Tuareg: popolo nomade del deserto

Tuareg: popolo nomade del deserto


Gli antichi signori del deserto, cultura e tradizioni dei Tuareg, seguendo la storia di un popolo che scompare

Un antico proverbio dei Tuareg riassume la filosofia di questo popolo nomade del deserto legato nella fierezza di secolari tradizioni, travolto da una storia che non gli appartiene e che, come altri nel resto del mondo, ho cercato di conoscere e capire viaggiando nei loro territori, sulle piste tracciate dal Sahara al Sahel, incontrandone le ultime carovane, i campi di quelli tenacemente rimasti nomadi, i villaggi sperduti di coloro che hanno dovuto lasciare quel continuo vagare libero ed indipendente tra carestie e conflitti.

"Il cielo che porta sole e terra e luna e stelle, è fiero di portarle. Come lui, il cielo, sii tu fiero di portare la tua vita"

Sulle antiche piste carovaniere del popolo Tuareg

Venendo dalla Tunisia oltre la “terra delle palme” el Djerid ad ovest si va per l’Algeria dove si inseguono le dune dell’Erg e iniziano le antiche piste carovaniere del Sahara dominate per secoli dai Tuareg, qui la loro tribù degli Ajjer fondò il centro Djanet dopo aver popolato la regione desertica dell’Illizi ove si apre il Tassili dalle rocce che custodiscono antichi capolavori dell’arte rupestre come nel libico vicino Acacus. Fu territorio preistorico dei probabili antenati Garamanti, al II millennio appartengono le raffigurazioni di guerrieri detti libyens rinvenute anche nell’Aïr nigerino ad ovest del Tènèrè e nelle scure rocce dell’Iforhas ai margini meridionali del Tanezrouft. Allo stesso periodo risalgono le tracce di scrittura in berbero arcaico Tifinagh utilizzata nel Tamacheq parlato ancora dai Tuareg discendenti di quelle popolazioni.

Per secoli hanno dominato le carovaniere da Adrar che passavano per In Salah e giungevano nella meridionale Tamanrasset ove incrociavano le vie del sud, ad est per la nigerina Agadez, ad ovest per la maliana Gao adagiata lungo il Niger. Una usciva dall’Ahaggar ad est tra le dune dell’Admer verso il vasto Tènèrè che si stende tra i massicci dell’Aïr nigerino e del ciadiano Tibesti, un’altra era la carovaniera del sale Azalai tra la sperduta oasi di Bilma e l’antico centro di Agadez, un’altra ancora per il territorio dei Tebu tra il massiccio del Tibesti e l’altipiano di Ennedi traversando il territorio del Ciad. Dall’oasi di Adrar nella regione del Tuat si scende per l’immensa pianura del Tanezrouft dove passava quell’antichissima Via dei carri, oltre il confine maliano, e da Tessalit una pista a ovest porta alle saline di Taoudenni, l’altra a sud est arriva a Kidal e di qui a Gao nella “terra dei neri” Bilad as-Sudan ove scorre il Niger.

Tutto il territorio settentrionale del Mali per secoli è stato dominato dai Tuareg, da sempre fiero popolo nomade, che qui si trovano nelle tribu degli Ifoghas più a nord e in quella Adagh saheliana della grande confederazione Iwellemmedan; ne ricordo gli accampamenti tra il Sahara meridionale e il Sahel seguendone le carovane verso i mercati sul Niger.

Erano i signori dell’Azawad, che va dalla regione a nord della città di Gao e il limitrofo territorio della leggendaria Timbuctu, e come gran parte di questo paese anch’essa colpita dagli islamici criminali jihadisti. Di quel territorio hanno reclamato l’indipendenza con il Movimento per la sua liberazione chiamato n’Azawad alleato inizialmente con gli islamici Iyad il gruppo Ansar, poi in contrasto con questi jihadisti sono giunti ad un accordo di pace, ma ancora si strascicano le violenze e devastazioni della guerra che ha sconvolto questo Mali come lo si trova.

