Etiopia

Etiopia


Attraverso l’ Etiopia dall’ antica civiltà di Axum, i siti e monasteri copti, popoli e tradizioni, dagli altipiani alle tribù meridionali.

Storia millenaria

La geografia e la cartografia medioevale collocò a lungo il leggendario regno cristiano del prete Johannes in oriente, poi nello sconosciuto territorio africano dove fu fondato il regno etiopico di Axum, il più antico  mito raccontava che  la biblica Regina di Saba Bilquis, che regnava nell’ antica Arabia meridionale sulla carovaniera Via dell’incenso, donò al re  Salomone oro, pietre preziose e spezie provenienti dai ricchissimi paesi della costa africana  si collegava alla leggendaria  Via delle Spezie verso l’ Asia orientale. Quel potente Regno  che aveva la sua capitale ad Axum era sorto  monti etiopici settentrionali fin dal IV secolo prima dell’ era cristiana, ma con essa fiorì quando il sovrano Ezanà fu convertito dal vescovo Frumenzio fondatore della Chiesa etiope nel IV secolo. Dominando un vasto territorio che s’ espandeva ad oriente in Yemen, l’ antica Arabia, la sabea Arabia Felix e l’ omanita Dhofar, a nord sulla Nubia sudanese fino all’ Egitto meridionale, ne restano iscrizioni e documenti redatti nell’ alfabeto ge’ez e dopo la conversione le  magnifiche chiese e monumenti di Lalibela . Nel VI secolo dopo il sovrano Kaleb  iniziò a decadere e nel X secolo venne invaco dalle armate della regina ebrea Judith, da qualcuno identificata con la somala Arawelo o la potente Furra di stirpe Sidama , la dinastia Axumita l’ antico impero furono annientati e poco si sa di quel periodo fino alla dinastia  Zaguè restauratrice dell’ arte  religiosa cristana che fiorì con il sovrano Gebre all’ inizio del XIII secolo e deposta da Yekuno Amlak nel 1270, fondatore della successiva dinastia Salomonide che ha regnato nel resto della storia etiopica, arricchendo il patrimonio della sua arte medioevale.

Gli arabi nel periodo shirazi commerciavano con quelle coste fondando  centri e città, nel IX secolo il cronista Ya’qubi descrisse l’ Abascia e successivamente il geografo Hawqal continuò a chiamare così il paese ove era l’ Etiopia, raccontando che quell’ impero cristiano dominava la costa fino alla somala Zeila e il litorale dello Yemen. Da quando  Vasco da Gama aveva doppiato l’ estremità del  Sudafrica e aperto la rotta europea per la Via delle Spezie, i portoghesi  risalivano le coste orientali del continente sfatando il mito del sovrano che regnava sui i territori africani e indiani che l’antica  geografia tolemaica e gli inizi  della cartografia medievale credevano uniti.  In conflitto con l’ Egitto ottomano e i sultanati dello Yemen, nel 1508 l’ammiraglio Albuquerque chiese l’alleanza del sovrano etiopico  Na’od, poi i portoghesi capirono che il regno del successore Denghèl non era così potente, minacciato dai musulmani  del somalo sultanato di Adal che lo invasero. Furono inviati i capitani Estevao e il fratello Cristoval  figli di da Gama che rimisero   sul trono il Negus Claudio.  La fortezza Fasil del successore Fàsiladas nella capitale Gondar divenne il simbolo del nuovo regno con la  presenza dei  portoghesi, i viaggi e le esplorazioni dei primi europei oltre ai  gesuiti e nel 1613  Pedro Pàez nella sua opera di missionario  raggiunse le sorgenti del  Nilo blu, ma le sue notizie furono dimenticate fino a quando lo scozzese James Bruce nel 1770 giunse a  Gondar capitale dell’ Impero etiopico, scoprì  che dalle cascate del lago Tana nasce un fiume scorrendo a valle  dove si allarga in quel tratto del Nilo che fu chiamato  Azzurro. Erano stati svelati gli ultimi misteri d’ Etiopia e intanto quell’  Impero viveva la sua Era dei Principi Zemene Mesafint con i vari signori Ras in conflitto tra loro fino alla salita al trono di Giovanni IV nel 1871,  gran parte del teritorio interno e meridionale rimaneva sconosciuto e il missionario italiano Guglielmo Massaia ne fu primo grande protagonista dell’ esplorazione. Dopo di lui  l’ italica  Societa Geografica iniziò le sue esplorazioni in quella che poi divenne l’ Africa orientale italiana proseguite sotto il regno di   Menelik II  salito al trono nel 1889, poi  Vittorio Bottego esplorò il corso del  fiume Omo  negli inesplorati territori popolati da nilocamiti.

