adornano ogni cosa con ricami preziosi, sfoggiando una ricchezza a esaltare la regalità ed a impressionare lo straniero… l’uso di tessuti che splendono di colori mai visti, lavorati con una maestria che i nostri artigiani cercano invano di imitare.” (Plinio il Vecchio)

La grande cultura partica, oltre che nella società cosmopolita che riuniva popolazioni e tradizioni diverse e sincretiche, si esprimeva anche nella religione imperiale dei Parti, fondata sulla sintesi culturale e il sincretismo nella diffusione della tradizione religiosa greca ellenistica ereditata dai Seleucidi; rimasero le più antiche legate alla mitologia persiana e dalla grande diaspora in epoca babilonese come minoranze comunità ebraiche. Inizialmente il politeismo era il più praticato tra le religioni partiche nel sincretismo con le divinità greche; tra le grandi tradizioni religiose persiane rimase la dottrina dello Zoroastrismo, diffusa nella grande tolleranza e pluralismo culturale, spesso con l’identificazione di divinità greche con le zoroastriane. Inoltre, ogni città e popolo sottomesso conservava i propri culti. Il sincretismo religioso fu anche uno dei fondamenti della potenza partica, mantenendo usi e costumi greco-persiani, ma rimase fondamentale il culto di Mitra nella sintesi della tradizione. Il sincretismo culturale e religioso fondava la storia dell’arte dei Parti, in parte derivata dalla precedente e raffinata arte seleucide, espressioni della grande cultura partica nell’eclettica architettura tra la tradizione persiana e la cultura ellenistica dell’arte partica, in uno stile unico che influenzò la successiva sasanide e la prima bizantina, come il grande spazio monumentale dell’iwan aperto su un solo lato per un cortile esterno. Delle numerose città dei Parti fondate o conquistate ed ampliate, rimangono i resti in tutte le regioni dell’Impero; tra i vari siti più monumentali, i resti dell’antica capitale Nisa in Turkmenistan, sulla riva orientale del Tigri in Iraq l’altra capitale Ctesifonte, che tra i suoi resti ha lasciato il monumentale iwan con l’arco Taq-i Kisra; a nord-ovest il grande centro commerciale e religioso di Hatra. In Siria, fondata nel III secolo in epoca seleucide, poi centro partico e romano, Dura Europos sulla sponda destra dell’Eufrate, tra i siti più spettacolari, come la splendida Palmira in Siria. Oltre alla grande architettura che ha in parte ispirato la successiva persiana, l’arte dei Parti si esprimeva negli oggetti di lusso anche per il commercio, arricchiti con elementi decorativi ellenistici, persiani e in parte ispirati dall’arte scitica, dall’alto livello stilistico nella lavorazione dei metalli preziosi, avorio e pietre dure, gioielli sfarzosi policromi, oggetti cari in oro decorati da turchesi, lapislazzuli, granati e vetri, grande maestria nella filigrana dai vari motivi, cinture decorate, collane torque, orecchini elaborati e anelli con sigillo.

“L’arte dei Parti non richiede soltanto la perizia geometrica della mano e la freddezza della mente, ma la suprema pazienza di assecondare la natura nel miracolo della vita.”

Impero Partico

“I Parti, che detengono l’impero dell’Oriente, essendo il mondo intero diviso quasi a metà tra loro e i Romani, furono in origine un gruppo di esuli della Scizia… In seguito, tra i popoli d’Oriente e d’Occidente, nessun nome fu più glorioso del loro.” (Giustino)

