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Mali

Nel “ paese dei neri” bilad al Sudan si stende il territorio del Mali che è stato il primo dei tanti viaggi e spedizioni in Africa, ci sono arrivato dall’ Algeria con la lunga traversata del deserto sulla rotta che porta oltre il Sahel fino al fiume Niger. Ho percorso altre vie sahariane, ma quella che attraversa l’ antico Sahara è la più remota, raccontata dalle incisioni rupestri e tracce di scrittura in berbero arcaico Tifinagh utilizzata nel Tamacheq parlato ancora dai Tuareg discendenti dei Garamanti che usavano la pista tra l’ Ahaggar algerino attraverso il Tanezrouft e l’ Adrar des Iforhas fino al Mali.

Sulle antiche carovaniere

Era parte della via dei carri seguita nell’ antichità e nota ai romani che inviarono spedizioni su itinerari poi seguiti dagli esploratori ottocenteschi dell’ African Association, che ho cercato di ripercorrere dal deserto algerino al Tuat per la pianura del Tanezrouft sulla vecchia pista delle balises Bidon V.

Oltre il confine maliano da Tessalit una via a ovest porta alle saline di Taoudenni, l’ altra a sud est arriva a Kidal e di qui a Gao nella terra ove scorre il Niger. Il vasto territorio si stende dal Sahara a settentrione che si trasforma nell’ arido Sahel centrale ove da novembre soffia il vento sabbioso dell’ harmattan, nella regione di Hombori emergono massicci isolati delle Dolomiti maliane, con l’ Hombori Tondo dalle cinque guglie Mani di Fatima, che s’allungano fino a Bandiagara nell’ omonima falesia con il suo affascinate patrimonio di natura e storia .

Dappertutto la vegetazione è scarsa alimentata da rare piogge, l’ acqua preziosa la si trova nel fiume Niger che scorre ad ovest in una grande ansa e a sud s’ unisce alle acque del Bani creando un grande delta interno. Solo l’ estremità meridionale riceve piogge periodiche alimentando la savana che accoglie bufali, ippopotami, giraffe, gazzelle e pochi leoni, concentrati nella Boucle con il parco naturale Baoulè.

Il Paese dei Neri

In questo territorio la preistoria s’ accompagna al resto del nordafrica per millenni e l’ archeologia maliana inizia il racconto della sua storia continuato dalla tradizione orale delle tante etnie fino al sorgere degli stati medievali, Il primo regno Awkar di etnia Sarakollè divenne il potente Impero del Ghana con la fiorente capitale che ha lasciato i suoi resti a Koumbi Saleh, devastato nell’XI secolo dai Berberi musulmani Almoravidi provenienti dal Marocco.

Verso la metà del XIII secolo Sundjata Keita sovrano dell’etnia Mandinka fece convertire il suo popolo all’Islam controllando la carovaniera di Sigilmassa nel lucroso commercio dell’oro e del sale, divenne l’ Impero che raggiunse l’ apogeo nel XIV secolo con Mansa Musa, il nono imperatore Musa I che dicasi l’ uomo più ricco di tutti i tempi. Djennè ne divenne grande centro e ne rimane patrimonio con la sua architettura islamica medievale che emerge nel sito della Grande Moschea, anch’ essa a rischio dopo la guerra scatenata con la cosiddetta insurrezione islamica, come altro suggestivo patrimonio della mitica Timbuctù finito a lungo in mano ai jihadisti criminali dell’ Anṣār al-Din.

Il potente impero del Mali fiorì dall’ inizio del XIII secolo per quattrocento anni, intanto ad est il popolo della grande etnia Songhai iniziava la sua storia come potente stato organizzato dal sovrano Sonni Ali che nel 1464 fondò l’ Impero con capitale a Gao dominando i tratti finali delle carovaniere per un secolo. Lo scontro con berberi Merinidi marocchini e il declino delle vie sahariane per l’ apertura delle rotte atlantiche portoghesi portarono ad una rapida decadenza dell’ impero Songhai nel XVI secolo.

