Yemen

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Viaggio nella storia

Il sole radente di un tramonto levantino accentua il bianco e l’ocra dei mìnareti e gli antichi palazzi, penetra nelle strette stradine della medina e illummina la merce accatastata sulle bancarelle del suq.  Gli altoparlanti delle moschee cantilenano Allah Akbar chiamando i fedeli alla preghiera del maghrib, la gente si avvia verso casa o la più vicina moschea: le donne velate cariche delle loro cose, gli uomini con le gote gonfie dal bolo di qat masticato tutto il giorno e l’ inseparabile jambiah alla cintola.E’ la fine di una qualsiasi giornata a San’a, la capitale di un paese ancora indeciso tra medioevo eterzo millennio, ‘’unico” da ogni punto di vista in tutto il mondo arabo. Fino a non molti anni fa  era tutta compresa  nelle mura medioevali, dopo il tramonto le porte venivano chìuse e i viaggiatori che arrivavano a quell’ora dovevano accamparsi all’ esterno in attesa dell’alba. Stesa ai piedi del djebel Nogiúm, dove la tradizione vuole che si sia fermata l’ arca di Noé, si dice che la città sia stata fondata da suo figlio Sem, di cui gli yemeniti si vantano di essere i discendenti. Il poeta arabo Ibn’Abd el Megid la cantò come la più bella città dell’ Islam e tale rimanè tutt’ ora con la sua affascinante atmosfera da Mille e una Notte che si stende sulla città vecchia divisa in tre zone distinte: la medina araba, il quartiere turco Bir el Azab e quello ebreo Qáa el Yahoud abbandonato dagli abitanti, che erano i più abili artigiani d’ Arabia, nel 1950 durante l’ esodo ad Israele. Il centro vitale é il suq che si stende attorno alla grande moschea Jamia el Kabir, una delle più antiche dell’ Islam, un dedalo di strette stradine animatissime tutto il giorno da mercanti, acquirenti e  vagabondi. Ai lati si aprono le minuscole botteghe alimentari, spezie, tessuti, artigianato, cianfrusaglie, gioielli e tutto ciò che si può vendere o acquistare in questo paese. I mercanti, distesi tra mucchi di merci fumano íl narghilé e masticano il qat, quasi indifferenti alle richieste degli acquirenti e per niente disposti a qualsiasi tipo di contrattazione: un atteggiamento assai singolare per degli arabi. Gli yemeniti si considerano molto diversi dai loro fratelli In Allah ed, effettivamente, lo sono, in modo particolare per alcuni aspetti della vita quotidiana, i costumi, le usanze e i rapporti umani, ancora modellati da un sistema medioevale dal quale qualcuno a San’ a cerca faticosamente di uscire, ma la maggiorparte senza troppa convinzione.La caratteristica più nota di San’a é la straordinaria architettura della città vecchia con le sue cinquanta moschee, tra le più belle d’ Arabia, gli eleganti minareti e, soprattutto, le alte case a più piani dalle facciate finemente decorate dagli artigiani ebrei con disegni geometrici bianchi che contrastano con l’ ocra dei mattoni, a volte con stelle di David, sigilli di Salomone e altri simboli biblici ben accetti dall’ Islam. Le finestre spesso possiedono delicate grate di legno intarsiato, sormontate sempre da finestrelle più piccole dai vetri colorati, le case con la facciata rivolta a ponente hanno le finestrelle chiuse dai qamayat, sottili lastre di alabastro che filtrano i raggi del tramonto, considerati dannosi secondo la tradizione. Ogni casa possiede varie stanze ognuna adibita ad un’ uso specifico, ma la più grande ed importante é la mafráj, dove si riuniscono gli uomini a bere the, fumare, conversare e, soprattutto, masticare il qat.  Intorno vi é un giardino con una fontana dove si trova refrigerio nelle giornate più calde, secondo il migliore stile arabo. Solo da poco la viva voce del muezzin é stata sostituita dagli altoparlanti, ma la giornata dei cittadini inizia ancora all’ alba svegliati dalla chiamata alla subhl, la prima preghiera del giorno; mentre una voce anonima ripete che ” Allah é grande e Mohammed il suo profeta”, le finestre si illuminano, si prega rapidamente e poi le donne accendono il fuoco.I primi a scendere in strada sono gli akhadam, i discendenti degli schiavi negri ai quali sono affidati i lavori più umili, quando il sole illumina completamente la città, inizia il carosello indescrivibile delle automobili, taxi, furgoni, camioncini e motociclette con il loro uso paranoico del clakson. Gli uomini si recano al lavoro con l’inseparabile jambiah, il pugnale ricurvo che ogni adulto porta alla vita, la testa avvolta nel turbante e gli abiti tradizionali sempre più corredati da capi occidentali.  Con la flemma tipicamente araba si aprono le botteghe e gli uffici, la città si anima dagli antichi quartieri alle zone di più recente costruzione, come la via Abdel Moghini con le sue banche, uffici, poste, agenzie, cinema e condomini residenziali: tutto ciò che é “moderno” a San’a é concentrato in questa zona. La mattinata scorre veloce fino a mezzogiorno quando, dopo la preghiera dello Zuhrll, gli uomini si precipitano al mercato del qat per fare la loro scorta quotidiana di foglie da masticare.  Un pasto veloce, poi gli amici si riuniscono nelle mafraj a masticare il qat e a conversare per gran parte del pomeriggio. Qualsiasi cosa si stia facendo, all’ ora del qat lo Yemen si ferma: lavoratori, commercianti, impiegati, notabli, ministri e lo stesso Presidente, consacrano il pomeriggio alla masticazione delle tenere foglioline vagamente inebrianti che, ormai, condizionano l’ intera vita del paese.

