Asia Orientale

Mongolia

Öbür mongγol

Gengiz Khan travolse in breve la potenza millenaria della Cina imperiale e il suo genio strategico guidò l’incontenibile cavalleria mongola che sbaragliò armate, fortificazioni e muraglie imponendo le leggi della steppa come aveva fatto in gran parte dell’ Asia dalle coste del Pacifico ai confini dell’ atterrita Europa.A cavallo i mongoli conquistarono il più vasto impero della storia ,ma per governarlo dovettero “smontare”e se lo spartirono facendosi ammaliare dallo splendore delle antiche e raffinate culture araba, persiana e cinese ,dimenticando la steppa e le arcaici leggi tribali, in Cina il grande Qubilay Khan si immerse nei millenni di storia dell’ impero conquistato e fondò la dinastia Yuan considerandosi proseguitore delle precedenti, la sua splendida corte, la ricchezza e la perfetta organizzazione del paese incantarono ambasciatori, mercanti e viaggiatori di tutto il mondo.Quasi improvvisamente e senza motivo apparente, i discendenti delle orde di Gengiz Khan abbandonarono tutto e tornarono alle loro steppe a nord della Grande Muraglia e ripresero ad allevare cavalli, capre e cammelli nei loro villaggi di yurte, spostandosi con i pascoli e ascoltando gli sciamani nei loro territori dove attendono il ritorno del grande Khan.Una delle diramazioni della via della seta collegava il Gansu alle steppe mongole del nord dove a lungo l’immenso impero di Gengiz Khan ebbe la capitale a Karakorum, raggiunta dai più intrepidi viaggiatori dell’epoca e della quale rimangono le descrizioni di Giovanni dal Pian del Carpine, Guglielmo di Rubroeck, Rabban Ata, Andrea da Longjumeau, i fratelli Polo ed altri.Dalla Mongolia un’ altra rotta poi conduceva a Kambaliq dove Qubilay Khan portò la capitale, essa si staccava dalla via della seta e poi si ricongiungeva al suo termine di Pechino che,per tutto il medioevo, ebbe un’ importanza notevole nei traffici e nei contatti culturali.La via che collegava Pechino alle steppe mongole attraversa i territori a nord della capitale che si trasformano da campagne ordinate tra cittadine e villaggi in altipiani coperti d’ erba alta in estate per le scarse piogge che si concentrano in quel periodo, arrivando a Hohhot capitale della vasta regione della “Mongolia Interna” che si stende a nord della Grande Muraglia per quattrocentocinquantamila chilometri fino al deserto del Gobi.Una tranquilla cittadina dove la popolazione è in gran parte cinese Han, trasferita all’ epoca in cui il Celeste Impero cercava di colonizzare gli avamposti più lontani per arginare la maggioranza etnica mongola della quale ha sempre temuto la compattezza.Vi si trovano testimonianze di culture e religioni diverse a lungo in contrasto tra loro che sono riuscite a trovare un’ armonia, pagode taoiste, templi buddisti,l a moschea islamica e un tempio lamaista, dottrina buddista alla quale gran parte dei mongoli si sono convertiti mescolandola alle antiche tradizioni animiste e sciamaniche.Da Hohhot si stendono le leggendarie steppe percorse da antiche piste che videro l’incontenibile avanzata delle orde di gengiz Khan, lo sguardo si perde all’ orizzonte che avvolge uniforme da ogni lato e ondeggia di erba alta soffiata dal vento che in inverno la sferza gelido seccandola e spingendo i nomadi verso altri pascoli, dal mare verde emerge la comunità di Ulanturge attorno alla quale si accampano i mongoli in transumanza dividendo le attrezzature sanitarie e pubbliche con quelli sedentari del villaggio.Le tende rotonde di feltro “yurte” sono ampie e accoglienti e, come annotarono i primi viaggiatori occidentali per avvisare quelli che sarebbero venuti, le soglie sono sacre e calpestarle costituisce un affronto gravissimo, a sinistra vi è lo spazio maschile e al centro quello femminile con al centro il focolare, piccole impalcature con pellicce d’inverno e coperte ricamate d’estate sono i letti, immancabili le casse dipinte dove vengono