Parte del territorio era attraversato da una delle vie degli schiavi , le carovaniere saheliane per l’ oceano e il limitrofo Senegal, all’ epoca sorse l’ ultimo stato maliano del regno Bamana con capitale Sègou fondato da Biton Coulibaly all’inizio del XVIII secolo. Presto anch’ esso decadde con le antiche città e la gloriosa Timbuctù abbandonata prese fama di luogo remoto e inaccessibile. Rimase territorio di avventurose esplorazioni dell’ African Association fino al 1883 quando divenne la colonia del Sudan francese sempre emarginato rispetto le altre colonie africane occidentali .

Dall’ indipendenza allo jihadismo

Nel 1960 ottenne l’ indipendenza e si unì al Senegal in una Federazione che ebbe durata breve, poco dopo si separò e Modibo Keita divenne il primo presidente del Mali. Nel 1968 un colpo si stato portò al regime autoritario di Moussa Traorè che governò ventirè anni con repressioni di ogni genere e i Tuareg perseguitati. Un nuovo colpo di stato del colonnello Amadou Toumani Tourè portò al governo di Soumana Sako e le prime elezioni democratiche con la vittoria di Alpha Oumar Konarè.

Nella più recente storia travagliata sono avanzate le formazioni islamiche e il morbo del salafismo, mentre era rivendicato territorio indipendente il nord Dawlat Azawad dal movimento Aslalli Azawad e scatenata anche qui la guerra con la cosiddetta insurrezione islamica. Sono dilagate le bande criminali di al-Qa’ida fī l-Maghrib, il Movimento per la Jamāʿat al-tawḥīd wa l-Jihād fī gharb Ifrīqiyā e i jihadisti dell’ Anṣār al-Din.

Poi il devastante conflitto libico e l’ incosciente intervento militare occidentale per la morte e caduta di Gheddafi fece espandere la guerra nel 2012 con altre violenza in Mali, divenuto centro dei traffici di droga, armi, emigranti e schiavi.

E’ questo il paese che si ritrova dall’ epoca di quel primo lungo viaggio, dilaniato dalla guerra che ha portato alla situazione drammatica della crisi che sta vivendo, con violenze ed insopportabili imposizioni predicata dagli imam su popolazioni ed etnie .

Popoli del Mali

Questo è un paese che si può comprendere solo conoscendo le tante etnie dalle diverse culture e le varie popolazioni che ho cercato venendo dal Sahara e attraverso l’ arido Sahel fino al fiume Niger seguendone il corso e poi scendere sulle antiche rotte che dirigevano oltre i confini per l’ oceano.

Il nord per secoli è stato dominato dai Tuareg da sempre fiero popolo nomade che qui si trovano nelle tribu Kel Adagh e Adrar Ifoghas della grande confederazione Iwellemmedan, ne ricordo gli accampamenti tra il Sahara meridionale e i Sahel seguendone le carovane verso i mercati sul Niger.

Erano i signori dell’ Azawad che va dalla regione a nord della città di Gao e il limitrofo territorio della leggendaria Timbuctu anch’ essa colpita dai jihadisti. Di quel territorio hanno reclamato l’ indipendenza con il Movimento di Liberazione Tumast i Aslalli n’Azawad alleato con gli islamici Iyad ag Ghal e Ansar Dine, poi in contrasto con questi jihadisti sono giunti ad un accordo di pace, ma ancora si strascicano le violenze e devastazioni della guerra che ha sconvolto il Mali come lo si trova.

Procedendo nel Sahel si trovano gli allevatori tradizionalmente nomadi Pehul assimilati ai Fulbe Fulani dalle origini ancora poco note che popolarono la vasta regione provenendo dal nord est.

Per l’antropologo Barth arrivarono in epoche remote dal Touat sahariano, lo storico Anta Diop ne sostiene la discendenza dagli egizi, forse anch’ essi discendono dagli antichi abitanti preistorici dell’ antico Sahara , ma molte caratteristiche sono simili alle popolazioni di allevatori nilocamiti da dove emigrarono in epoche remote. Si muovono in un vasto territorio tra questa regione.