Il qat sembra essere uno dei pochi elementi in comune tra la vita a San’ a e quella nel resto dello Yemen, dove le istanze “moderniste” della capitale non hanno una grande rispondenza. Fino alla riunificazione del Paese e la rivoluzione pacifica voluta dal Presidente, il governo controllava la sola zona compresa tra San’ a, il porto di Hodeydah e Taizz, le altre regioni erano tutte sotto l’autorità del le grandi confederazioni tribali guidate dagli cheick, spesso in contrasto con l’ amministrazione centrale.L’ unità del Paese ha lasciato  alle confederazioni tribali, le più importanti sono la Hashida e la  Bakil che dominano su gran parte delle zone rurali degli altipiani settentrionali; tutti gli abitanti delle montagne sono suddivisi in qabile, unità tribali più o meno grandi le cui caratteristiche sono diverse da quelle del resto d’ Arabia tradizionalmente nomadi.

Gli yemeniti sono da sempre agricoltori sedentari, saldamente legati alla terra e alle tradizioni, ma con caratteristiche culturali diverse dal resto della popolazione arabica tradizionalmente legata al rigore wahhabita che non è mai riuscito a penetrare nel paese di tradizione zeidita e ismaelita, le sette islamiche più ostili all’ ortodossia saudita.Ormai solo tra i villaggi fortificati del nord le donne velate fin da bambine hanno abiti che rivelano  una certa preziosità e una ricerca estetica nelle stoffe e nei colori, inammissibile nella vicina Arabia Saudita e certamente i costumi femminili delle yemenite sono i più belli dell’ intero mondo arabo, purtroppo invece a San’a e nelle maggiori città sono divenute quei tristi fantasmi neri coperti dalla testa ai piedi diffusi nei paesi più integralisti.Gli uomini, soprattutto nel nord e nell’ est, rivelano il loro mai sopito carattere guerriero ostentando, oltre alla jambiah, le armi da fuoco, status symbol degli yemeniti che assicura onore e rispetto.  E’ difficile trovare un adulto che non sia armato di pistola automatica, un fucile o il kalashnikov, da cui non si separa mai, ormai entrato a far parte del costume tradizionale come il turbante shall e la jambiah.  Indubbiamente quello yemenita é il popolo più armato del mondo e non certamente solo per motivi di costume come anche le più recenti vicende storiche e tutta una serie di avvenimenti attuali dimostrano. Prima della riunificazione le armi rappresentavano la vera forza del potere tribale conservatore, ogni cheick poteva radunare centinaia o migliaia di combattenti fedelissimi equipaggiati con le armi leggere più moderne, imbattibili tra le montagne, per esercitare pressioni politiche, risolvere controversie o faide, aumentare il proprio potere: veri e propri armigeri dì feudatari che hanno sostituito i kalashinikov alle alabarde e scimitarre.La tradizione, possiede dappertutto i suoi miti e i suoi simboli, basta uscire di poco dalla capitale e si é a Wadi Dhar, il palazzo nella roccia, uno degli esempi più arditi dell’ architettura reale yemenita costruito su uno sperone roccioso in una gola che stringe una bellissima oasi, era una delle residenze dell’ Imam, l’ultimo sovrano teocratico assolutista della storia, che aveva potere di vita o di morte sui suoi sudditi fino a pochi anni fa. L’ eredità dell’ assolutismo imamico fu raccolta dagli cheick degli altipiani che continuarono ad amministrare i propri territori come satrapi con i loro armìgeri, applicando la loro personalissima interpretazione della legge, esercitando una giustizia senza appello.In molti cheickati del nord e dell’ est non esisteva né polizia né magistratura e un numero variabile di frustate qualche volta è ancora inflitto ai trasgressori, nei villaggi più isolati la mano amputata ad un ladro, la lapidazione per l’ adultera o qualche testa mozzata sono usanze ancora praticate, ma ormai  sostituite da tribunali, ammende e detenzione. Nei villaggi fortificati tra le montagne tutto e molto diverso dalla realtà della capitale, la vita scorre in pieno medioevo scandita dai costumi e le tradizioni, alcune antichissime e risalenti all’ epoca preislamica che nemmeno il fervore coranico é riuscito a sradicare. L’ uso, sebbene limitatissimo, della magìa di origine pagana, la