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Isole filippine

Moros

Sulla carta geografica sono minuscoli puntini quasi impercettibili,ma sorvolando l’ampio tratto di mare tra le Filippine e il Borneo,si trasformano in piccole macchie di verde intenso bordate dal bianco quasi abbacinante della sabbia che contrastano in un mare dai riflessi indescrivibili. L’arcipelago delle Sulu che, assieme a quello di Palawan, costituisce il passaggio naturale e culturale tra le Filippine cristianizzate e da tempo protese al mondo occidentale e l’area indonesiana islamica e tradizionale saldamente legata all’oriente,ma Palawan e Sulu costituiscono un universo a parte in cui la straordinaria bellezza ambientale è sfondo di una particolarissima realtà etnica e culturale. A partire da XIV secolo questa vasta area fu gradualmente islamizzata da missionari provenienti dalla Malesia a sua volta già raggiunta da tempo dalla fede mussulmana ad opera di navigatori arabi, l’islamismo fu integrato alle antiche tradizioni locali pagane e magico-animiste,creando quella particolare struttura sociale e culturale sopravvissuta fino ad oggi e che ha permesso una tenace opposizione ad ogni tentativo di sottomissione.Divisi in varie tribù,i. gruppi etnici dei due arcipelaghi filippini meridionali conservarono in parte l’antica organizzazione tribale con comunità e clan diretti dai capi Datull,ma la nuova fede comune riusci ad unificarli in potenti sultanati che in breve controllarono tutto il traffico commerciale e la pirateria tra Filippine,Borneo ed Indonesia.Nel XVI’secolo gli spagnoli riuscirono a conquistare e “cristianizzarellle Filippine con i consueti Ilmetodillsbrigativi dell’epoca,ma incontrarono la durissima resistenza dei mussulmani del sud che,da quel momento,furono chiamati con il termine generico e un po’ spregiativo di Moros, lo stesso che ormai da secoli definiva gli avversari mussulmani della cattolicissima Spagna nel lontano Mediterraneo. Nella loro lunga dominazione coloniale gli spagnoli non piegarono mai i fierissimi abitanti delle i’sole meridionali,nè vi riuscirono gli Stati Uniti che li sostituirono nel dominio delle Fílippine tra il 1898 e il 1946,tantomeno i successivi governi indipendenti e la spietata dittatura di Marcos alla cui caduta ha contribuito in buona parte la lotta armata del Fronte di Liberazione Moros.Gli arcipelaghi di Palawan e Sulu possono essere definiti a ragione tra gli l’ultimi paradisi naturali dove nè il turismo nè l’occidentalizzazione con i loro consueti effetti negativi e a volte devastanti,sono riusciti ad arrivare,ma sarebbe riduttivo parlarne solo come uno stupendo ambiente naturale incontaminato perchè qui più che mai l’uomo 6 riuscito a legare saldamente la sua esistenza al mondo che lo circonda sviluppando di conseguenza una cultura che mai nessuno è riuscito a sradicare. Parlare di queste isole significa necessariamente parlare di questi l’Orang Laut ,come dicono i malesi,di questi”Uomini del Mare”.