Il Futa Jalon , il massiccio del Tibesti ciadiano e l’ Adamaoua camerunense, nel territorio nigerino ai Pehul appartengono i fieri nomadi noti come Bororo Wodaabe. Da secoli commerciano con gli agricoltori sedentari Songhai stabilitasi nell’ ansa del Niger nel medioevo fondarono un impero fiorente dal traffico carovaniero hanno dominato per secoli la regione, come gli abili artigiani e mercanti Sarakolè Soninke che discendono dal popolo che creò l’ antico e potente Impero del_Ghana Wagadou dominante la regione fino alla Mauritania per settecento anni dal IV secolo e di stessa discendenza guerriera gli agricoltori Marka Fin.

Erano sudditi dell’ antico impero del Ghana anche gli antenati dei pescatori Bozo che popolano il vasto delta interno maliano del Niger dall’ antica Djennè al pescoso lago Dèbo, anch’ essi islamizzati ma ancora legati ad alcune antiche tradizioni religiose, gli unici che per secoli hanno mantenuto relazioni con i vicini Dogon.

Erano cacciatori e guerrieri i Malinke della nobile stirpe Mandinka dediti all’agricoltura, simili ai Bambara e come loro producono tra le più raffinate maschere e statue tradizionali con culti legati alle antiche religioni africane nonostante l’ islamizzazione.

Della stessa discendenza Mandingo sono i numerosi Bambara che costituiscono quasi un terzo della popolazione maliana, in parte concentrati nella regione meridionale di Sègou e quella della capitale Bamako che fu centro del loro Impero fondato nel XVIII secolo da Mamary Coulibaly.

Noti anche come Bamana tradizionalmente l’ autorità è esercitata da una sovrano fama e che governa i villaggi diretti dal capo dougoutigui, hanno resitito in parte all’ islamizzazione conservando le antiche tradizioni religiose e le società iniziatiche per giovani e adulti che vi acquisiscono l’ energia vitale N’tomo simile al Nommo nella concezione dei Dogon.

Dalla complessa vita spirituale e organizzazione sociale tradizionale deriva l’ elevato livello artistico nella scultura scultura lignea di maschere e statue tra le quali il copricapo rituale in forma di antilope stilizzata Chiwara. Anche il popolo Syénambélé dei Senufo nel sud, qui come negli altri paesi dove è diffuso, è rimasto legato alle antiche tradizioni religiose e l’ organizzazione nella società iniziatica maschile poro e la femminile sandogo che ne regolano la vita comunitaria, simili a molte altre diffuse nell’ occidente africano, ma qui è quella femminile che mantiene i rapporti con spiriti ed entità dell’ universo sovrannaturale attraverso riti divinatori che in qualche aspetto mi sono sembrati simili a quelli che ho studiato viaggiando nei poco più meridionali Paesi vudu.

Tradizioni e ritualità che ha permesso di elaborare e perfezionare tra i più alti esempi di arte africana dei maestri intagliatori navaga con le loro sculture lignee nelle suggestive i statue dalla raffinata fattura e le splendide maschere .

Più di ogni altro viaggiando tra i popoli del Mali mi sono fermato presso il popolo rimasto isolato per secoli nella falesia di Bandiagara, questo che è poi divenuto patrimonio culturale all’ epoca era poco noto se non per gli studi di Marcel Griaule pubblicati nel suo Dio d’ Acqua e con essi ho cercato di reinterpretare l’universo del popolo Dogon, trovando anch’ io la guida in un vecchio e saggio Ogon come fece lui con il suo Ogotemmeli a raccontarmi tradizioni e spiegarmi la loro complessa cosmogonia e l’ affascinante mitologia.

Dal Sahara al Sahel

Venendo dalle suggestioni dell’ antico Sahara dopo la lunga traversata del deserto d’ Algeria, a seguire l’ itinerario di quella che fu la via dei carri s ’arriva alle nere sagome dell’ Adrar des Ifoghas che prende nome la confederazione Tuareg delle tribù Ifoghas e Kel Adagh decimate dalle carestie che si sono succedute in questo Sahel.

Un vecchio cartello annuncia che si entra in Mali dal nord su una pista sabbiosa dove spuntano spettri appiedati chiedendo acqua, sopravvissuti alle siccità che flagellarono il Sahel disperdendo popolazioni e sterminando parte dei Tuareg.

Nella regione di Gao Il minuscolo Tessalit è il primo centro che si incontra in Mali dopo la traversata sahariana dall’ Algeria, poche case di fango e la presenza inquietante degli Ifoghas e Kel Adagh diventati sedentari per disperazione, isolati e disprezzati dai nomadi che preferiscono l’ estinzione piuttosto che sottomettersi ad una vita estranea.

