Jainismo

Con l’linduismo il Jainismo fu tra le antiche e grandi religioni indiane assieme al Buddismo condividendo diverse concezioni, poi distinto nella dottrina ispirata dai grandi maestri Jina come i ventiquattro Tirthankara mitici, con l’ultimo Mahavira nel VI secolo a.C. contemporaneo al Buddha storico. L’Induismo dalla più antica tradizione fondata sui Veda ha avuto notevoli trasformazioni e modifiche dottrinali nelle diverse scuole e con la diffusione sulle vie del Daharma in India e nelle regioni orientali, così come la filosofia originaria del Buddismo con le varie scuole si è poi estesa assumendo sempre più funzione religiosa nelle diverse dottrine Buddiste. Diversamente il Jainismo, rifiutando l’induismo vedico e il sistema brahmanico delle caste come il Buddismo, nei secoli ha mantenuto in gran parte la dottrina originaria in una sorta di ateismo spirituale Jiainista non considera divinità da invocare, ma solo il percorso spirituale aperto a tutti fondato sulla filosofia Jiain seguendo rigida etica, regole di condotta nel comportamento per i vari gradi della conoscenza Ha mantenuto la concezione della reincarnazione e il ciclo delle rinascite Samsara, determinato dal Karma nella somma delle azioni e conseguenze sulle vite successive, anche nella dottrina del Jainismo è possibile liberarsene separando l’eterna energia dell’anima Jiva dai legami materiali e le passioni fondamento del Jain Dharma dalla complessa cosmologia, filosofia, religione, etica e culti, manifestati nei santuari, ritualità e dottrine insegnate dai venerati Tirthankara.
Cosmologia
Nella cosmologia Jain l’universo Loka esiste da sempre fondato su leggi naturali, diviso nelle tre parti Trailokya con il regno celeste Urdhva Loka delle divinità e gli eterni spiriti venerati come Deva, il regno degli umani, animali e vegetazione Madhya Loka e l’infernale Adho Loka come regno della sofferenza Naraka. Sacro anche alla cosmologia induista e buddista Il mitologico monte Meru è al centro del mondo con attorno il continente circolare Jambudvipa tra sei montagne che lo dividono nei sette territori Ksetra con i tre Bharat, Mahavideh e Airavat ove è possibile la pratica per la liberazione dal Karma nelle continue rinascite e ove la dottrina è insegnata dai venerati Tirthankara, negli gli altri quattro gli umani vivono una vita di piacere senza religione o liberazione possibile. Dalla filosofia induista i sei Darśana del discernimento e come dottrina distintiva dell’esistente nel Vaiśeṣika con l’assenza di una divinità che causa i fenomeni naturali, Il reale è diviso nel Jiva vivente individuale senziente e l’insenziente che non possiede anima Ajiva, possono coesistere, ma restano irriducibili l’uno all’altro, increati e indistruttibili. Nel Dravya jainista si manifesta nelle anime individuali separate, nel Jiva come innumerevoli monadi che si espandono o riducono a seconda del corpo che le contiene, l’Ajiva si manifesta nelle restati cinque Pudgala come
sostanze della materia con il principio del movimento del Dharma nella vera natura dalle dieci forme e virtù, in contrasto con i vizi dell’Adharma come principio di riposo, tutto contenuto nel cosmico spazio ākāśa esteso oltre l’universo e il tempo che ponendo fine a tutte le cose nel kāla . La materia può legarsi all’anima e divenire karma, impedendo così la naturale onniscienza, la retta fede e condotta del Dharma o l’opposto Adharma che spiegano il movimento o la stasi che nella tradizione jainista dei Tattva ne sono i principi fondamentali.