Anche venendo dalla Mauritania seguendo la sahariana via dell’ovest, oltre l’antica Oualata una carovaniera continua a sud laddove il desertico Sahara si trasforma nell’arido Sahel per giungere nel senegalese Ferlo popolato dai nomadi Pehul, discendenti da quei Fulani islamizzati in secolare conflitto con i vicini Tuareg e come loro ridotti a vagare con scarso bestiame flagellato dalla siccità nel ricordo di antiche gesta guerriere narrate dai cantastorie griot erranti, così come altri nemici dei Tuareg furono i fieri Toucouleurs anch’essi travolti dalla decadenza delle antiche rotte carovaniere e nelle antiche storie del deserto tra i poveri villaggi di neri Soninke si ricordano le razzie degli Uomini Blu.

Un’altra carovaniera procedeva ad est in Mali verso quello che i Tuareg chiamano Ghir-N-Igherien e tutti gli altri Fiume dei Neri Niger.

Oltre l’estremità meridionale della Tunisia l’altro territorio dei Tuareg si stendeva nell’immenso deserto della Libia da quella che un tempo era l’oasi sperduta di Gadames per il sahariano Fezzan che ha svelato anche qui quell’arte incisa e dipinta fin dalla preistoria nel vasto sito che s’apre tra le rocce dell’Acacus dove erano loro a guidare nei vari percorsi per accedervi prima che questo paese venisse sconvolta dalla guerra e dai criminali islamici dell’Isis, così come erano i locali Tuareg a guidare le traversate da qui a Ghat da dove cercare l’oasi di Ubari e nei pressi gli splendidi laghi dalle suggestive immagini che emergono come miraggi dalle dune.

Sempre loro dal Fezzan indicavano l’impegnativa via del Tibesti.

Ricordo quelle vie, seguendo antiche rotte nel Sahara ove era sempre indispensabile la guida Tuareg sulle loro antiche carovaniere e anche qui rimane rimpianto e rabbia per l’impossibilità di praticarle ancora, sconvolte dalla criminale follia islamica anche in questa parte del mondo e non rimane altro che raccontare com’era.

Tuareg:  le origini dei signori del deserto

Per secoli ha dominato i territori più inospitali tra il Sahara e l’arida distesa del Sahel che si stende dall’Algeria e la vicina Libia fino al meridionale Mali ove scorre il Niger, un popolo la cui storia si confonde con la leggenda, le origini incerte sono avvolte nel mistero di antichi miti sfumati dal tempo, ma la memoria delle tradizioni risale alle sponde del Mediterraneo o forse dal vicino Oriente, quando grandi tribù di guerrieri nomadi bianchi arrivarono in epoche remote e migrarono nel deserto.

Discendono dagli antichi berberi della grande stirpe dei Sanhagia che popolarono il Nordafrica spartendosi il dominio con i Garamanti e i bellicosi invasori Mashuash che presero le colonie libiche dell’Egitto, e forse parteciparono alle spedizioni sul Niger attraverso il deserto sull’antica Via dei carri fin dal primo millennio a.C., raccontate dai graffiti e dipinti rupestri dell’antico Sahara.

Mentre le altre tribù berbere erano diventate sedentarie popolando il nord dalla Tunisia all’occidentale territorio del Marocco, essi continuarono il loro nomadismo guerriero e nel primo (I) secolo della nostra era si spostarono più a sud occupando diverse regioni abitate da altre popolazioni che travolsero e sottomisero. Nel settimo (VII) secolo raggiunsero il Sahel e spinsero le popolazioni nere verso il bacino del Niger, imponendo il loro bellicoso dominio nel vastissimo territorio tra il deserto e il grande fiume africano, scontrandosi per secoli con le altre popolazioni nomadi, una storia di guerre, razzie e leggendarie incursioni nel Paese dei Neri.