Palawan

Palawan deve il suo nome ai navigatori cinesi che fin dal IXO secolo la conoscevano come “Pa Lau Yull o “Paese dai porti naturali” a causa dei numerosi punti di sbarco che le sue magnifiche coste presentano. Lunga circa quattrocento chilometri e larga tra i dieci e i quaranta, possiede un interno montuoso e selvaggio in gran parte difficilmente accessibile e coperto da una lussureggiante foresta tropicale dominata dai massicci dei monti Cleopatra,The-Tee e Mantalingajan,tra i 1500 e i 2000 metri di altitudine,circondata da formazioni coralline e da un centinaio tra isole ed isolotti che formano un arcipelago proteso a sud verso il Borneo.Un volo giornaliero permette di raggiungere il capoluogo Puerto Princesa, graziosa cittadina coloniale fondata dagli spagnoli il cui porto è da secoli un importante tappa nelle rotte commerciali tra le Filippine e la Malesia che dopo l’islamizzazione furono controllate da un potente sultanato locale.Un pista nella jungla collega Puerto Princesa agli altri piccoli centri dell’isola:Roxas a nord,Aborlan al centro,Brookels Port e Quezon a sud, mentre il resto del territorio è in gran parte completamente isolato e dominato da un ambiente naturale molto simile a quello del vicinissimo Borneo,la cui foresta racchiude una straordinaria varietà di specie botaniche e animali endemiche,alcune delle quali rarissime. Parzialmente attrezzata solo nel capoluogo, Palawan è completamente fuori dai circuiti turistici delle isole Filippine delle quali è una delle più selvagge e,se si esclude l’unica pista che attraversa parte dell’isola, l’interno è solo parzialmente accessibile con gli antichi sentieri nella jungla tracciati dalle tribù che popolano Palawan,discendenti da piccoli gruppi paleomalesi che la popolarono fin dal pleistocene.Molto più tardi,quando le coste cominciarono ad essere frequentate da malesi, filippini,cinèsi, indonesiani ed infine europei, alcuni di questi gruppi etnici originari si incrociarono parzialmente con i nuovi arrivati rimanendo nelle zone costiere,altri si ritirarono nell’interno dove ancora vivono divisi in varie tribù ancora legate all’antica cultura tradizionale che in parte hanno integrato all’islamismo introdotto dai navigatori malesi. Il piccolo territorio di Palawan contiene pertanto una notevole varietà di gruppi etnici tra i quali i Molbog,Konoy,Palawano,Jagbanua,Majuno e, ultimi immigrati,i Batak originari di Sumatra,in parte islamizzate e pertanto sbrigativamente compresi nella generica definizione di “moros”. Spesso occorrono lunghe marce nella jungla per raggiungere i piccoli villaggi dell’interno dove solo alcuni capi di abbigliamento degli abitanti, quali sarong,fez e turbanti,e a volte la presenza di rudimentali moschee, testimoniano la presenza mussulmana, per tutto il resto la vita quotidiana continua a scorrere con le caratteristiche e i ritmi dei loro antichi antenati. La struttura sociale è basata sulle famiglie raccolte in clan diretti dai capi villaggio che spesso sono anche i depositari delle antiche tradizioni orali,dei rituali e delle pratiche magiche che,come nel resto delle popolazioni degli arcipelaghi filippini meridionali,sono diffusissime e rivestono un ruolo molto importante.L’unico gruppo a non essere stato nemmeno parzialmente islamizzato è quello della piccola tribù Tagbanua che vive al centro dell’isola,nota soprattutto per i costumi tradizionali,alcune complicate pratiche magico-religiose e i suggestivi cerimoniali dalle origini antichissime.In determinati periodi dell’anno i Tagbanua celebrano la “Pagdiwatall,sorta di grande processione rituale che coinvolge tutti i membri della comunità che per l’occasione indossano gli antichi costumi esibendosi in danze e canti accompagnati da gong e tamburi per invocare le divinità ai riti propiziatori che precedono ogni stagione agricola e di cacci-a.E’ una festa rituale che si protrae a lungo in un’atmosfera estremamente suggestiva che,se si ha la fortuna di potervi assistere,fa dimenticare ad un visitatore anche le stupende spiagge e il bellissimo ambiente costiero dell’isola di questo “Paese dai porti naturali lancora tutto da scoprire.