Se la coloniale guerra eritrea  con l’ assedio di Saati 1887 e la battaglia di Dogali ebbe qualche successo, la successiva in  Abissinia durata un anno dal 1895 fu disastrosa dall’ assedio di Macallè  alle sconfitte nella battaglia dell’ Amba Alagi e quella di  Adua. Solo molto più tardi con la sanguinaria guerra fascista nel 1936 fu proclamata la colonia italiana d’ Etiopia che si affiancò a quella della Somalia nel dominio dell’ italica  Africa Orientale. Dopo il periodo coloniale riprese il potere il negus Hailè Selassiè fino al 1974 quando Menghistu lo spodestò trasformando l’ impero etiopico  In repubblica e instaurando un  regime di terrore con il paese devastato da una tremenda carestia a metà degli anni ottanta. A quel periodo risale il mio primo viaggio  e mentre infuriava la guerra per l’ indipendenza dell’ Eritrea, poi anche Menghistu è stato detronizzato dal Fronte democratico Etiopico  con la coalizione del  Movimento Amhara e di Liberazione del Tigrè  alleati con l’  Organizzazione Oromo e dei popoli del  Sud vincitori  nel 1995 nominando Gidada presidente con primo ministro Meles Zenawi .

Tigrai e Dancalia

Il settentrionale Tigrè nella regione Tigrai è popolata dagli omonimi agricoltori Tigrini con una propria lingua anch’ essi cristiani di fede copta  appartenenti alla Chiesa etiope,  qui si trova Axum  antica capitale dell’ omonimo Regno che ha lasciato a Dungur i più antichi resti, la   Cattedrale consacrata a MarIa Sion sorta sulla prima chiesa cristiana fondata dal sovrano  Ezanà nel IV secolo dopo la su conversione ispirata dal vescovo  Frumenzio. Da qui si raggiunge il monastero fortificato di Debre Damo sorto nel VI secolo,  passando per Adua si arriva al vicino  Abba Garima ove sono conservati tra i più antichi manoscritti evangelici miniati e attorno a Macallè dalle grandiose chiese rupestri, il monastero  suggestivo di Debre Damo. Proseguendo nel Tigrai  si può partire da  Adigrat  per la  regione Misraqawi  orientale ove  tra Atsbi e la cittadina di Hawzen si trovano le chiese rupestri di Gheralta  con la più antica Abuna Abraham Debre Tsion, le medioevali Yohannes Maikudi e Debre Maryam Korkor decorate da  raffinati  affreschi del XVII secolo, la suggestiva Abuna Yemat scavata in un alto pinnacolo arenaria  accessibile  arrampicandosi  per uno stretto sentiero a strapiombo.

Scendendo ad est si apre la regione in gran parte occupata dai bassopiani desertici della depressione di Afar  traversata dalla catena vulcanica  Erta Ale che si estende a sud fino alla costiera Assab, una delle culle del genere umano ove sono stati rinvenuti i resti di Lucy  femminile ominide Australopithecus e tra i più antichi  fossili di Homo sapiens. Abitata dal  popolo dei bellicosi Afar che  nel XVIII secolo si riunirono nel sultanato di Awsa, nel vasto territorio oltre il vulcano Dallol si stende l’ allucinate suggestione del  deserto verso la Dancalia. Cromatismi unici con i le vaste saline dal bianco abbacinante che contrasta tra l’ altipiano giallo ed ocra il blu intenso del cielo e le carovane sopravvissute dalle tante che da secoli trasportano quel sale su antiche piste incrociate dagli Afar nomadi Danakli dalle tradizioni guerriere e predatorie che assicuro essere ancora rischioso incontrare.

