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Amazzonia brasiliana

“…vedemmo delle indiane armate di archi e frecce che accompa­gnavano gli uomini al combattimento e lottavano con più coraggio di loro e facevano pensare alle Amazzoni…”

Gaspare Carijal

Un’impressione del missionario Gaspare Carijal in una delle primissime cronache di viaggio nel più grande bacino fluviale del mondo attorno al 1540: dal quel giorno il maestoso fiume che scorre dalle Ande all’Atlantico, tra la foresta vergine, fu il “Rio delle Amazzoni”. Tuttavia, la leggenda del ”fiume delle donne guerriere” é molto più antica, vi é infatti un mito degli indios brasiliani Tupi, filtrato dai secoli e dalle interpretazioni, che narra di un tempo in cui gli uomini della foresta erano completamente schiavi delle donne che si univano sessualmente con loro solo una volta all’anno nella zona sacra della laguna Yaci Uarua. L’eroe mitico Jurupari apprese dagli spiriti della foresta i segreti magici e religiosi che dettero forza ai deboli uomini e permisero loro di ribellarsi alle donne sottomettendole. Dopo la sua morte Jurupari diventò una delle più importanti divinità dei Tupi e i riti che insegnò al suo popolo si tramandarono per generazioni aumentando la loro potenza. Un giorno, però, un dio più potente mandò i suoi demoni ad invadere il territorio degli antenati: i bianchi con le loro armi e la loro sete di ricchezza che, da quel momento sconvolsero l’ordine naturale ed umano della foresta attorno al grande fiume. L’Amazzonia entrò anche nella “leggenda” dei bianchi e attrasse progressivamente esploratori, conquistatori, missionari, coloni e avventurieri che ne intuirono subito le enormi possibilità di ricchezza.

La terra dei primati

Al mondo vi sono ancora vaste aree che vengono comunemente associa te all’ idea di “selvaggio”, “ignoto” ed inesplorato, spesso i loro nomi sono entrati a far parte del linguaggio comune come sinonimi di mistero e inaccessibilità. Regioni come il Sahara, il Borneo, la Nuova Guinea e l’Amazzonia, ma é forse quest’ultima che si differenzia dalle altre per complessità di caratteristiche ambientali ed umane. E’ la “terra dei primati” in assoluto: il bacino idrico più vasto del mondo, la foresta tropicale più estesa e le piante più gigantesche, gli animali più strani e le popolazioni più isolate. Alcune zone di questo ambiente grandioso si sono aperte ad un certo tipo di “turismo”, altre rappresentano l’ideale per coloro che ricercano il gusto della vera “avventura”, altre ancora sono tuttora oggetto di spedizioni scientifiche ed esplorazioni. Tuttavia la vera realtà dell’Amazzonia é il suo immenso patrimonio di risorse naturali che aspettano di essere sfruttate fin da quando i primi esploratori europei cominciarono a penetrare la jungla. Gran parte dell’area amazzonica é compresa nel territorio brasiliano di cui ne occupa ben 3.579.991 Km.2 suddivisi tra gli stati di Roraima, Parà, Amazonas, Acre e Rondonia, oltre il 40% dell’intero Paese. pochissimo popolata nell’interno, la maggiorparte degli abitanti si concentra nelle città come Belem, Brasilia, Boa Vista, Porto Velho, Manaus e nei centri di colonizzazione sui fiumi navigabili o lungo la pista “Transamazzonica”. Questa titanica opera di collegamento stradale, conferma l’ Amazzonia come “terra di primati”; venne iniziata solo nel 1970 e portata avanti nei tempi di record tra difficoltà incredibili, una strada taglia in due la foresta da Recife, sull’Atlantico, al confine con il Perù.Negli ultimi tempi sono stati costruiti anche tronconi trasversali che collegano tra loro zone prima completamente isolate, destinate ad accogliere centri di colonizzazione e di sfruttamento della jungla.