Mentre il sole scende tingendo d’ ocra l’arida pianura in un recinto di pietre silenziosi Tuareg si prostano nella ṣalāt preghiera al-maghrib, religiosità solitaria nel controluce del sole che scompare dopo giorni di traversata accompagnati dal vento e la solitudine.

Mi avevano accolto nel loro accampamento e bevendo the in quella notte invernale un’ anziana raccontava come il diavolo Ash-Satain fece seccare i pozzi e la siccità uccise uomini e animali, depositaria di misteriose conoscenze che si mise a cercare il mio destino nei sassolini gettati nella sabbia per interrogare le entità Jinn e gli spiriti ’Ifrìt che tra questa gente le tradizioni e riti magici mescolano alle consuetudini islamiche.

Qui come altrove gli eventi sono precipitati da quando studiavo il mondo islamico nei miei viaggi cercando di capire come la fede s’ era integrata a più antiche tradizioni tra le varie popolazioni, ho descritto altrove come questo popolo tuareg era libero dalla rigida shari’a e ogni imposizione d’ origine araba.

Li ritrovo molti ormai sradicati da tutto ciò anch’ essi infettati dal fondamentalismo combattenti nell’Aslalli n Azawad assieme ai fanatici dell’ Ansar Dine e i criminali di al-Qaida-Maghrib nella sanguinosa guerra per imporre la perversione dell’ integralismo che hanno sempre fieramente rifiutato.

Procedendo sulla pista si incontrano i Fulbe che nella loro idioma fula significa libero, noti anche come Pehul dalle origini misteriose che hanno alimentato teorie più fantasiose delle storie raccontate dai vecchi cantastorie griot ambulanti nei villaggi. Solo ottantamila sono rimasti nomadi e si spostano seguendo le mandrie, esiste solo la quotidianità perché ” le mandrie cercano acqua e pascolo, noi seguiamo le mandrie, così è sempre stato“, difficile dimenticare questa filosofia della vita esposta da un capo clan.

E’ un popolo di allevatori e guerrieri che fondò il potente impero Fulani Sokoto nel XV secolo, all’ epoca si deve la sedentarietà degli altri due milioni diffusi nel resto dell’ occidente africano dalla leggendaria bellezza delle donne e gli uomini che ostentano un’ ineguagliata vanità celebrando le gare di bellezza Guèrewol tra le tribù nigerine Wodaabe ornandosi con fantastiche decorazioni.

Attraversandone il territorio, le mandrie accompagnate dagli eleganti pastori e le ragazze dalla superba bellezza ai pozzi, sono quotidiani spettacoli di grazia e fierezza nell’ambiente circostante che si addolcisce. I villaggi si susseguono tra i campi di miglio e la vita drammatica del Sahel si trasforma mentre la pista procede ad avvistare il verde delle paludi che annunciano Niger .

L’antica carovaniera lo incontra a Gao ormai irriconoscibile da quel primo viaggio, sconvolta per cinque anni dalla rivolta tuareg fino al ’95, poi dalla guerra per l’ idipendenza dell’ Azawad scatenata dai milziani islamici e anche dopo l’ intervento militare francese la situazione a Gao rimane drammatica come nel resto del Mali travolto dalla violenza jihadista.

All’ epoca la trovai com’ era stata per secoli con le le vie sabbiose piene di vita ove affacciano edifici antichi che si confondono con i più recenti nello stile saheliano dall’ asimmetrica eleganza, ne emerge come patrimonio culturale il mausoleo con la tomba del sovrano Askia Mohammad sovrano dell’ impero Songhai nel XV secolo che ne fece capitale e fiorente centro carovaniero.

Secolare ricettacolo di etnie e commerci attirati dal Niger e i suoi mercati ove giungevano agricoltori, allevatori e nomadi con le mandrie, le ultime carovane del sale Azalai, mercanti e contadini Malinke, allevatori Pehul Fulani, donne dai costumi diversi, cantastorie griot ambulanti, Tuareg con il viso celato dal velo tagelmust e l’ inseparabile spada takouba che all’ epoca arrivavano e ripartivano con le carovane.