Sulu

Tra l’estremo sud dell’isola Mindanao e il Borneo sono disseminate le 394 isole che formano l’arcipelago delle Sulu,la maggiorparte delle quali sono raggruppate attorno alle tre principali di Basilan, Jolo e la più meridionale Tawi-Tawi.Zamboanga, all’ estremità meridionale di Mindanao ne è il centro amministrativo e punto d’accesso all’arcipelago,spesso adoperato come base dalle truppe governative per le spedizioni contro le zone controllate dai guerriglieri Amorosa Jolo e Tawi-Tawi.Il piccolo ed animatissimo porto costituisce una valida l’introduzionel’alla varietà etnica delle Sulu osservando i diveris equipaggi delle tradizionali “vintaslla bilancere dalle tradizionali vele dipinte,i pescatori e ì commercianti provenienti-dalle varie isole,gli agricoltori e artigiani dell’interno,assieme ad un brulicare di minuscole canoe con donne che vendono di tutto, bambini che si tuffano in continuazione giocandola volte le maestose imbarcazioni dei nomadi Badjao nelle quali questi l’zingari del marellpassano la maggiorparte della vita senza quasi mai toccare terra.In compagnia di una variopinta folla di “pendolarillin circa due ore di battello si raggiunge Isabela,il porto di Basilan,una delle tre maggiori isole delle Sulu e quella dove è più alta la presenza di l’infedelill,dovuta soprattutto all’immigrazione di manodopera attratta dalle grandi piantagioni dell’isola.Anche qui il porto è animatissimo da pescatori e commercianti provenienti dalle varie isole,ma a differenza del resto delle Sulu,lleconomia di Basilan non si basa solo sul mare,soprattutto sulle grandi piantagioni di cocco e caucciù dove una miserabile manodopera in gran parte immigrata è sfruttata all’invero~ simile dai grandi propietari e dalle compagnie straniere quali la grossa multinazionale Firestone e non sembra che con l’avvento della democrazia sia cambiato gran che.I mussúlmani di Isabela tengoào molto a distinguersi dagli l’infedelille dagli immigratile qui più che altrove ostentano abiti e usanze tradizionali,concentrati nel graì,,j “barrio”Tausug,vera e propria “kasbahllcon le sue casupole,le piccole botteghe,i mercati animatissimi e l’immancabile moschea che costituisce il centro religioso e sociale della comunità islamica.L’interno dell’isola è popolato da vari gruppi “moros” alcuni dei quali come gli Yakan e i Samal locali hanno abbandonato la trdizionale economia legata al mare dedicandosi all’agricoltura e al commercio minuto,altri come i Tausug,i Waan e i Badjao sedentari sono sparsi in piccoli villaggi nelle splendide spiagge affacciate sulla barriera corallina e affrontano quotidianamente l’oceano pescosissimo con le loro eleganti “vintaslldalle vele dipinte con colori propiziatori.L’esistenza della stragrande maggioranza degli abitanti delle Sulu è regolata interamente dal mare del quale imparano ogni segreto fin da bambini, qui il tempo scorre al ritmo della successione delle maree e delle stagini di pesca,ogni altro modo di “misurarellla vita non ha alcun senso. L’islamismo non ha impedito a questa gente di conservare le antiche tradizioni legate a culti animisti,la magia e soprattutto,la ritualità propiziatrice che precede ogni evento privato e collettivo rilevante e senza la quale un pescatore “moros’Idifficilmente prenderebbe il mare per le grandi spedizioni di pesca.La società non ha assimilato il tradizionale rigore islamico e la religione viene vissuta giorno per giorno come ogni alra attività della vita nella quale la libertà individuale è un valore tradizionale molto importante, anche i più osservanti delle regole coraniche non hanno mai posizioni integraliste sui comportamenti personali sia maschili che femminili. La donna si dedica alla casa e ai bambini,Iluomo pesca,è cosi da secoli prima e dopo l’avvento dell’islam,un vita semplice nella quale la famiglia è molto importante,ma sempre in quanto parte del clan e del villaggio in un accentuato spirito collettivo fondato sui tradizionali vincoli di solidarietà comune ad ogni “popolo del mare”.Nei periodi delle grandi battute di pesca collettive è veramente uno spettacolo estremamente,sugggstivo osservare all’alba decine di “vintasllappena illuminate dal sole crescente prendere il mare tutte assieme con le vele spiegate passando agilmente tra i banchi corallini verso il’mare aperto dove spesso rimangono per diversi giorni seguendo i grandi banchi di pesce. Il ritorno è altrettanto suggestivo,le donne con i loro piccoli attendono sulla spiaggia lo sbarco dei pescatori e se la battuta è stata buona l’intero villaggio festeggia con musicae danze tradizionali di ringraziamento al mare che ancora una volta ha voluto donare alla tribù i suoi prodotti. Tra i’Imorosllil cerimoniale è molto importante,un modo di manifestare la coesione del gruppo,in modo particolare in occasione dei matrimoni festeggiati da tutto il villaggio,con i parenti che sfoggiano i costumi più preziosi di seta e broccato,simboli del rango della famiglia.Accompagnata dal suono di xilofoni e antichi canti tribali la sposa giovanissima vestita con un elaboratissimo costume e i gioielli tramandati per generazioni,viene scortata dai parenti al cospetto dello sposo e del capo “Datull “che officia il matrimonio con il rito islamico.Appena celebrate le nozze i giovani si appartano mentre i membri del villaggio cantano e danzano tutta la notte sulla spiaggia illuminati dai bagliori dei fuochi e dalla luna in un’atmosfera “magica”, suggestiva e indimenticábile anche ad un ospite come me ormai da anni abituato ad assistere a cerimonie del genere un po’ in tutti il mondo.