Amhara

Dall’ antico regno di  Axum discende il popolo Amhara definito per coloro che parlano amarico abitanti le regioni centrali dell’ altipiano e che iniziarono il loro dominio con la decadenza axumita protagonisti dell’  Impero etiopico quali depositari della dinastia Salomonide che il libro Kebra Nagast fa risalire al fondatore Menelik, mitico figlio del biblico Salomone e la leggendaria Regina sabea Bilquis che regnava sull’ antica Arabia, un mito poi diffuso nella tradizione di molti popoli nilocamiti. Nel XIX secolo con il Negus imperatore  Menelik II  e la sua  aristocrazia dello Scioa, come venne chiamata la regione del Sawa, Il potere dell’ etnia del popolo Amhara fu predominante fino a tutto il regno di Hailè Selassiè poi detronizzato da Menghistu nel 1974 con il colpo di stato instaurando il regime di terrore nell’ordinamento  Derg fino al crollo nel 1991, intanto dopo una lunga e sanguinosa guerra il territorio dell’ Eritrea ottenne la sua  indipendenza.

Verso i monti Semien dominati dal maestoso Dascian, si stende il suggestivo  territorio ove è sorto l’ omonimo parco, oltre a varie specie di piante e fauna vi sopravvivono gli ultimi esemplari del babbuino  etiopico, il lupo abissino e lo  stambecco del Semien o capra walie. Seguendo il fiume Angereb si trova l’ antica città  imperiale di Gondar ove troneggia il castello Fasil Ghebbi residenza imperiale nel XVI secolo ampliata in quello successivo dal sovrano Fàsiladas,  attorno alla sontuosa piscina ove si celebra la  festa dell’ epifania ortodossa Timkat e i fedeli pregano nel monastero Debre Birhan. Lasciando gli antichi fasti di Gondar nella regione si incontrano i villaggi rimasti degli  ebrei etiopici Falasha che ricordo ancora  emarginati dal regime di Menghistu e minacciati dalla grande carestia degli anni ottanta,  molti migrarono in Sudan oppresso da un peggiore regime islamico e così il governo israeliano  decise un’ epico salvataggio con ponti aerei chiamati Mosè  nel 1984 e  Salomone durata fino al 1991, ma sembra che anche lì siano discriminati e dalla difficile integrazione, mentre in questo paese le carestie ancora continuano.

Nella regione che prende nome dal popolo Amhara giunsero i primi europei fin dal XVI secolo, ma fu solo alla fine del settecento che lo scozzese James Bruce svelò uno di quei misteri etiopici sulle origini di quel corso del Nilo che l’ attraversa e la prima volta che sono venuto da queste parti ho cercato di ripercorrerne l’ itinerario descritto nel suo Travel to Discover the Source of the Nile. Partito da Gondar scoprì che  la sorgente del basso Abay non era quella che cercava, continuò  per il lago Tana e le sue cascate   che precipitano in un suggestivo ambiente  continuando in un fiume che scorre a valle allargandosi  il quel tratto nilotico chiamato Azzurro . Seguendone l’ itinerario dal magnifico Tana  e sue cascate Tis Issat , navigando da Bahar Dar  si ritrova la suggestione del lago  e le varie  isole  con gli  antichi monasteri  scrigni dell’ arte copta etiope. Visitando quei  monasteri si trovano i più affascinanti sull’ isola di Dek e la vicina  Daga con l’antica chiesa Estifanos.

Qui come altrove  l’ architettura e la sua arte religiosa si esprime nelle chiese e monasteri copti ricchi di icone come nella città  santa di Lalibela fondata dal sovrano Gebre Mesqel della medioevale Dinastia Zaguè ove si trovano le  chiese  rupestri monolitiche uniche al mondo, un  parimonio  formato da undici chiese rupestri scavate nella roccia tufacea vulcanica rosata collegate fra loro da cunicoli,   divise tra nord e sud in sud separate tra loro da un canale che rappresenta il fiume Giordano, a parte c’è la chiesa consacrata a San Giorgio Bete Giyorgis Nel gruppo settentrionale si trova Biet Medhani del Redentore è la chiesa monolitica più grande e alta del mondo con ventotto colonne interne che la dividono in cinque navate, sulle  finestre si trova la svastica  come simbolo solare. La chiesa consacrata alla Madonna Bete Maryam è la più decorata da magnifici affreschi. Ad est si trova Bete Meskel, più oltre  le cappelle Danaghel delle vergini martiri,  Bete Mikaèl consacrata all’arcangelo Michele, mentre la Bete Golgota che racchiude la cappella di Sellassie è  vietata alle donne, Abba Libanos dedicata all’ omonimo abuna, Mercoreus all’ apostolo Marco. Continuando la casa di Emanuel Bet Amanuel  la residenza degli angeli Gabriel Rufael , il luogo della Natività  Biete Lehem e quello del monte Sinai Debre Sina. Più distanti il monastero Asheton  e la chiesa  nella grotta di Yemrehana.