Gli invasori arabi omayyadi li conobbero come “Sanhagia velati” Mulethleimin che dominarono parte dell’antico regno Ghana esteso dal sud est della Mauritania al meridionale territorio del Mali con il potente re Tankamamin e le leggende delle popolazioni nere lo confermano con miti di guerrieri bianchi venuti dal nord che fondarono le prime dinastie di alcuni dei loro regni saheliani.

Lo spirito guerriero della tribù africana

Tra storia e leggenda gli antenati dei Tuareg dominarono l’immensa regione e ne divennero i temibili predoni attaccando le carovane o organizzandone di proprie Azalai per il commercio di sale dal Maghreb meridionale al Niger, trattando oro e schiavi neri con le tribù berbere e gli arabi del nord.

Lo spirito guerriero non era esercitato solo per conquiste e saccheggi, ma è parte di una cultura profondamente radicata in questo popolo che doveva dimostrare a tutti gli altri la temibile bellicosità che sfidava ogni ostacolo o minaccia, come avvenne con i tradizionali nemici Tebu con i quali si contesero il dominio di vaste zone sahariane, una storia di epici scontri, razzie e violenza, ma anche un nobile spirito di onore guerriero che, come cavalieri erranti nelle immensità del deserto, rese leggendarie le gesta dei Tuareg nelle tradizioni.

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Touareg: popolo guerriero

Quando l’arroganza coloniale pretese di sottometterli come le altre popolazioni, le confederazioni si riunirono e contrastarono i francesi in decenni di furiosi scontri e battaglie come quella di Tit nel 1902 che insanguinarono l’Algeria e il territorio sahariano fino alla loro inevitabile capitolazione, ma mai avversario fu più tenace nell’ostacolare l’avanzata coloniale.

Ne sono rimasti circa 400.000 quattrocentomila tra varie zone dell’antico territorio dalle quale prendono il nome come confederazioni tribali, come l’Ahaggar che popola l’omonimo massiccio, Ajjer tra i territori algerini e libici, Ayr nella regione nigerina, gli Ifoghas in quella maliana settentrionale e altre minori, divise in tribù nobili Imacheck che si distinguono tradizionalmente per il turbante tinto di indaco nero e quelle vassalle Imgad dal turbante bianco o celeste, entrambe dirette dall’Amenokal eletto dai capi clan.

Società e tradizione dei Tuareg

La società è regolata da antiche leggi tradizionali che la divide in cinque caste al cui vertice c’è quella dei guerrieri nobili che disprezzano ogni forma di lavoro, poi quella di coloro che curano il bestiame sempre usi alle armi, quindi i mercanti e gli abili carovanieri, gli artigiani e infine i discendenti degli schiavi neri razziati nel sud che continuano ad essere i servi e a volte appaiono come scudieri degli antichi “meharisti” nobili che vagano nel deserto con la tradizionale spada “katuba” in cerca di avventure ed onore dimenticati dalla storia.

Abili mercanti e carovanieri del deserto

Terminata l’epoca delle razzie e le incursioni nei centri carovanieri e i villaggi neri del sud, gli interminabili conflitti con le altre tribù, i Tuareg divennero i protagonisti del traffico carovaniero nel Sahara del quale da secoli conoscevano ogni segreto, gli unici a saper seguire tutte le antiche piste che lo attraversavano e a cercarne quelle secondarie, le deviazioni, le scorciatoie i passaggi tra le dune degli immensi erg che nessuno sapeva sfidare.

I mercanti arabi del nord, che a lungo ne avevano subiti gli attacchi e le incursioni, affidarono agli esperti Tuareg la guida delle loro carovane che erano anche preservate dall’attacco dei loro confratelli predoni.

Le carovane Azalai divennero leggenda, alcune procedevano lentamente con migliaia di dromedari sulle piste del Tènèrè sabbioso e del pietroso Tanezrouft, sulla rotta che partiva dai margini meridionali del Marocco ove erano e le saline di Sigilmassa con gli enormi carichi di sale per i mercati sul Niger e le antiche città del Mali, prezioso come l’oro per i neri di El-Sudan e scambiato con le merci africane più richieste dai mercati arabi.