Guerriglieri e pirati

La popolazione di Jólo è la più islamizzata dell’intero arcipelago,più di ogni altra ha lottato tenacemente contro ogni tentativo di sottomissione ed è quella che ha sempre dato più “problemillal governo di Manila,qui più che mai è viva l’identità culturale e lo spirito indipendente dei “morosll,le epiche gesta dei guerrieri locali contro gli spagnoli prima che i marines del generale Pershing poi sono i racconti più apprezzati dai bambini.Nel 1974 i militari di Marcos rasero al suolo il capoluogo per riconquistare l’isola ai guerriglieri islamici,ma in parte è rimasta ancora sotto il loro controllo assieme ad altre isole meridionali fino a Tawi-Tawi che le autorità di Zamboanga raccomandano agli stranieri di evitare.Ma la straordinaria bellezza ambientale e l’interesse etnografico è direttamente proporzionale ai limiti governativi imposti alla visita delle Sulu: clè sempre il modo di ottenere un permesso o di evitare i controlli e le stupende spiagge di Mabau e Quezon affacciate sui riflessi blu e smeraldo delle formazioni coralline fanno dimenticare subito ogni timore.Un tempo i “moros’ non avevano niente contro i pochi stranieri i che riuscivano a raggiungere queste zone, dopo un’iniziale diffidenza mostravano anche qui la loro tradizionale gentilezza ed ospitalità.La prima volta che raggiunsi quelle isole il dittatore Marcos era ancora al potere e, per vie tortuose, ottenni un’ intervista da uno dei capi della guerriglia che mi raccontò come i gruppi islamici si erano accordati con quelli comunisti per combattere il regime.I tempi sono cambiati, Marcos è caduto, l’ unione contro il comune nemico si è dissolta, i governo filippini sono oscillati tra populismo e sguardi ad ovest, le pretese indipendentiste di Midnao hanno preso la via del fondamentalismo islamico.Mi è stato molto più difficile ritrovare vecchi contatti ed atmosfere, così come in altre parti del mondo che hanno subito metamorfosi analoghe, ostilità e pericoli si sono manifestati sempre più intensi e reali. Ma questa è un’ altra storiaL’isola fu sede di un potente sultanato fondato nel XV’secolo dai Tausug islamizzati e temibili pirati,divenne un importante centro commerciale sulle rotte della Malesia fino all’arrivo degli spagnoli che segnò l’inizio di quell’Ilepopeallindipendentista che continua ancora oggi senza soluzione di continuità.L’interno è popolato da comunità dedite all ‘agricoltura che hanno modellato molte colline con le loro risaie, ma la maggiorparte dei circa 30 mila abitanti vive sulla costa,naturalmente traendo dal mare la propria sussistenza,ma sia gli agricoltori che i pescatori di Jolo mantengono l’antica struttura sociale,anche se non ufficialmente,con i loro Da tulle, un sultano che rivendica una mitica discendenza da Maometto, amministrando religione e giustizia secondo i canoni tradizionali. Sono loro,sultani,I’Datulle imam religiosi che in questi secoli hanno salvaguardato l’islamismo tutto particolare di questa gente e in molti casi hanno alimentato la loro “coscienza nazionalellanche guidando gli epici scontri con spagnoli, americani e filippini, guadagnandosi un meritato appellativo di l’irriducibili”.Anche a Tawi-Tawi,la più meridionale ed isolata delle Sulu,la popolazione 6 completamente legata a leggi e tradizioni della vecchia società islamica,ma a causa dell’estremo isolamento i Samal e i Tusug del piccolo arcipelago non sembrano altrttanto disponibili a contatti esterni come i loro fratelli “moros’Idelle altre isole e in certi casi,probabilmente parte dei “pericoli” per gli stranieri di cui parlano a Zamboanga potrebbero risultare veritieri. QUI oltre alla pesca l’attività più diffusa è il contrabbando con il vicidìssimo Borneo e il commercio minuto con i nomadi Badjao, i celebri “zingari del mare”,spesso minacciati dalle bande di pirati che infestano la regione e che possiedono qualche base tra i circa trecento isolotti attorno a TawiTawi.Da queste parti la pirateria è sempre esistita e spesso.-in passato le gesta dei predoni delle Sulu si sono confuse con quelle della resistenza agli stranieri,in verità i truci equipaggi che dominano il braccio di mare tra l’arcipelago e il Borneo hanno molto poco di “romanticolle hanno sempre reso la vita difficile alle popolazioni locali,soprattutto ai pacifici Badjao nomadi,tanto che in passato furono cstretti a mettersi sotto la protezione dei “Datu”Tusug in cambio delle perle nella cui pesca sono considerati i più abili di questi mari. Negli ultimi anni la pirateria si è intensificata e i piccoli ma veloci battelli dei predoni si spingono anche molto lontano oltre le coste del Borneo e,qualdhe,Ivolta hanno attaccato navi commerciali addirittura nelle acque territoriali di Singapore.Limitando l’aspètto più fòlcloristico e “romantico” questi moderni tigrotti della Malesia non vanno più all’ arrembaggio con le scimitarre,ma sono ben organizzati con radio che intercettano le frequenze delle navi commerciali e armi automatiche più sofisticate in linea con i tempi.Comunque penso che solo nelle Sulu meridionali chiedendo di raggiungere le coste del Borneo in barca ci si sente rispondere che è troppo pericoloso a causa dei “pirati”, come in un romanzo di Salgari,anche questo è un aspetto di queste incredibili “lsole moros”.