Dal 124 al 91 a.C., con il regno di Mitridate II, l’impero si estese dalla Persia orientale all’Eufrate e a sud-est per l’antica Anatolia sud-orientale e il Caucaso; nella regione turkmena centro-meridionale fondarono la prima capitale Nisa, con la cittadella fortificata che ha lasciato i suoi resti. Dall’epoca l’estensione partica continuò fino all’antica Sogdiana in Tagikistan, dominando parte dei percorsi che continuavano a est sulla Via della Seta per la regione cinese dello Xinjiang, collegando attraverso la Partia Roma e il Mediterraneo all’Asia Centrale e alla Cina imperiale della dinastia Han. Nel 120 a.C. su quella via giunse anche una delegazione dalla Cina alla corte dei Parti, stabilendo relazioni diplomatiche e commerciali intensificate con l’espansione persiana nell’antica Battriana dall’Uzbekistan, estesa attraverso gli altopiani per la limitrofa Battriana in Afghanistan. Fiorendo di commerci, dalla cultura inizialmente influenzata da popoli sottomessi e dall’ellenistica, poi assorbendo l’antica persiana, con i sovrani che si proclamavano eredi dell’Impero Achemenide, ma dal potere decentrato con diverse regioni e province al posto delle tradizionali antiche satrapie, governate da sovrani vassalli. La società integrava le tradizioni nomadi iraniche con l’eredità ellenistica lasciata dai Seleucidi; nelle città mesopotamiche, la lingua medio-occidentale iraniana parta era ufficiale nell’impero, ma ampiamente diffuso era anche il greco nell’amministrazione, nei commerci, nei centri urbani e nelle monete con iscrizioni in parta.

“I Parti permettono a ogni popolo sottomesso di mantenere le proprie leggi, i propri dei e persino i propri re, purché sia pagato il tributo e sia riconosciuta la supremazia dell’Arsacide.” (Flavio Giuseppe)

La composizione sociale era fortemente gerarchica, feudale e divisa in classi ben distinte, con grande influenza della nobiltà militare. Al vertice del potere la famiglia reale della dinastia Arsacide, con i sovrani che assunsero l’antico titolo shahanshah persiano come Re dei Re dei Parti, assistiti da consigli di aristocratici; nella gerarchia seguiva l’alta nobiltà partiana e i grandi proprietari terrieri delle potenti famiglie aristocratiche, che possedevano vasti territori feudali e fornivano risorse all’esercito per privilegi e autonomia locale. Un ruolo di potere e sociale, non solo in caso di conflitti, era detenuto anche dalla casta militare dei Parti, che fu determinante per l’estensione dell’impero nelle guerre contro i Seleucidi, conquistandone l’impero, e nei successivi secolari conflitti nelle interminabili guerre contro Roma. All’ultimo livello sociale, contadini, lavoratori e artigiani sostenevano l’economia rurale e nelle città sorse una nuova classe di mercanti che estesero la fiorente attività in tutta l’estensione dell’impero in una vasta rete di vie commerciali.

“L’Impero dei Parti è diviso in diciotto regni… ed occupa una vastità di terre che si contrappone, per grandezza e potenza, a tutto l’Impero di Roma.” (Plinio il Vecchio)