Ai piedi del monte Entoto sui duemila metri si stende la capitale  Addis Abeba fondata da  Menelik II ove sua moglie Taitù Batù fece edificare il  Palazzo come residenza imperiale  nel 1886, spostata poi in quello di  Guenete Leul nel 1932 dal successore Hailè Selassiè che tornato al potere dopo la colonia  italiana la trasferì nel 1955 costruendo il palazzo Nazionale  divenuto poi residenza dei presidenti etiopici.  Dopo la conquista fascista divenne capitale della colonia italiana e nel 1938 con il governatore Siniscalchi venne  ampliata da un nuovo grande piano urbano che ha modificato la città che si vedeva prima dei più recenti quartieri. Come centro della Chiesa ortodossa di liturgia etiopica lo ricordano la Cattedrale consacrata alla Trinità  Kidist Selassiè ampliata dall’  Imperatrice Zauditù nel 1928, percorrendo la Churchill Road si trova quella di S.Giorgio affrescata dal’artista etiope  Tekle. L’ orgoglio anticoloniale è simboleggiato dal monumento al Leone di Giuda, la statua equestre di Menelik II, l’obelisco Meyazia che ricorda la liberazione dal colonialismo e l’ altro Yekatit che onora le vittime della Strage compiuta dai fascisti di Graziani  nel 1937 dopo il suo attentato. La storia più recente la si trova nell’  Africa Hall e il palazzo dell’ Unione africana, quando vi arrivai la prima volta ritratti e insegne del regime del dittatore  Menghistu erano dappertutto, sono stati rimossi , ma da allora poco è cambiato salvo la  speculazione edilizia e baraccopoli con discariche che sommergono gli slum come a Koshe .

Nell’ orientale regione omonima si trova l’ antica città di  Harar fondata nell’ VIII secolo, conquistata da Ahmad Ibrahim nel XVI secolo fu nel regno di Adal  islamico e il sultano successore  Nur Mujahid la cinse di mura come appare la fortificata Jugol . Presa nel 1887 da  Menelik II è rimasta sempre una città islamica con le sue moschee, palazzi e i suq tra le vie animate, poi da Harar si raggiunge il parco Babile ove sopravvivono gli ultimi elefanti etiopici  e il monte  Kondudo popolato dagli africani cavalli selvatici in estizione.

Oromia

Lasciando la regione Amhara passando per Debre Berhan e  si scende nell’ Oromia trovando il monastero di  Debra Libanos, la vasta regione centro meridionale è popolata da agricoltori e allevatori  migrati  dal XVI secolo tra i monti Bale, le regioni del Guji e il vicino Borena , temibili guerrieri bellicosi e pagani  era il  paese dei Galla esplorato dal missionario italiano Massaia, poligami e dalla società regolata da un complesso sistema di classi di età  Gadaa ove per il passaggio alla superiore  sono previsti  diverse prove e riti con le cerimonie  Abba Gadaa.  Costumi simili per parte della  confederazione di popoli  definita  Oromo dalla comune lingua con variazioni locali divisi in duecento  tribù e clan, alcune prendono nome dalla regione di Babille verso il confine somalo dove vivono, più ad ovest i Wollo di antiche tradizioni cristiane come i Tulama della stessa stirpe dei  Macha, mentre i Qallu somali e i Werji tra i primi islamizzati hanno convertito i vicini Argobba e altre popolazioni come gli Hararghe, gli allevatori Karrayou, Gran parte delle tribù claniche degli Arsi,  parte dei Barentu che hanno abbandonato le antiche tradizioni conservate dai loro simili  Yejju e il numeroso popolo Borana, a sud i nomadi Orma  da tempo islamizzati e i Gabra che  si spostano attraverso il deserto di Chalbi per la regione kenyota Turkana. A sud ovest il territorio Gambella  confina con il Sudan come la regione che arriva al kenyota  Lago che prende nome dai Turkana, abitato da sempre dai popoli nilocamiti allevatori nomadi o seminomadi di antica stirpe guerriera che conservano costumi e religione tradizionale.