Gli zingari del mare

Da queste parti spesso è possibile incontrare le piccole flotte di “lepa”,le grandi barche-abitazioni che costituiscono i villaggi galleggianti degli ultimi Badjao nomadi in continuo movimento tra le isole verso le varie zone di pesca periodiche.Più di ogni altra popolazione “moros”, la vita dei Badjao nomadi è regolata dall’andamento delle correnti e dalle maree,dai venti e dalle migrazioni del pesce che,naturalmente,costituisce il loro alimento fondamentale assieme ad alcuni prodotti vegetali scambiati con le altre tribù sedentarie, la carne e altri prodotti della terra sono considerati impuri e accuratamente evitati.Probabilmente è l’unica popolazione al mondo a trascorrere praticamente l’ íntera vita in mare rifiutando ogni contatto con la terraferma che non sia strettamente necessario,paradossalmente invece i defunti vengono seppelliti in particolari e segreti cimiteri in alcune determinate isolette sparse in tutte le Sulu dove tra le palme sono nascosti i sepolcri contrassegnati dalle immagini stilizzate di legno d ‘ ei defunti con le rispettive imbarcazioni,sono luoghi sacri e tabù dove spesso si aggirano spiriti malvagi e accuratamente evitati se non in occasione dei funerali. La società di questi nomadi del mare è molto divers dagli altri “moros”, le famiglie appartenenti alla stessa flottiglia-villaggio sono legati tra loro da antichi vincoli di parentela “Dampalanakan”, un consiglio di anziani nomina un capo in base alle sue capacità di pescatore e la sua conoscenza della vasta tradizione orale, ma non esiste una vera gerarchia il prestigio individuale si acquisisce unicamente nella pesca.I matrimoni avvengono necessariamente nell’ambito di un Dampalanakan e pertanto risultano consanguinei,ma curiosamente l’unione tra parenti è maledetta e avversata dagli spiriti,per cui ogni matrimonio deve essere sempre preceduto da particolari riti esorcistici diretti da uno sciamano.L’ islamízzazione.dei Badjao è molto superficiale e le antiche tradizioni animistiche costituiscono gran parte della loro vita spirituale che prevede tutta una particolare ritualità,soprattutto propiziatrice ed esorcistica nei confronti dei temibili spiriti “Saitan” che solo lo sciamano “Jinllè” in grado di affrontare.Accanto alla trdizionale figura religiosa dell’ imam islamico,che presiede alle cerimonie mussulmane e alla pratica coranica, gli sciamani rivestono un ruolo essenziale nell’esistenza dei Badjao, essi sono i depositari delle antiche tradizioni che si tramandano attraverso complessi riti iniziatici acquisendo tutti i segreti della magia e delle tecniche per entrare in contatto con le entità sovrannaturali.Le capacità esoteriche vengono rafforzate attraverso il rito “Magigak” durante cui lo sciamano è posseduto dagli spiriti entrando in trance per divenire il tramite tra essi e la comunità, ma anche per potenziare la sua energia contro i terribili “Saitan”.Quando gli spiriti malefici minacciano il gruppo con malattie o calamità,lo sciamano esercita un Jinllha, il potere di imprigionarli in effigi di legno che poi colloca in un’imbarcazione rituale o “Pamatulikan” che, dopo una cerimonia, viene spinta alla deriva con il suo carico nefasto.

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