Vie di commercio

L’economia dell’Impero partico si fondava sull’agricoltura feudale dei grandi proprietari aristocratici e lavorata da contadini; nelle fertili terre mesopotamiche della Mesopotamia lungo il Tigri e l’Eufrate e della Susiana si producevano cereali, vino, riso e altri prodotti su vasta scala. L’élite mercantile si occupava della produzione e commercio, esportando merci di pregio come i tessuti ricamati in oro, profumi locali e i cavalli niseani come la razza più pregiata dell’antichità. Le città come la capitale Ctesifonte, Seleucia, assieme alle indipendenti Hatra e Palmira, oltre che centri culturali, fiorirono come grandi centri commerciali. Gran parte dell’economia mercantile si fondava sul sistema monetario partico, ereditato dal greco-ellenistico dei Seleucidi, a sua volta basato sulla dracma d’argento greca, dalla stabilità fondamentale per la fiducia nelle contrattazioni mercantili tra occidente ed oriente. A ovest i commerci erano limitati dalle vie della Siria romana e il resto dipendeva dalle alleanze con i mercanti che avevano il centro nella città-stato siriana di Palmira, sotto influenza romana; con l’espansione dell’impero acquisirono il monopolio nei percorsi centro-asiatici sulla via della Seta, per la posizione strategica tra il Mediterraneo e Roma a ovest e l’orientale percorso per la Cina della dinastia Han. Intermediari esclusivi ne erano i mercanti Parti, convincendo le carovane cinesi a sostare nei mercati iranici, impedendo i contatti diretti tra Roma e la Cina. Inoltre, imponevano pesanti dazi sulle merci in transito nei centri di sosta e dogane, ma assicurando sicurezza con le centinaia di caravanserragli dall’altopiano iranico a est, centri fortificati per l’alloggio dei mercanti e protezione delle carovane dai predoni. Tra l’Iran nord-orientale e la regione sud-occidentale del Turkmenistan, uno dei centri originari dell’impero fu l’antico regno Parthava di Partia, descritto dagli storici greci, ove da ovest incrociavano le vie commerciali ariane, collegate a est con la Via della Seta. Dall’antica via persiana babilonese achemenide, la via principale attraversava la regione iraniana shahrestān di Hamadan per l’antica Ecbatana e giungeva nei pressi ove è sorta poi Teheran, a Rhagae e Shahr-e Ray, per le porte del Caspio, continuando attraverso la regione della Partia a nord-est fino alla capitale Qumis, meglio nota come la città dalle cento porte Hecatompylos, estesa come grande centro commerciale e culturale che ha lasciato i suoi resti nel sito di Sahr-e Qumis. Dalla capitale imperiale partica continuava fino all’antica Susia, dove si biforcava per il percorso settentrionale ove incrociava la via descritta dal geografo greco Isidoro di Carace nel I secolo a.C.; da Antiochia all’estremità sud-occidentale anatolica seguiva i centri carovanieri partici attraverso l’Asia centrale fino all’India. Attraversava l’antico territorio dei Turkmeni, ove nella regione centro-meridionale i Parti fondarono l’altra capitale Nisa, con la cittadella fortificata che ha lasciato i suoi resti nel sito dell’antica Nisa sotto i monti Kopet-Dag vicino Ashgabat, assieme all’Anau di Nisa, dichiarato patrimonio storico e culturale UNESCO. Attraversava il deserto del Karakum fino al grande centro carovaniero nell’oasi di Merv, continuando nel limitrofo territorio dell’Afghanistan per l’antica Battriana, passando per Mazar-i-Sharif, Konduz e Balkh come altri centri fioriti di commerci, e la valle di Bamyan, ove era sorto uno dei centri ellenisti della cultura ed arte Gandhara. Attraversando poi le montagne del Pamir dal Khyber e la sua storica regione nord-occidentale all’estremità settentrionale pakistana, attraverso il Baltistan ove passava la Sāhirāh qarāquram per la via del Karakorum come una delle diramazioni sulla Via della Seta per la regione occidentale cinese dello Xinjiang. Il percorso più a sud seguiva una delle antiche vie achemenidi persiane dell’est; dalla regione afghana meridionale di Kandahar si stendeva l’antica regione dell’Aracosia, ove dopo la conquista di Alessandro era sorta la civiltà Gandhara ellenista, continuando scendeva nella regione pakistana occidentale del Sindh per la valle dell’Indo, alla fine della rotta commerciale sud-orientale ove rimanevano i resti dell’antica civiltà dell’Indo.

“Gli abitanti di Anxi viaggiano per lunghe distanze su carri e barche per commerciare con i paesi vicini… Producono vino dall’uva e usano monete d’argento con il volto del loro re.” (Sima Qian)