Tra le tribù dell’ Omo

Oltre i monti dominati del massiccio Gughe si scende attraversando il territorio  che scende nella savana

del meridionale del Mago e il limitrofo Omo attraversato dall’ omonimo fiume accolgono varie specie di uccelli,  mandrie di bufali e altri erbivori come orici beisa, kudù le grandi antilopi  eland, più raramente le  giraffe ed esemplari di elefanti, predatori come iene , alcuni leopardi e gli ultimi leoni etiopici.

Partendo dal Gibe si trova Il popolo in gran parte cristianizzato dei Sidama che un tempo con il loro regno di

Garo dominavano il Kaffa, proseguendo tra Chencha e la cittadina di  Arba Minch si incontrano i villaggi dei Dorze, a suddel fiume  Awash e oltre il territorio montuoso di Bale l’ intera regione è popolata da nilocamiti di lingua oromonica un tempo bellicosi, che ho ritrovato seguendo gli itinerari di Vittorio Bottego e  non molto sembrava cambiato in quegli ambienti naturali ove ancora sopravvivevano le più isolate tribù etiopiche.

I Borana  lo popolano fino al lago  Chew Bahir un tempo battezzato Stefania,  seminomadi si muovono con le mandrie vivendo in piccole capanne a cupola si rami e canne con argilla che smontano per portarle nelle transumanze.  Divisi in tribù e villaggi di famiglie con vincoli clanici, come gli altri popoli Oromo si dividono in classi si età Gadaa accedendo a quelle superiori con prove e ritualità, in armonia tra loro, ma bellicosi ed aggressivi con gli estranei giacchè tradizionalmente l’ onore e il rango di guerriero si otteneva uccidendo chi si considerava nemico per divenire un vero uomo Diira e per provarlo occorreva esibirne i genitali recisi, solo così potevano decorarsi con ocra rossa, mettere orecchini, bracciali e quanto distingue i guerrieri.

Verso il più meridionale  Debub , tra le varie le tribù  del popolo Hammer sono le  più numerose, chiamati anche Hamar  oltre ai villaggi tra i rilievi ad est dell’Omo, li si trovano nei mercati settimanali a Dimeka e  l’ animato di Turmi con le donne dai capelli  impastati di ocra  rossa, vestite con succinte pelli, decorate con bracciali ed  ed anelli al collo, gli uomini dal volto spesso dipinto  s armati di zagaglia o vecchi fucili che mercanteggiano il bestiame. Nella regione si incontrano i  Tsamai chiamati anche  Tsemey vivono  nella pianura del fiume Weito dove sono stai spinti dalle incursioni dei Borana unendosi alle tribù del popolo Banna e alleandosi con I Maale a nord,  gli  Arbore del sud e i  Gawada  del lago Chamo.

Poco a sud lago e lungo il fiume Sagan  tra i rilievi montuosi si trovano i villaggi cinti da mura  degli agricoltori  Konso con i campi terrazzati, anch’ essi dalla società tradizionale regolata da classi d’età che riguardano anche le donne che ostentano monili di pietre e resine. Le classi e i clan sono  riuniti nelle diverse  confraternite Gowaze, Gamole, Magialo, Gworadie e Gauwada con vari cerimoniali, quelli funebri lasciano sempre lapidi di notevole fattura.