credenza negli spiriti che si perde nella notte dei tempi e altri elementi si sono amalgamati nella tradizione musulmana producendo un sincretismo culturale estremamente originale.Il matrimonio, ad esempio, che é considerato uno dei momenti più importanti della vita, possiede caratteristiche proprie tra le genti degli altipiani, con cerimoniali propiziatori prima della celebrazione e lunghi festeggiamenti dopo che, in una certa misura, appaiono contrastanti con l’ austerità dell’ ortodossia islamica. Una tradizione rurale antichissima che conserva ancora alcune pratiche magiche, come l’ uso di dipingere il volto e le mani dei neonati ponendo loro sul corpo erba di ruta per allontanare gli spiriti jinn apportatori di malattie mentre il Corano condanna ogni credenza in ogni entità sovrannaturale e le pratiche connesse.Cercare di “capire” lo Yemen significa anche tutto ciò: provare ad entrare in un mondo estremamente complesso in gran parte modellato attraverso i secoli dall’ isolamento, dalle caratteristiche ambientali, dall’ eredità di culture antichissime e da avvenimenti storici spesso drammatici.  Un insieme di elementi che ha influenzato parzialmente anche la tradizione islamica che qui ha assunto caratteristiche diverse da altre aree, cosi come pure un certo modo di concepire il potere e l’autorità.La strada che dalla regione di San’ a scende verso quella di Taizz é magnifica: si arrampica tra le montagne il cui colore ocra e spesso contrastato dalle strisce di verde delle coltivazioni a terrazza nei pressi dei villaggi fortificati, veri e propri nidi d’ aquila che dominano le vallate da posizioni imprendibili. Superato il passo di Yislah si incrocia la pista carovaniera che collegava il porto di Hodeydah agli altipiani, poi é un susseguirsi di villaggi in alcuni dei quali, come Mawiahid e Dhàftìar, veri e propri reperti archeologia sono stati utilizzati nella costruzione degli edifici.  Dal passo di Sumarah si raggiunge Ibb, uno dei migliori esempi della architettura classica yemenita, poi si comincia a scendere verso la Valle verde, la regione più fertile del paese, cantata dai poeti arabi, uno dei quali scrisse che gli uccelli danzano di gioia nell’attraversare il cielo per la sua bellezza e ricchezza. Da lontano, i minareti bianchi che si stagliano sul cielo terso di montagna, annunciano Jiblah in un venerdi di preghiera, i fedeli provenienti dai villaggi dei dintorni si recano ad assolvere il loro dovere di buoni credenti nella moschea. All’ esterno compiono le abluzioni rituali, poi entrano e seguono in silenzio la khrituba, il sermone tenuto dal predicatore di turno, quindi iniziano a genuflettersi meccanicamente verso la Mecca recitando sottovoce la fàthia coranica. Al termine della preghiera i vecchi saggi leggono i testi sacri seguiti attentamente dai discepoli della scuola coranica locale, nella moschea di Jiblah niente é cambiato da quando l’ Islam penetrò nella regione fin dal VII secolo e gli antichi arredamenti, i tappeti, gli abiti dei religiosí, l’ intimo rapporto con Allah dei fedeli e l’ atmosfera di religiosa discrezione che dà pace al visitatore.Taizz é la seconda città del paese, i minareti delle antiche moschee Makhdabia, Sharifia e Muzafaria emergono dalla grande distesa di edifici dominati dal djebel Saber e protetti da secoli dalla cittadella di Al Qahirah.  La città é cresciuta negli ultimi anni, era la residenza preferita dell’ Imam Ahmed, il più tenace oppositore di ogni “novità” che proveniva da fuori del suo regno teocratico, ma é anche il centro politico più importante dei progressisti yemeniti, poco distante dal villaggio medioevale di Turbah nelle giornate più chiare si vede il golfo di Aden.Tra Taizz e Manakha si stendono le piantagioni di caffé, di cui per molto tempo lo Yemen fu il maggiore produttore del mondo: fin dal XVIII sec. le grandi carovane di cammelli portavano il prodotto al porto di Mokha sul mar Rosso, dove veniva caricato sulle navi arabe ed europee verso i ricchi mercati occidentali. Fu un lungo periodo florido per le regioni meridionali, il commercio portava anche contatti e scambi culturali con il mondo esterno al quale lo Yemen lentamente si stava aprendo