Con il monopolio delle rotte terrestri della Via della Seta, i Parti delegarono al regno vassallo Mesene di Characene il controllo delle rotte commerciali marittime per l’India e l’Oriente; dominava l’estremità settentrionale del Golfo Persico ove affaccia l’Iraq meridionale fino allo Shatt al-‘Arab, svolgendo il ruolo strategico di porto marittimo per l’Impero partico su una delle rotte sulla via delle Spezie. Centro del regno Mesene di Characene era la capitale Charax Spasinu, fondata da Alessandro Magno e ricostruita nel 329 a.C. dal sovrano ellenista Aspasine alla confluenza del Tigri con il Karun, che ha lasciato i suoi resti nel sito di Charax, come grande centro commerciale fluviale ove le merci dalle navi venivano trasferite su imbarcazioni fluviali sul Tigri per Ctesifonte o caricate sulle carovane. Per la rotta costiera interna del Golfo Persico le navi partivano dal porto di Charax, costeggiavano la sponda occidentale per gli scali commerciali nell’isola di Tylos in Bahrein e l’antico emporio arabo settentrionale di Gerrha, continuando lungo il golfo attraversavano lo storico passaggio nello stretto di Hormuz, che è sempre stato nei domini persiani, verso gli avamposti in Oman nella penisola di Musandam per rifornimento di acqua. Poi, oltre il Golfo, le flotte di Mesene navigavano attraverso il Mar Arabico sfruttando i monsoni invernali, per raggiungere le coste del Gujarat con i grandi centri marittimi nord-occidentali indiani come il porto di Barigaza e il litorale del Sindh pakistano nell’altro antico porto di Barbarikon. Dall’India e l’Oriente importavano grandi carichi di spezie, legno di tek per i cantieri navali, ferro indiano di alta qualità, pietre preziose e le celebri perle del Golfo Persico, esportando verso l’India oro e argento romani in barre, vino della Mesopotamia e della Siria, stoffe pregiate, vetreria di lusso e olio di sesamo. Il grande traffico fu interrotto da Traiano dopo l’invasione della Mesopotamia nel 116 d.C., giungendo a Charax Spasinou e cessando gli equilibri commerciali. Fu uno dei capitoli del lungo conflitto con Roma, iniziato in Armenia, ove con la loro avanzata i Parti si scontrarono con il potente regno d’Armenia ed infine fu inevitabile il conflitto con la Repubblica di Roma nella sua espansione a oriente, trascinando poi per secoli le lunghe guerre partiche, schierando il poderoso esercito contro le legioni romane.

Esercito Partico

“I Parti avanzarono e parvero ai Romani come… statue fatte di ferro e bronzo lucente. Le loro armature risplendevano sotto il sole dell’Oriente come forgiate in un blocco di metallo prezioso.” (Plutarco)

Il poderoso esercito partico esprimeva la tradizione di guerrieri nomadi assieme a quelle di precedenti imperi persiani; diversamente dalle legioni romane non era una permanente forza regolare, ma una coalizione di eserciti privati. Quando il sovrano si apprestava a una campagna militare, inviava i messaggeri ai capi dei sette grandi clan aristocratici e ai governatori locali, ognuno con l’obbligo di radunare il proprio esercito e marciare verso l’incontro stabilito. La composizione rifletteva la gerarchia sociale partica, con al vertice l’aristocrazia guerriera dei nobili azat come dovere e privilegio sociale nella guerra, dotati di pesanti armature e cavalli corazzati, formando la cavalleria d’élite partica dei catafratti. Seguiti dai loro vassalli an-azat che formavano la micidiale schiera della cavalleria leggera con arcieri partici; infine servi e contadini arruolati come fanteria leggera solo per logistica, scavo e difesa dei rifornimenti assicurati dalle grandi carovane di cammelli anche attraverso il deserto. L’esercito dei Parti, riunito in guerra, si fondava su una assoluta mobilità con tecniche di guerriglia, rapidi attacchi e mai nello scontro statico frontale; dalla propria strategia bellica, l’armata schierata dai Parti era quasi esclusivamente composta dalla cavalleria divisa nelle due classi sociali: la predominante e più numerosa cavalleria leggera degli arcieri Parti, abili, rapidi e precisi, cavalcando privi di sella e staffe, armati con il micidiale arco composito simmetrico persiano per scagliare velocemente frecce nel tiro alla partica, capaci di colpire ovunque e perforare gli scudi romani a distanze ravvicinate.

“Ed il Parto, audace nella fuga, e che lancia le sue frecce all’indietro… Il soldato romano teme le frecce e la fuga veloce del Parto; il Parto teme le catene e la forza di Roma.” (Orazio)

Una parte minore ma decisiva era costituita dalla cavalleria pesante d’urto corazzata catafratta, formata dalla nobiltà aristocratica e scudieri interamente coperti di pesanti corazze assieme ai cavalli, armati dalla lunga e pesante lancia da urto kontos e spade. Estremamente limitata la fanteria di contadini privi di armature, solo grandi scudi, lance e spade corte, usata per presidio o assedio, e quasi mai in battaglia. Negli scontri più rilevanti la fanteria era anche composta da arcieri a piedi, guarnigioni di mercenari greci e milizie reclutate nelle città conquistate utilizzate per la difesa; solo per necessità mercenari sciti e traci, ma nelle guerre la fanteria aveva uno scarso ruolo, lasciando alla cavalleria le sorti delle battaglie, nella strategia e tattica in gran parte seguite contro le potenti legioni romane delle lunghe guerre partiche.