Filosofia
La filosofia Jaina si fonda in gran parte sulla verità multilaterale della dottrina Anekantavada che concepisce l’Universo costituito da insiemi di coppie avverse come conoscenza e ignoranza, piacere e dolore, vita e morte che creano conflitti nel pensiero tra loro, la religione dovrebbe pacificarli con la coesistenza della società mantenuta nella relatività. Fino a quando il Karma Impedisce la via per l’onniscienza completa, unico modo di conoscenza è unire le parziali derivanti dalle varie prospettive, la filosofia dell’Anekantavada ha stabilito il concetto non assolutistico ove per la corretta comprensione di insiemi opposti la realtà è multiforme è da interpretare dalla Nayavada nelle diverse prospettive e le affermazioni devono essere qualificate in vari modi nella Syadvada per la corretta conoscenza come via verso la liberazione Moksha e il Nirvana. Nella varia, ricca e complessa realtà multilaterale e relatività Jain dell’ Anekantavada ogni entità è allo stesso tempo durevole e soggetta a mutamenti costanti e inevitabili, tutte le entità hanno tre aspetti, la Dravya come sostanza che contiene le molteplici qualità guna in continua trasformazione e la modalità paryaya per cui ogni entità ha sia una natura continua e duratura, sia qualità in uno stato di flusso costante. L’Anekantvad dalle innumerevoli sostanze materiali e spirituali con molte qualità variabili è incomprensibili alla normale conoscenza limitata dai sensi, la ragione, spazio e tempo, mentre solo raggiungendo l’onniscenza Kevala Jnana come conoscenza suprema ed assoluta che porta alla liberazione si può comprendere il tutto La prima descrizione dell’epistemologia jain fu del filosofo Umaswati dall’incerto periodo tra il II e il V secolo nei testi Sutra del Tattvartha ove distingue i cinque fondamentali strumenti di conoscenza Pramana della percezione, comunicazione,, intuizione, telepatia e onniscienza con i primi due indiretti e gli altri diretti Pratyaksa . La percezione sensibile come intuizione o chiaroveggenza Avadhi che prescinde dallo spazio e tempo, ma limitata alle materiali, la telepatia Manahparyaya permette di cogliere gli stati mentali da avanzati nel cammino spirituale, infine l’onniscienza Kevala nella conoscenza assoluta che apre la via al Nirvana.
Etica e Karma
Il codice dell’etica Jain prevede norme e cinque regole di condotta, le più rigide
per coloro che sono divenuti monaci e asceti Jain o gli aspiranti, le altre rivolte ai seguaci e devoti laici Rāvaka seguendo entrambe in misura diversa i cinque voti prescritti. Il primo della non violenza Ahimsa sugli esseri umani e ogni vivente, oltre che nei comportamenti e nei pensieri, non mentire mai e perseguire sempre la verità Satya e pretenderla sempre da tutti, così come non prendere mai cose altrui senza permesso nel principio Asteya di non rubare. I monaci e religIosi devono osservare il celibato e la castità Brahmacharya, mentre i laici la fedeltà al coniuge, non essere legati ai beni materiali, avidità e bramosia nel principio dell’ Aparigraha e per i religiosi rinuncia ad ogni proprietà . Dopo le prescrizioni può fare il volto superiore del Sallekhana alla fine della vita per portare la ricchezza spirituale ottenuta, le azioni umane determinano la trasmigrazione dell’anima Jiva costretta al ciclo delle rinascite con la sofferenza nel mondo del Saṃsāra seguendo l’etica e il percorso spirituale di purificazione si raggiunge il Mokṣha nella completa liberazione e il Nirvana. Come diversi tipi di Karma nella concezione del jainismo si trovano gli otto Prakriti con i quattro considerati dannosi ghātiyā karma che impediscono l’energia e la percezione per la conoscenza, gli altri aghātiyā karma determinano le caratteristiche nāam dell’anima rinata, la longevità āayu, la spiritualità gotra e l’esperienza delle sensazioni vedanīya. L’individuo è dominato dalle passioni kashays della rabbia krodha, l’ego mana, l’inganno e l’avidità lobha che se guidano la vita continuerà il Karma nel ciclo di nascita e morte che si può interrompere solo superando e liberandosi dalle ingannevoli percezioni e la condizione di ignoranza delle Kashayas . Come conoscenza irrazionale ne sono anche parte gli istinti Sangna o Samjna che alimentano le sensazioni materiali e diventano meno efficaci con il processo della conoscenza spirituale per porre fine al Karma nello stato kevali quando i Samjna vengono eliminati con il percorso spirituale, mentre in contatto con diverse sostanze iniziano gli stadi mentali Leshya di trasformazione e le attività ne riflettono l’atteggiamento rappresentati anche come colorazione dell’anima.