conservati gli oggetti famigliari, i preziosi, le statuette di Budda e amuleti vari.L’ ospitalità continua ad essere spontanea e sacra e tutto è perfettamente simile alle descrizioni di Marco Polo e gli altri visitatori dell’ epoca, anche i cibi, le usanze, i gesti, solo i racconti del capofamiglia sono più “aggiornati”, ma continuano ad incantare i visitatori dei discendenti dei dominatori del mondo.I cinesi chiamarono Mong-Wu uno dei tanti gruppi nomadi che popolavano le steppe del nord e che, guidati dal giovane condottiero Temucin, riunificarono le altre tribù trasformandole in un formidabile esercito che dilagò in Asia fino alle porte d’Europa ed egli fu Gengiz Khan le cui gesta sono l’ unico grande mito del popolo delle steppe, fieramente tramandato e raccontato attorno al fuoco delle yurte.Alcune comunità sono diventate sedentarie, le altre continuano a muoversi in inverno verso i contrafforti dei monti Yinshan con tutte le loro cose caricate su carri trainati da cavalli e cammelli, per poi tornare all’altipiano erboso in estate, i pascoli vengono sfruttati fino all’esaurimento per poi cercarne di nuovi, ma sempre entro gli antichi confini tribali.L’ esistenza degli uomini delle steppe continua come descritto dai viaggiatori medioevali e lo storico islamico Rasid Addin che ne ha lasciato le note più complete, essi hanno anche conservato in parte l’ antica organizzazione tribale e clanica, il buddismo lamaista fu introdotto da missionari del santuario tibetano di Sa-Skya durante il regno di Qubilay Khan e la visita di Marco Polo, poi si creò la “Setta Gialla” che stabilì profondi vincoli con il Tibet, tanto che la reincarnazione terrestre dell’ “Illuminato” nel IV Dalai Lama fu un mongolo di Urga.I contatti e gli scambi religiosi tra la Mongolia e il Tibet si servirono di un’ altra importante rotta carovaniera che, da quella tra le steppe del nord e il Gansu, procedeva sugli altipiani del selvaggio Qinghai popolato da altre tribù nomadi per superare i passi himalayani ed entrare in Tibet fino a Lahsa, nei cui santuari e mercati si incontravano pellegrini e mercanti provenienti dalle altre rotte da ovest attraverso il Kashmir, il Ladakh e il Nepal e da est attraverso il Buthan e il Sikkim, un grande traffico commerciale e religioso osservato anche da Marco Polo quando fu inviato dal Qubilay Khan in Tibet.Assieme al buddismo lamaista molte tribù hanno conservato l’arcaico culto degli spiriti e antenati mitici “tengri”, i cui altari i pietra a volte sorgono misteriosi nella steppa ,come i luoghi segreti per il culto dei defunti attraverso le bambole in feltro “oguri”che li raffigurano,oggetto di antiche pratiche sciamaniche alle quali si ricorre per richiamare l’ intervento degli spiriti.Gli sciamani, diretti dal più anziano “Beki”, mantengono il contatto con i defunti e si tramandano riti e misteriose formule magiche, assieme a preghiere “mantra” buddiste, scandite dall’ esoterico ritmo del tamburo, l’ antica tradizone astrologica è la più diffusa e i lama interpretano l’ influsso astrale per ogni avvenimento collettivo ed individuale, tutto è regolato dall’immutabilità dei cicli di sessanta anni in cui le misure del tempo sono associate ai cinque elementi dell’universo e differenti animali mitologici.I saggi e gli sciamani misurano accuratamente i cicli del tempo, interrogando gli astri e gli spiriti per decifrare quando Gengiz Khan tornerà sulla terra per riunificare le tribù e guidare i mongoli alla niuova conquista del mondo, come raccontano gli anziani nelle yurte agli ospiti che li interrogano.La continuazione “ideale” della via della seta in Cina è l’ antica rotta che collegava il nord al sud dell’ impero, la stessa percorsa e descritta da Marco Polo nelle sue missioni nelle regioni meridionali dell’impero incaricato da Qubilay Khan, che attraversa il Sichuan e il Guizhou fino allo Yunnan.

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