Legioni Romane

“I Romani dovettero imparare a temere i Parti, non a disprezzarli; la loro cavalleria e le loro frecce sanno volgere in fuga le legioni più forti.” (Orazio)

La strategia di Roma contro i Parti combinò la forza militare alla diplomazia, tra tragiche sconfitte, tentativi di contenimento e incursioni in Mesopotamia. La disastrosa sconfitta di Marco Crasso a Carre nel 53 a.C. dimostrò che le tradizionali strategie di combattimento romane, in gran parte fondate sulla fanteria pesante, erano vulnerabili negli aperti spazi desertici, come lo schieramento della falange. Venne mutata la classica tattica delle campagne occidentali nella composizione e strategia della tradizionale legione, adeguate a quelle partiche con spedizioni cercando di sfruttare i primi conflitti interni alla dinastia arsacide. Dal II secolo d.C. i romani cercarono di penetrare seguendo i corsi dell’Eufrate e del Tigri giungendo fino a Ctesifonte, ma non riuscirono a una stabile dominazione per la decentralizzazione dell’impero; oltre ai numerosi scontri, fu seguita una via diplomatica con la nascita di autonomi regni sui confini come l’Armenia, per dividere le influenze ed evitare i costosi conflitti su fronti troppo distanti. Ogni legione contava circa cinquemila soldati oltre guarnigioni ausiliarie auxilia; comprendeva la fanteria pesante di linea divisa in dieci coorti, con la prima più numerosa di ottocento soldati, le altre la metà, a loro volta divise in centurie, dotate ognuna di potenti balestre meccaniche baliste con dardi capaci di perforare da distanza le corazze. La tradizionale cavalleria romana era ridotta per ricognizioni e raramente in scontri; infine il genio militare per accampamenti fortificati e manovrare, le macchine da guerra, oltre architetti, fabbri, carpentieri e medici. Si dotarono di ausiliari con arcieri mercenari per contrastare gli arcieri a cavallo partici, la cavalleria pesante ausiliaria spesso di germanici, gallici o traci per proteggere la fanteria. La strategia romana si fondava sulla fortificazione e il controllo territoriale, opposta alla mobilità e alla guerriglia dei Parti; contro le frecce degli arcieri a cavallo, i legionari serravano i ranghi nella tradizionale testuggine impenetrabile alle frecce, ma vulnerabile alle cariche della cavalleria pesante corazzata dei catafratti. Impararono poi a non inseguirli nel deserto, attirando la cavalleria su terreni scoscesi, usando arcieri e fiondatori per decimare i cavalieri prima dello scontro diretto.

“Che cosa fa il Parto se non fuggire per vincere? Tu perdi in partenza se cerchi di inseguirlo: le sue armi sono più pericolose quando batte in ritirata.” (Ovidio)

Alla fine di ogni giorno di marcia sorgeva un campo trincerato, neutralizzando la tattica di assalti improvvisi per evitare il taglio dei rifornimenti nel deserto; le legioni di solito avanzavano lungo i corsi dell’Eufrate e del Tigri con flotte fluviali per il trasporto. Furono riorganizzate legioni, tra le altre la prima Legio XXII fondata nel 48 a.C. da Deiotaro con mercenari nelle guerre contro Mitridate VI, creata da Marco Antonio nel 42 a.C. la Legio IV, poi impiegata contro i Parti come la potente legione Scythica. Sempre con Marco Antonio nel 36 a.C. la legione di Cyrenaica per diverse campagne orientali; nel 63 d.C. contro i Parti fu impiegata la Legio III, di nuovo dal 162 al comando di Lucio Vero e nel 215 di Caracalla. La Legio II, oltre le varie campagne in Dacia, Giudea ed Egitto, nel 115 fu adoperata da Traiano contro i Parti come Traiana Fortis. Dall’imperatore Settimio Severo la Legio II nel 197 fu utilizzata come la legione Parthica, poi nelle successive campagne assieme alla Legio III; alla fine del III secolo la Legio VI come altra Parthica fu organizzata da Diocleziano per il limes orientale, assieme alle legioni di presidio alla IIII e V Parthica.