Religione e culto
La concezione di Dio nel Jainismo non è legata ad una divinità creatrice tantomeno causa nell’esistenza di qualsiasi organismo vivente, il rifiuto Jain del creazionismo è sempre stato esposto nelle scritture e la descrizione completa per la visione dell’universo si trova nel testo Yogaśāstra redatto nel XII secolo dal maestro Ācārya Hemacandra. Il tempo non ha inizio, scandito dalla ruota cosmica Kàlacakra che gira senza sosta da sempre nel ciclo eterno privo di un creatore, divisa nelle due metà di rotazioni in continua successione tra loro, con l’Utsarpiṇī come ciclo temporale ascendente nella progressiva di prosperità e il ciclo discendente Avasarpiṇī
nella condizione di decadenza morale e dolore. Materia, anima, spazio, tempo e movimento sono sempre esistiti per l’epistemologia Jain ove tutte le anime che hanno raggiunto la suprema saggezza nella Kaivalya o Kevala jnana della completa onniscienza attraverso le quattordici fasi del Gunasthana, prendono il graduale cammino spirituale per la liberazione nel Moksha ponendo fine al Karma delle continue rinascite e ascendere al Nirvana come parte della divinità, mentre nulla può creare o condizionare le leggi naturali ed immanenti dell’universo. Nella concezione del divino si trovano i cinque esseri supremi Jaini come Pañca-Parameṣṭhi nella gerarchia religiosa da venerare, al vertice l’anima jiva dell’Arihant conquistatore delle passioni interiori ed onniscienti kevalin dalla conoscenza infinita kevala jnana, i Siddha dalle anime liberate praticando l’ascesi, meditazione e il percorso spirituale del Sādhanā some Sadhu e Yogi dalle capacità esoteriche e poteri sovrannaturali Siddhi, ad essi seguono maestri a capo degli ordini ascetici e monastici Acharya, i precettori dei novizi nell’orine monastico Upadhyaya e i monaci Muni.Tra le forme cerimoniali e rituali il più diffuso culto del Vandana con le puja dai rituali quotidiani nei templi per alcune scuole anche delle immagini Jina, per altre solo nella meditazione, non esistendo una divinità che controlla il destino non sono rilevanti le preghiere, solo la prarthana come la venerazione per le virtù emanate da coloro che hanno raggiunto la liberazione, e il mantra del Namokar ove se ne venerano le qualità supreme guna. Con la pratica spirituale della meditazione Sāmāyika sulla rinuncia si considerano tutti gli esseri uguali ed aiutare i praticanti a esaurire il Karma passato per raggiungere stati più elevati nella purificazione tra monaci e i seguaci giainisti come una riflessione per la crescita e la trasformazione spirituale. La suprema venerazione Jain è consacrata alla vita e le opere dei Ventiquattro Tirthankara del ciclo temporale come salvatori e maestri spirituali che con la suprema conoscenza Kevala Jnana. hanno superato il ciclo di morte e rinascita del Saṃsāra, aprendo la via del Dharma da seguire agli altri. Nella concezione sul ciclo del tempo Kalacakra dopo le numerose epoche cosmiche precedenti, l’attuale è divisa nella metà ascendente Utsarpiṇī e l’altra discendente dell’ultima Avasarpini con il declino dell’armonia e la religione-.Sollevata con l’opera dei ventriquattro Tirthankara come maestri predicatori e diffusori supremi del retto sentiero nel Dharma, si sono succeduti nella storia con ventidue nati durante la mitica dinastia solare Ikshvaku per rivelare la dottrina all’umanità. Per la tradizione tutti nati da nobili famiglie che lasciarono per l’ascetica meditazione superando il Saṃsāra nella continua rinascita colma di sofferenza, i più venerati avevano le tre grandi conoscenze Jain dell’onniscienza Kevala, le capacità chiaroveggenti Avadhi e telepatiche Manahparyaya. Nella penultima nascita umana ha ispirato ogni essere
verso la salvezza con la sua energia naam-karma che nella successiva nascita umana raggiunge la Kaivallya nella suprema conoscenza per la via della liberazione finale nel Moksha, mai confinato in una sola religione, ma opera per la salvezza di tutti.