Ad ovest, di probabile stirpe Bari diffusa nel  Sudan meridionale, sono le ultime tribù  del fiero  popolo  chiamato  Karo, continuando a seguire gli itinerari di Bottego ne ho trovato i villaggi lungo il fiume  Omo ove sopravvivono di pesca e povera agricoltura, ne ricordo i capi che ostentavano la grande piuma sulla testa a simboleggiare l’ abilità di cacciatore avendo abbattuto grandi prede e di guerriero con l’ uccisione di nemici, così come le profonde scarificazioni rituali che decorano di cicatrici i più validi cacciatori e guerrieri.

Tra i Karo ricordo donne ed uomini dal viso e il corpo dipinto con accesi colori nei piccoli villaggi cinti da mura che manifestano lo spirito bellicoso contro ogni tentativo di sottomissione, anch’ essi divisi in clan e famiglie solidali che cercano di conservare antiche tradizioni.

Procedendo nella regione  si trovano i Mekan del popolo Me’en e i vicini Nyangatom tradizionalmente in conflitto e dalle origini simili agli allevatori Surma che molti chiamano Suri anch’ essi dal corpo e viso spesso dipinti, le donne incedono fiere con succinto abbigliamento recando pesanti orecchini e alcune il disco labiale, gli uomini ostentano scarificazioni rituali che ne indicano l’ abilità nella caccia e un tempo di guerrieri, manifestata anche in scontri rituali con lunghi bastoni Donga  che assicuro possono essere pittosto cruenti. Ricordo  che seguendoli cercavano la preda nella savana spogliandosi di tutto per muoversi meglio armati di zagaglie e vecchi fucili italiani ereditati chissà da chi. Dalla  guerra civile che ha sconvolto il Sudan sono arrivate armi più moderne rinvigorendo  antichi conflitti che rendono ancor più difficile muoversi in queste zone.

Simili alle  Surma sono le vicine tribù di  allevatori  Mursi, ma hanno la lingua propria  tugo e sembrano vivere in un mondo tutto loro,  coltivano poveri campi, ma vivono di allevamento  e la ricchezza di bestiame  conferisce rango alla famiglia, nel sistema di classi di età gli anziani  sono i più saggi e quelli  che hanno più conoscenze e capaci  di oratoria divengono capi del clan. Storia e tradizione vengono trasmesse per generazioni  oralmente, così come le leggi della comunità ove gli uomini fin da bambini passano per varie fasi di  formazione  fino a divenire membri  adulti della tribù, responsabili del clan e della famiglia, a volte si trovano nudi con  arti,  torace  e viso spesso dipinti di bianco, ma solo dopo che  i giovani  superano prove di forza e coraggio in apposite cerimonie, possono poi partecipare a violenti scontri cerimoniali con  lunghi bastoni. Mi sono apparsi scontrosi con gli stranieri conservando le tradizioni guerriere,  mentre  le donne  hanno il ruolo di  mogli e madri, in apposite cerimonie le donne inseriscono un disco  di terracotta o legno nel labbro inferiore che cresce  con l’ età. L’ usanza  dei  piatti labiali di diverse dimensioni fino a dischi che deformano il viso è considerata un’ attraente decorazione, sembra  che la sua origine risale all’ epoca delle razzie schiaviste per impedire di essere rapite, ma di questa storia loro non ricordano nulla. Tra i Mursi Il mondo spirituale è dominato dalle forze della natura e nella divinità Tumwi che risiede in cielo e a volte compare negli arcobaleni e negli uccelli, si manifesta attraverso il depositario dei culti Kômoru  che pratica elaborati riti  propiziatori o contro  carestie, siccità, calamità e malattie.

Un mondo dalle immagini che stanno scomparendo, come altri popoli e le varie etnie della regione minacciati da tempo che  rischiano di essere cacciati da dove vivono da sempre per costruirci una  diga. Dopo aver seguito a lungo il corso e la valle del fiume Omo, continuando a sud dove all’ epoca neanche l’ esperta guida sapeva dove andare fino a trovare accampamenti di  Daasanach più noti come Geleba, in questa terra senza confini m’ ero trovato oltre quello kenyota con la suggestione del lago chiamato Turkana come il popolo che vive da sempre in quella vallata, riflessi blu e cobalto dall’arida savana, i pescatori El Molo sulle rive e attorno i fieri Turkana, indimenticabile suggestione africana che m’appariva d’ un fascino remoto.

© Paolo del Papa. Itinerari africani: Etiopia

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