Nel vecchio porto le piroghe caricate dai pescatori Bozo e di merci varie, suoni e colori che si spandono tra le vecchie case di fango e le antiche moschee fino al controluce del tramonto sul fiume.

Tra Timboctu e Mopti

Ad ovest dirama la via nell’ arida regione di Bamba per oltre duecento chilometri e da Bourem, procedendo nella savana s’ innalzano i monti Gandamia ove si trovano piccoli villaggi Songhay temporanei con accampamenti di Fulbe Pehul nomadi assieme a quelli di Tuareg Kel Ataram e Kel Adagh, da secoli le loro piste incrociano il centro di Douentza e la regione del Gourma Rharous ove sopravvivono gli ultimi elefanti del deserto anch’ essi minacciati dalla guerra civile.

La pista riprende la via fino a Timbuctu, decaduta e lasciata al deserto che avanza conservava il suo mito di antico centro sulle carovaniere sahariane. Chi v’ è stato la ricorda quieta nell’ atmosfera nostalgica di quando divenne magnifica con il ricchissimo Mansa Musa nono sovrano dell’ Impero del Mali, fu sede medievale della grande Università e rimasta per secoli prezioso patrimonio culturale con le sue madrase ricche di rari manoscritti.

La severa suggestione della moschea Sankore contemporanea alla raffinata Djinguereber del XIV secolo, la quattrocentesca Sidi Yahya dal mausoleo con la magnifica Porta della Resurezione distrutta come molti monumenti dai fondamentalisti dell’ Ansar Dine e gli altri sanguinari cialtroni di al-QaidaMaghrib e Jamāʿat al tawhid che hanno scatenato la loro guerra travolgendo anche questa mitica città colpita al cuore dai jihadisti.

Dall’ idiozia islamica che ne ha bruciati alcuni, sono sfuggiti i preziosi manoscritti, fortunosamente salvati dall’ intrepido Abdel Kader Haidara che ne era bibliotecario. Nel porto di Korioume ci si imbarca sulle pinasse che da secoli portano genti e merci sul Niger, navigando un paio di giorni attraverso il delta interno lambito a nord dalle dune dell’ erg Niafounke ove è minacciato dall’ avanzamento del deserto.

Accampandosi nei piccoli villaggi dei pescatori Bozo si naviga tra paludi, isolotti e ramificazioni del fiume che s’aprono nel lago Dèbo ricco di fauna uccelli di varie specie ippopotami antilopi gazzelle e altri mammiferi. Dalla suggestione lago si prosegue nell’ ambiente di questa parte del delta attraverso il territorio ove si stende il lago Niangay lasciando la navigazione per riprendere la via che piega a sud est nella regione popolata dai Fulbe che qui chiamano Pehul con il copricapo conico armati di zagaglia che scortano il magro bestiame, nell’ arida pianura s’ erge la sagoma squadrata dell’ Hombori Tondo su una piccola oasi dove sostare prima dell’ ultimo tratto della via che porta a Mopti.

Fu a lungo semplice villaggio di pescatori Bozo, poi di qui mosse El Hadji Oumar Tall contro l’ impero Fulani Sokoto, all ‘inizio del XIX secolo nei pressi Hamdullahi divenne capitale dello stato Massina Macina fondato con dalle guerre sante proclamate jihad degli islamizzati Fulani condotti dal religioso Shaykh Usman dan Fodio.

Quando fu nella colonia francese vi sorse il più grande porto sul Niger dove giungono diverse popolazioni animandone le vie, i mercati e lungo il fiume che qui riceve l’ affluente Bani ramificandosi tra paludi ed isolotti sabbiosi verso il delta interno meridionale.

Djennè

Si traghetta a riprendere la pista per la poco a sud sulla chiatta stipata di gente che ritorna dal mercato per gli sperduti villaggi nella brousse della savana saheliana assieme a Tuareg armati di vecchi archibugi e la fida takouba.

Sull’altra sponda un gruppo di donne nere Ikelan Bella all’ ombra delle acacie sorvegliate da armati prima di riprendere il cammino per essere vendute come schiave.