I Tirthankara
Dei ventiquattro Tirthankara il primo tra i cinque più venerati fu il leggendario Rishabha vissuto in una remota epoca del ciclo temporale, figlio del mitico sovrano Nabhi, nacque ove poi è sorta la città di Ayodhya, vissuto dodici volte prima di diventare Tirthankara come Rishabhdev. Ad Ayodhya dai sovrani Jitashatru e Vijaya, nacque anche Ajitanatha divenendo poi secondo Tirthankara come Ajitanath. Figlio dei reali Jitārī e Susen dopo due vite Sambhavanatha divenne un Tirthankara come il venerato Sambhavanath, anch’egli di stirpe reale il principe Abhinandanan praticò la rinuncia e la via per la liberazione divenendo il quarto Tirthankara Abhinandanan per giungere al Moksha. Successore fu Sumatinatha dopo la conoscenza fu il quinto maestro come Sumatinath prima di ascendere al Nirvana. Figlio dei reali di Kaushambi Padmaprabha giunse all’onniscenza divenendo il sesto Tirthankara come Padmaprabhu, noto anche come Suparśva di Benares il settimo fu Suparshvanath dai molti seguaci e discepoli Ganadharil. Il successore fu Chandraprabhu come ottavo Tirthankara, in una delle sue ultime rinascite Suvidinath fu re di Pundarikgiri, rinunciando poi a tutto come il maestro Suvidinath e nono Tirthankara. Per la via della liberazione Shitalnath raggiunse la conoscenza divenendo il decimo come maestro Shitalnath, come gli altri nato da famiglia reale Shreyansanatha nella meditazione diffuse la dottrina divenendo l’undicesimo maestro Shreyansnath. Di medesima stirpe reale Ikshvaku nella successiva nascita Vasupujya si reincarnò come il dodicesimo Tirthankara dai molti discepoli Vasupujya raggiunse il Nirvana assieme ai più devoti. Successore fu Vimalnath re di Kampilpuri, lasciando poi tutto come maestro Vimalnath e tredicesimo Tirthankara . Nato dai reali ad Ayodhya Anantnath completò il suo percorso spirituale come il quattordicesimo d Anantnath. Di stirpe reale Ikshvaku come i predecessori Dharmanath prese la via della dottrina da quindicesimo Tirthankara e assieme a molti seguaci anche Dharmanath raggiunse il Nirvana. Dalla medesima dinastia nacque Shantinath che con i suoi discepoli da sedicesimo nella successone da venerato Shantinath, dopo aver rinunciato al trono il principe Kunthunath sulla via per la conoscenza seguito dai discepoli come Kunthunath fu il diciassettesimo Tirthankara. La lunga sequenza mitologica continua con Aranath che dopo un lungo regno come seguì anch’egli il percorso della come il diciottesimo maestro Aranath. L’unica donna nel ciclo temporale fu la principessa Mallinato che ottenne la conoscenza diffondendo la dottrina da diciannovesimo Tirthankara come Mallinath. Fu sovrano di Shurshreshth In una delle sue
ultime vite Munisuvrata che nella successiva divenne il ventesimo come Munisuvrat, dai reali di Mithila nacque poi il principe Naminatha che ebbe molti discepoli come il venerato ventunesimo Neminatha. Oltre ai mitici, tra i primi storici fu Parshvanatha, grande diffusore e riformatore del Jainismo nel VII secolo a.C., viaggiando e predicando per decenni da maestro Parshwanath e ventiresimo Tirthankara. All’inizio del VI secolo a.C. nacque Mahavira nella dinastia Kshatriya, la mitologia sulle rinascite e le vite di Mahavira racconta che nell’ultima fu asceta predicando come il ventiquattresimo ed ultimo Tirthankara e fondatore del Jainismo storico. Raggiunse il Kaivalya della completa onniscienza, attraverso le quattordici fasi del Gunasthana nel cammino spirituale come fondamento dell’epistemologia Jain e in età avanzata ascese al Nirvana, in un percorso spirituale simile al contemporaneo Buddha storico, come citato anche nel primo canone buddista Pali indiano.