Le donne Tuareg

Secoli di contatti con berberi sedentari ed arabi non hanno mutato l’antica tradizione, sopravvissuta con le sue regole che la conversione islamica non è riuscita a scalfire, rimane il misterioso mondo degli spiriti e la magia è più importante delle leggi coraniche che la rifiutano, così come la vita è scandita da codici ben più antichi di quelli islamici.

Le donne Tuareg ostentano fieramente i volti scoperti che non hanno mai conosciuto veli né sottomissioni, una grazia superba e maliziosa nella grande libertà in ogni attività, compreso il sesso scegliendo gli uomini che vuole e quanti ne vuole.

turbante tuareg

Turbante Tuareg

Anche dopo il matrimonio continua ad essere libera e indipendente, amministra i beni della famiglia, alleva i figli e cura anche le attività più pesanti, ma se vuole accompagnarsi ad altri nessuno lo troverebbe strano.

L’ombra dell’Islam: tradizioni per nulla scalfite da influenze religiose

Tradizioni, miti, leggende e magia sono il vero fondamento della società Tuareg che né il rigore islamico né nessuna altra influenza religiosa o sociale ha potuto intaccare, antiche superstizioni impongono di portare amuleti nei piccoli astucci di cuoio appesi al collo, particolari atteggiamenti quotidiani hanno il loro significato magico, tabù nei comportamenti e nel cibo, come quello di aborrire il pesce, preservano da influenze maligne, esorcismi solitari allontanano gli spiriti malvagi che attentano l’esistenza nel deserto.

Gli uomini avvolgono il volto tutta la vita con il Tagelmust per impedire con quel velo ai flussi malefici di penetrare in loro dalla bocca o farsi rapire l’anima dalle pratiche magiche dei malvagi, lo scoprono solo ai compagni più intimi, mai in presenza di altri o della stessa moglie e guardano il resto del mondo con gli occhi scoperti dai veli d’indaco, come a filtrare ciò che non comprendono ed è lontano dagli immutabili cicli del deserto e la tradizione.

Il mito dei Tuareg: gli uomini blu

Sono per questo gli Uomini blu del deserto che, dopo l’epoca delle guerre e le razzie e la fine anche quella delle carovane, non si sono piegati alla disprezzabile sedentarietà, si sono isolati nel silenzio degli antichi territori, odiati e perseguitati dalle popolazioni che per secoli ne subirono il dominio e che hanno preso il potere negli stati che si sono divisi il territorio dopo il periodo coloniale.

Vendette di antiche sopraffazioni con nuovi soprusi che hanno risvegliato lo spirito guerriero dei Tuareg più indomabili che hanno cominciato una guerra lontana e dimenticata contro tutti fino alla rivolta reclamando un loro stato indipendente nell’Azawad seguita dalla guerra che ha sconvolto il Mali, più a nord l’altra disastrosa guerra che ha devastato la Libia, Insurrezioni di natura islamica in nordafrica alimentate da Al-Qaida che ha disseminato il terrore e poi anche qui l’espansione dell’Isis con le sue bande criminali dalle perverse alleanze che non tollerano un popolo libero.

Forse tutto ciò finirà per annientarli, ma con l’onore dei nobili Imachek, ma onore, sortilegi ed esorcismi tramandati per generazioni di fieri nomadi del deserto, non hanno arginato una storia che ha travolto i discendenti dei mitici bianchi del nord che penetrarono l’immenso vuoto del Sahara e ne divennero i signori, attendono la loro fine e i volti coperti degli antichi Mulethleimin non impediranno il rapimento delle loro anime.

Li ricordo seguendoli negli ultimi Azalai e poi li ho ritrovati a vagare come fantasmi senza tempo sulle antiche piste abbandonate dalle carovane e si spengono come memorie delle antiche leggende, nel silenzio rotto solo dai venti del deserto verso il Sahel dove languono di orgogliosa miseria nella tristezza di un mondo arcaico perso nella storia.

© Paolo Del Papa

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