All’ epoca lo pensavo tragico strascico del passato, ma sono ancora diverse migliaia in questo paese ad essere tenute in schiavitù, aumentate di molto dopo la guerra e la diffusione dell’ islamica consuetudine schiavista nella vicina Mauritania.

Da questa parte del delta seguendo il fiume Bani poco a sud si giunge a Djennè rifondata dai Bozo nei pressi dell’ antico centro di Jennè Jeno risalente al III secolo a.C. all’ incrocio maliano delle carovaniere sahariane, entrata anche nella storia del popolo Sarakollè Soninke.

Rimasta fieramente indipendente fino al quattrocento con la conquista di Sonni Alì che la prese nell’ impero Songhai, all’ epoca visitata per la prima volta dal grande viaggiatore arabo Ibn Battuta che ne rimase ammirato, il secolo successivo fu descritta dal celebre geografo berbero Leone Africano nella sua Della descrittione dell’Africa et delle cose notabili che ivi sono come una fiorente città fluviale che richiamava mercanti e viaggiatori.

Nel XVII secolo fu dominio dell’ impero Bamana Segou, passando poi al Califfato Hamdullahi del regno islamico Macina Massina e infine nell’ impero Fulani Sokoto prima di essere parte della colonia francese che orientò per via marittima il secolare commercio carovaniero sahariano e il suo proseguimento sul Niger, divenendo la quieta una cittadina fluviale dallo splendido passato come l’ ho trovata.

Continuava ad essere la vecchia città tranquilla ed animata con il centrale mercato del lunedì da dove irradiano gli antichi tredici quartieri nella tradizionale architettura neosudanese fino alle mura, poi l’animatissimo porto fluviale che un tempo accoglieva le grandi piroghe pinasse cariche di merci nel secolare fiorire di questa Djennè.

Prezioso e suggestivo patrimonio culturale anch’ esso in serio pericolo dopo la disastrosa guerra e il susseguirsi di eventi che sconvolgono questo paese. Qui si trova il più grande edificio innalzato con l’ antica costruzione in mattoni di fango al mondo nella grande moschea fondata nel XIII secolo, ampliata e arricchita più volte, venne in parte demolita nel 1830 da Sèkou Amadou fondatore del regno coranico di Massina Macina per ricostruirla in più consona austerità così come appare questa moschea, che non sembra essere comunque gradita ai gruppi del criminale fanatismo islamico.

Dogon

Nella storia di questo Mali travagliato di quotidiane vicende e sconvolto dall’ estremismo islamico, vi è un luogo che sembra esserne per ora solo sfiorato e che mi è particolarmente caro. Raggiunta Bandiagara si procede nel vicino villaggio di Sangha da dove si accede alla falesia rocciosa di Bandiagara lungo la valle Yame che racchiude il territorio di Ounjougou, transito di allevatori nomadi fin dal neolitico e insediamento di agricoltori dal primo millennio, antenati dei Tellem dalle incerte origini e ritualità assimilabili ad una primitiva religiosità africana che hanno lasciato le abitazioni troglodite scavate nella parete rocciosa sotto la quale sono arroccati i villaggi dei Dogon.

In questo suggestivo patrimonio ambientale e culturale il popolo Dogon giunse circa nove secoli or sono e la tradizione narra che erano quattro tribù guidate dai mitici antenati, le due Ono e Donno rimasero sull’ altipiano, la Dyon su quello di Bandiagara e la Aru scese nella falaise trovando questo territorio abitato dagli ultimi Tellem che avevano appreso misteriose pratiche magiche dalla più antica popolazione dei pigmei Andaouboulu.

L’ orizzonte spirituale di questo gente non è solo una delle religioni africane, ma elaborata filosofia e articolata cosmogonia assieme alle conoscenze astronomiche sorprendenti di questo popolo, sapienza rivelata nella tradizione primordiale e la varietà di pratiche divinatorie che fondano la conoscenza sul culto dell’ energia vitale sprigionata dal Nommo.

Da tutto ciò deriva una raffinata cultura estetica che ha raggiunto un elevato livello nell’ arte lignea dal profondo significato simbolico delle statue e maschere tradizionali che esprimono la comunità e, quello che era il mistero tra miti e leggende di questo popolo, si svela in un itinerario di immagini e sensazioni tra i villaggi di Irelit, Tirelit e Bani aggruppati con capanne cilindriche dalle mura di fango e il tetto conico di rami che appaiono case di fate uscite da un mondo di favola.