Digambara
Nella lunga storia del Jainismo, tra le comunità monastiche dopo la scomparsa di Mahāvīra come ultimo Tirthankara, alla guida ne furono successori autorevoli asceti e Shrutakevalin della conoscenza infinita come patriarchi della dottrina, l’ultimo fu il venerabile Bhadrabahu nel III secolo a.C., nella tradizione redasse il primo sacro testo dottrinale sutra del Kalpa che assieme ad altri fu tra i fondamentali delle due scuole Digambara e Svetambara. Come l’ordine dei Vestiti di cielo la scuola Digambara secondo la tradizione fu fondata nel II secolo a.C. dal monaco e asceta Sivabhuti, il più antico suo testo sacro rimasto è il Ṣaṭkhaṅḍāgama con gli insegnamenti di Mahāvīra redatto nel I secolo d.C. e autore di altri testi nel successivo fu il venerato maestro Kundakunda . Fondato sull’ordine monastico ascetico dei monaci Muni dai ventotto attributi primari mula guna, legati dal voto di concentrazione periodica Samayika e vari doveri, riuniti nelle due comunità Sangha di guidate dal più elevato che possiede trentasei mūla guṇa come capo precettore Acharya . Nel principio del rispetto per ogni foma di vita, tra loro praticano il nudismo come rinuncia e distacco dai beni materiali essenziale per la liberazione spirituale, in pubblico delle semplici vesti bianche, possiedono solo le sacre scritture, una zucca pe l’acqua e una scopa di piume e per spazzare evitando di arrecare danno anche agli insetti Seguono le regole fondamentali della non violenza Ahiṃsā, la veridicità, l’astinenza sessuale e il celibato. Praticando i Cinque voti le donne entrano nell’ordine monastico femminile come Aryikas, diversamente dai Muni indossano abiti e partecipano alle funzioni, ma non possono raggiungere la salvezza nel Moksha, ma giungervi solo nella prossima rinascita come uomini.Tra i monaci gli asceti Sàdhu sono i più elevati per la lunga dedizione e meditazione sulla via della conoscenza e fin dalla fondazione dell’ordine dottrinale rimangono
i venerabili asceti Jain del Digambara. con la loro opera e redazione di testi sacri nei secoli Tutti i monaci dai novizi Kshullak ai Sàdhu seguono parte delle sacre scritture Jain con gli antichi testi tramandati noti come i Dodici Anga e gli insegnamenti predicati da tutti i Tirthankara raccolti nei quattordici Purva, il culto si concentra sulla meditazione dai semplici rituali oltre digiuno e la preghiera che con l’integrità morale e i sacri testi sono i fondamenti della dottrina Digambara.
Śvetāmbara
L’ordine Śvetāmbara del Vestito di Bianco si ispira agli insegnamenti del tirthankara storico Parshvanatha che delle più severe Digambara, avrebbe tramandato meno restrizioni nella pratica ascetica, vestono di bianco al contrario della nudità dei monaci Digambara con varie differenza nelle regole dottrinali. Dalla fondazione, la dottrina e la disciplina furono codificate nel primo Sutra di Uttaradhyayana, tra il V e il IV secolo a.C. fu redatto lo , assieme ai due successivi due testi nel sutra di Ācārāṅga seguite da altre quarantacinque scritture testi canonici Jain tra i fondamenti della dottrina , Il canone Śvetāmbara si fonda sui sacri testi Agama dai dodici Angas dottrinali essenziali i sei Chedasūtra sulle regole monastiche i quattro Mūlasūtra per gli studi e i dieci Prakīrnaka sui vari argomenti, comuni anche al Digambara, ma con varie controversie dottrinali. A lungo tramandati oralmente dai monaci precettori in gran parte andarono perdute e le rimanenti codificate in uno dei concili Jain a a Vallabhi nel 454 d.C., raccolti e completati dall’asceta e maestro Devardhi con i quarantacinque sacri testi della dottrina Śvetāmbara, oltre le genealogie spirituali dei maestri negli ordini monastici nei registri del Pattavali . Nell’ordine monastico gerarchico I sadhu e i sadhvi sono fondamentali nella comunità Jain, presiedono la venerazione degli idoli Jina nella murtipuja celebrano le feste e rituali, poi diviso nelle tre sette dotrinali Svetambara con la prima dei seguaci Mandir Mārgī o adoratori di imagini Murtipujaka, dalla ritualità cerimoniare rivolta alle figure di divinità e Tirthankara con i seguaci laici Gaccha, mentre l’idolatria è rifiutata dall’altra setta medioevale degli Sthānakavāsī dai propri rituali e regole, segue rigidamente il codice ascetico dagli insegnamenti di Mahavira la setta Terāpanthī come l’ultima fondata all’inizio del XIX secolo. Nelle due dottrine Digambara e Śvētāmbara con le varie sette il Jainismo in India continua ad essere una delle minoranze religiose praticato dallo 0,40 per cento della popolazione nei vari templi Jain e i venerati siti di pellegrinaggi Tirtha sorti nelle varie epoche mantenendo il decorato stile tradizionale.
“Quando un monaco ha compreso ciò che è sorto, e non ha più brama alcuna per questa o altre vite, attraverso la scomparsa di ciò che è sorto, egli non va più incontro a nuove esistenze”