ma poi l’ insostenibile concorrenza delle nuove piantagioni, soprattutto brasiliane, determinò la grande crisi dell’esportazione.La produzione calò enormemente, il porto di Mokha venne abbandonato, diminuirono i commerci, i traffici e gli scambi e anche il sud si rinchiuse in se, rimanendo isolato dai rapporti con l’ esterno per un lunghissimo periodo. Si scende rapidamente dall’ altipiano verso est e la strada si immette in una vasta pianura arida dove si osserva un repentino mutamento ambientale che annuncia la vicinanza del grande deserto arabico,  la popolazione appare diversa dal resto del paese, meno disponibile a rapporti con glì stranieri, abituata da millenni a convivere con un ambiente grandioso e “difficile”, ai grandi spazi e al silenzio rotto solo dal vento che trasporta la sabbia modellando continuamente le dune del deserto.La strada termina a Marib che, come tutti gli insediamenti umani ai margini di grandi ambienti ostili, appare come una cittadina di “frontiera” dove tutto é condizionato dalle caratteristiche naturali con ritmi e modi di vita conseguenti.La luce abbacinante del sole si riflette sugli edifici, alcuni dei quali diroccati dopo un terremoto e mai restaurati, poche persone sulla strada, gli uomini armatí, e vi é l’ impressione della mancanza di ogni attività, quasi di una città morta, in netto contrasto con l’ animazione dei centri urbanì in altre regioni del paese.La pista del deserto conduce alle rovine dell’antica capitale sabea, i fuoristrada cominciano ad arrancare sulla pista dove la luce é quasi insopportabile e la sabbia penetra dappertutto, qualche tenda di beduini accampati provvisoriamente vicino ai pozzi rompe l’uniformità del tipico paesaggio desertico. Si attraversano gli wadi asciutti da secoli dove il perfetto sistema idrico dell’ antica Marib riusciva a convogliare le scarsissime acque piovane per l’ irrigazione dei campi, dando la vita alla regione fin dal I millennio a.C..Un’ area recinta racchiude alcune imponenti colonne quadrangolari che emergono dalle dune, appartenenti al leggendario tempio della “regina di Saba”.Assieme alle rovine della grande diga, capolavoro di ingegneria idrica dell’ antichità, sono gli unici resti scavati a Marib e le sabbie che si perdono all’ orizzonte racchiudono uno dei più vasti e ricchi siti archeologia del medio oriente che attende di essere aperto al mondo.Un tesoro contenuto nello scrigno prezioso del deserto che si stende magnifico nella sua suggestione millenaria dall’ antica capitale sabea al golfo di Aden, dove ancora incrociano le carovane dei beduini sul tratto più meridionale della Via dell’ Incenso.Sull’ antica carovaniera spuntano villaggi, dove il tempo si è fermato a quell’ epoca come incantesimo della storia, poi fantastiche città che si annunciano con case alte come torri preziosamente decorate che hanno resistito per secoli al clima e alla storia, sembrano uscite da miniature arabe che illustravano le immaginarie mirabilia medioevali.In questa armonia di natura e architettura che è lo Yemen meridionale nasceva la leggendaria Via dell’ Incenso che andava a congiungersi all’ altrettanto leggendaria Via delle Spezie. Nei porti della costa tra Aden e il Dharfur, e più importanti vie commerciali dall’ antichità al medioevo si incrociavano e fecero dello Yemen l’ Arabia Felix e il Paese delle Mille e una Notte.La costa si allunga a nord verso l’ Oman per centinaia di chilometri di baie e splendide spiagge bordate di palme alternate a rocce che racchiudono come scrigni piccole insenature nascoste e solitarie affacciate sugli splendidi riflessi di cobalto e turchese dell’ Oceano Indiano e solo qui può terminare un affascinante viaggio a ritroso nel tempo sulla Via dell’ Incenso, in questo Paese dove il dominio della natura è completo e incontrastato e la sagoma antica di qualche dhown incrocia lo sguardo che si perde al tramonto sull’ oceano.

Da Paolo del papa:

Yemen, Seminario Archeo, Firenze, 1985
Yemen, Ed.Altromondo, Firenze, 1985
Yemen, Geomundo, Mexico, 1998
La Via dell’ Incenso , L’ Universo,Firenze, 1988
Il sistema carovaniero arabico, Igm,Firenze, 1988

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