Guerre Partiche

“L’impero dei Parti e di Roma si dividevano il mondo… destinati a scontrarsi per il dominio d’Oriente.” (Tacito)

L’impero partico si sentiva minacciato ai confini dalle lunghe guerre mitridatiche della Repubblica Romana dall’89 a.C. contro il regno del Ponto nell’Anatolia nord-orientale e la costa del Mar Nero, governato dal sovrano Mitridate VI nella sua espansione per la regione, iniziate con la prima guerra mitridatica contro le legioni guidate dal console e generale romano Silla, che sconfisse le armate del Ponto a Cheronea e Orcomeno, costringendo Mitridate al trattato di Dardano nell’85 a.C. Dopo le vittorie, il console e generale Licinio Murena attaccò nuovamente e invase il Ponto e dall’83 a.C. per due anni fu combattuta la seconda guerra mitridatica con le legioni romane ancora organizzate e dirette da Silla, divenuto dittatore della Repubblica. Alla morte del sovrano Nicomede IV di Bitinia, il regno fu lasciato in eredità a Roma con l’opposizione di Mitridate VI del Ponto nella contesa della Bitinia e un nuovo conflitto nel 75 a.C. contro i romani. Le legioni comandate dal console e generale Lucullo arrestarono l’avanzata di Mitridate in Bitinia; dopo una rivolta dei legionari, il comando fu preso da Pompeo nel 66 a.C. nel proseguimento della terza ed ultima guerra mitridatica, conclusa dopo tre anni con la vittoria romana dopo la battaglia di Nicopoli sul Lico, costringendo Mitridate alla ritirata e la fine della sua potenza nella regione, unendo poi il regno del Ponto e la regione contesa nel Ponto e Bitinia, divenuto dominio romano. Dalla grande provincia della Siria, attraversata dalle vie di commerci in Medio Oriente, e la limitrofa provincia romana d’Asia, l’espansione a oriente fu sempre ostacolata dai Parti, che furono i più tenaci nemici di Roma, trascinando il lungo conflitto dal 52 a.C. nelle guerre partiche per quasi tre secoli con esiti alternati, nella guerra infinita di Roma contro i Parti.

“Io, il servitore di Shapur, re dei re… Quando mi stabilii, il Cesare radunò una forza da tutto l’impero romano… e venne contro di noi… vi fu una grande battaglia… e noi lo sconfiggemmo.” (Iscrizione di Shapur)

Nel secolare confronto tra le legioni romane schierate sul limes orientale e l’altrettanto poderoso esercito partico, dopo le guerre mitridatiche e la vittoriosa guerra siriaca di Pompeo conclusa nel 60 a.C., quattro anni dopo il console e generale Crasso in oriente decise di avanzare, subendo pesanti sconfitte fino alla devastante battaglia di Carre sul confine anatolico meridionale, decimando i romani con Crasso poi umiliato e ucciso versando oro fuso in bocca, in quella che fu ricordata come la grande disfatta di Carre. Mentre pensava di organizzare la conquista della Partia nel 44 a.C., Cesare fu assassinato e, anche per vendicare l’umiliante disfatta di Carre, dal 37 a.C. per altri cinque anni il conflitto continuò con le campagne partiche di Marco Antonio, che dopo le prime vittorie avanzò nella regione dalla Siria all’Armenia e nel 36 a.C. le sue legioni invasero la Media persiana dell’Atropatene, poi arrestati dopo l’assedio e la sconfitta nella città di Phraaspa, costretti a ritirarsi in Armenia. Dopo l’invasione delle province orientali romane nel 41 a.C., tre anni dopo furono combattute le campagne partiche di Ventidio Basso per arrestare l’invasione delle province orientali con le vittorie alle porte della Cilicia in Anatolia contro il rinnegato generale Labieno, alleato con i Parti, seguita dalla battaglia del passo Amano, costringendoli a ritirarsi dalla Siria, poi infine la definitiva battaglia del monte Gindaro nel 38 a.C., respingendo e annientando l’esercito del sovrano Pacoro. Per quattro anni dal 37 a.C. seguirono le altre campagne partiche di Antonio per stabilizzare i confini orientali e anche per vendicare l’umiliante disfatta di Crasso a Carre; Marco Antonio non attaccò direttamente attraverso la Mesopotamia, ma passando a nord in Armenia, per invadere il regno iraniano ellenistico Atropatene della Media, alleato dei Parti. Con la disastrosa perdita delle macchine belliche nell’assedio di Phraaspa, l’avanzata delle legioni di Marco Antonio fu rallentata dal re armeno Artavasde, costretto alla ritirata attraverso le montagne, tormentato dalla cavalleria partica, fame, freddo e malattie, perdendo parte dell’armata. Antonio riprese la campagna dal 34 a.C., avanzando dalla Siria all’Armenia che invase, deponendo e imprigionando il sovrano Artavasde, ma con l’aggravarsi della crisi nella guerra civile romana con Ottaviano fu costretto ad abbandonare definitivamente i piani di conquista a est. Con la battaglia di Azio nel 31 a.C., alleato al regno di Cleopatra tolemaico egiziano, la sconfitta pose fine alle ambizioni di Antonio, così come alla Repubblica Romana, con Ottaviano che prese il titolo di princeps, come imperatore Augusto. Con la nascita dell’Impero Romano fu ripresa l’espansione orientale di Augusto; dal 48 d.C. per sei anni fu condotta la campagna del generale Corbulone contro i Parti alleati degli armeni, dopo vari scontri conclusa nel 62 d.C. in Anatolia con la sconfitta romana nella battaglia di Rhandeia e il successivo ennesimo trattato di pace. Fu la prima delle grandi campagne romane nel territorio dei Parti, che poi avanzarono fino a conquistare la capitale Ctesifonte, ma l’Armenia continuò ad essere governata da una dinastia iraniana anche come vassalla di Roma.