All’ epoca i Dogon non erano tanto conosciuti e oggetto di visite come in seguito, come è stata sempre mia consuetudine nell’ incontrare etnie ancora legate ad antiche tradizioni in tutti i continenti, rimasi un po’ tra quei villaggi per comprendere e documentarne quella cultura fondata sugli antichi miti che raccontano l’ origine dell’ universo Dogon.

Rivelato per la prima volta da Marcel Griaule nel celebre testo che descrive gli incontri con il saggio Ogotommeli, ne avevo una copia del suo Dieu d’Eau per confrontarlo su ciò che mi raccontavano i vecchi Ogon depositari della tradizione orale.

In principio Amma il Creatore dalla forma di un uovo diviso in terra, aria, fuoco e acqua, cercò di unirsi con la Terra e non riuscendovi , generò due placente con una coppia di gemelli. Uno era Ogo che ha cercato di creare il proprio universo, avendo fallito Amma ha utilizzato un frammento della sua placenta per creare la Terra. Lo ha ucciso disperdendo le sue parti nel mondo per mettere in ordine, poi ha dato vita all’ altro gemello Nommo che a sua volta ha creato i quattro antenati dei Dogon per popolare il mondo oltre quello di Yébans abitato dai primi uomini Andoumboulou che non sapevano della morte e vivevano nelle grotte.

Dei quattro Yurugu era imperfetto essendo nato dall’unione fallito Amma e della Terra, Ono ha aiutato la fondazione della stirpe, Dyon era il maggiore e a cavallo trasportava sulle spalle il più giovane Aro che ha condotto il mitico viaggio verso Bandiagara. Il coccodrillo è l’animale sacro che ha indicato la fonte di acqua e il serpente ha confuso i nemici durante il mitico viaggio. Qundo sono giunti il maggiore Dyon lo ha abbandonato, ma un’ anziana gli ha dato poteri soprannaturali per difesa, addomesticare gli animali e provocare la pioggia, mentre Lebe Sérou ebbe le conoscenze per divenire fabbro e forgiare i metalli.

Qui la tradizione si esprime dappertutto e la percepivo quotidianamente fino alla celebrazione della grande cerimonia del Sigui che si tiene ogni sessanta anni per rinnovare l’ energia vitale della comunità fondata sulla ritualità Ommolo Bulone creata dagli antenati del clan Anibeon per entrare in contatto con le entità sovrannaturali che si manifestano periodicamente nelle immgini suggestive delle danze M’nango.

Iniziati con il rito dell’ Ounosie-Mon, i membri della società delle maschere danzando riescono a comunicare con quegli spiriti.

La maschera Kanaga sormontata da una doppia croce simboleggia l’equilibrio tra cielo e terra rappresentazione dell’ ordine universale, la Samo ricorda il popolo combattuto dagli antenati, la Satimbe sormontata da una figura femminile simboleggia la creatività dei viventi attraverso la scultura. Nella danza sempre più frenetica entrano poi le maschere Walu che raffigura l’ antilope, le M’nakele-Ekanega e le M’ngionde che rappresentano altri animali inseguite da quelle degli antenati cacciatori, le Yagule e su alti trampoli le M’naia raffiguranti fanciulle dalle ricche decorazioni nell’ equilibrio della forza e della bellezza. Al culmine gli iniziati entrano in trance posseduti dagli spiriti e le entità che rappresentano e comunicano con la collettività in un crescendo di esaltazione nella fluida presenza delle forze sovrannaturali che svelano l’ universo Dogon.

Uscendo da quel mondo si lasciano gli ultimi lembi di Sahel per tornare sul Niger da dove proseguire ad ovest passando per Sègou che fu capitale del potente regno Bamana, ne rimangono scampoli di storia in questa città , sulla via precede la capitale Bamako che la ricordo inseguire modernità africana, poi Kayes verso il vicino Senegal. Da lì si continua per l’ itinerario che porta all’Oceano, incrociando le tragiche vie degli schiavi e quelle per riscoprire i Paesi Vudù cercando sempre di capire e raccontare l’ Africa .

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