“Nessun popolo al mondo ha fatto versare a Roma tanto sangue quanto i Parti; essi hanno dimostrato che il ferro romano non è invincibile.” (Lucano)

Fine dell’Impero

I Parti, esausti per le continue guerre civili e per le spedizioni dei Romani… Così Ardashir li sottomise uccidendo il loro re Artabano. Non segnò la pace per noi, ma la nascita di un pericolo più grande. (Cassio Dione)

Le guerre nei secolari conflitti con Roma non portarono alla conquista dell’impero Partico, ma ne esaurirono le risorse in una grande crisi economica e la decadenza di strutture e istituzioni; la capitale Ctesifonte fu più volte devastata e saccheggiata nel II secolo d.C. dalle campagne di Traiano, Marco Aurelio e Settimio Severo, culminate con l’ultima guerra partica nelle vittoriose campagne di Caracalla. L’incapacità dei sovrani Parti di difendere il centro dell’impero ne fece decadere la legittimità ai sudditi e vassalli; dopo la battaglia di Nisibi nel 217 d.C., conclusa con gravi perdite come l’ultimo scontro dei Parti contro i Romani, fu versata una grande indennità dall’imperatore Macrino per la pace, ma le risorse non furono redistribuite dal sovrano Artabano IV ai nobili e all’élite militare, provocandone il malcontento. L’Impero, tradizionalmente decentralizzato e fondato sul sovrano che governava sui vari vassalli e nobili locali, era ormai gravato da conflitti interni che minarono il potere centrale, spingendo i governatori locali a una sempre maggiore autonomia, aggravati dai conflitti dinastici per le successioni nell’impero partico, portando al crollo definitivo nel primo ventennio del III secolo d.C., fino alla decadenza culminata nella rivolta del sovrano vassallo Ardashir I. Nel 224 d.C. sconfisse i Parti dell’ultimo sovrano Artabano IV, che rimase ucciso nella decisiva battaglia di Hormozdgan, ponendo fine al secolare impero della dinastia arsacide. Assumendo l’antico titolo di shahanshah come Re dei Re, Ardashir I fondò l’ultimo e potente impero persiano Sasanide, dominando per i secoli successivi un vasto territorio fino alle conquiste islamiche del VII secolo d.C.

“Questa è l’immagine del devoto al dio Mazdeismo, il re Ardashir, re dei re dell’Iran, la cui stirpe discende dagli dèi… Egli ha abbattuto il drago partico e ha restituito la corona alla vera Persia.” (Iscrizione di Ardashir I)

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Check Also
Close
Back to top button