La transamazzonica

La “perimetrale norte”, che unisce il Venezuela al Brasile, rende possibile un sogno preseguito per anni: passare per via terra dal grande bacino dell’Orinoco a quello dell’Amazonas fino a Manaus e, da qui, con il troncone meridionale, fino alla Bolivia e le Ande.Un itinerario del genere presenta ancora aspetti da “grande traversata”, possiede quel fascino dell’”avventura”, piena di difficoltà ed incognite, che molti vanno cercando nelle zone più difficili del mondo, ma soprattutto dà un’idea globale su cosa rappresenti la colonizzazione dell’ Amazzonia, di questa ultima “frontiera” dove si è ripetuta un’epopea paragonabile a quella della “conquista del west”.Gli elementi ci sono tutti: piccoli centri frequentati da mercanti, avventurieri, immigrati, meticci, esploratori, una natura ancora selvaggia ed ostile, indios che cercano disperatamente di difendersi dall’ avanzata drammatica e violenta della cosiddetta “civiltà”. Sono stato tra i primi che hanno percorso interamente le piste “Transamazzoniche”, da nord a sud, da est ad ovest, e non posso che confermare questa idea di una nuova “frontiera”. Tuttavia posso anche confermare che tale vasto progetto ha avuto i suoi spaventosi costi di vite umane, il mostruoso sterminio degli indios della foresta, le vittime di un progetto tanto grandioso quanto spietato e violento. La popolazione originaria dell’Amazzonia brasiliana é rappresentata da cinque grandi gruppi linguistici, ognuno dei quali costituito da varie tribù: i Pano, i Caribi, i Ges, i Tupi e gli Arawak, in buona parte sterminati dai colonizzatori .Fin dalle prime esplorazioni e per tutto il periodo di colonizzazione gli indios hanno imparato a temere la ferocia dei bianchi, molti sono stati sterminati o rinchiusi in “riserve”, altri si sono assoggettati, altri ancora si sono rifugiati nelle zone più inaccessibili ed é molto più pericoloso oggi che un tempo attraversare alcune di queste zone, i sopravvissuti hanno il terrore degli stranieri e si difendono come possono.

La conquista dell’Amazzonia

Le vicende della conquista dell’Amazzonia coincidono da quasi un secolo e mezzo con la storia di Manaus, la città sorta nel cuore della foresta più vasta del mondo. Nel 1669 Francisco Falco, un’intraprendente esploratore portoghese, raggiunse la confluenza del Rio Negro con il Rio Solimoes, dove le acque scure del primo corrono parallelamente con quelle giallastre del secondo, che gli spagnoli avevano battezzato Amazonas, per oltre ottanta chilometri senza mescolarsi tra loro. Rimase talmente impressionato da questo spettacolo, lo stesso che qualsiasi visitatore a Manaus può godere oggi, che decise di stabilirsi sul posto e fondò un avamposto che chiamò Forte Sào José nel quale vivacchiarono per anni pochi coloni che ne cambiarono il nome in Bara e poi in Manaus. Per circa due secoli la capitale dell’Amazonas fu Belem, il porto sull’immenso estuario del fiume, nel 1850 Manaus contava circa seimila abitanti completamente al di fuori della vita economica e commerciale del Brasile che si svolgeva tutta sulla costa a ben 1250 Km. di distanza. Verso la fine del XVIII secolo il naturalista francese La Condomine, portò in Europa una sostanza densissima e lattiginosa ricavata dall’ Havea Brasilensis, un albero diffusissimo nella jungla amazzonica, le cui proprietà vennero studiate a lungo dagli scienziati europei prima di interessare la nascente industria moderna, era il cauccìu.Nel 1854 due importantissimi eventi determinarono l’inizio del boom industriale ed economico del caucciù: lo sviluppo della navigazione a vapore che rendeva trasporti fluviali e marittimi più rapidi e le idee di impiego del caucciù di due industriali. L’inglese Mac Kintosh pensò di utilizzare la gomma ricavata dal caucciù per farne impermeabili, l’americano Goodyear per fabbricare scarpe a buon mercato e resistenti. Tuttavia la gomma risultava troppo pesante, maleodorante e poco elastica, ma fu ancora Goodyear, il vero “padre” della gomma, che ebbe l’idea generale di mescolare il caucciù allo zolfo per far diventare la gomma più leggera ed elasticissima. Goodyear aveva inventato il procedimento di “vulcanizzazione” che segnò la nascita del grande impiego industriale del caucciù e dell’ ”era della gomma” che venne impiegata per la fabbricazione di una innumerevole serie di prodotti. Comonciò l’ ”età d’oro” di Manaus, vi fu una grande immigrazione di mano d’opera, la città crebbe a dismisura, giunsero imprendi tori da tutto il mondo e nacque la leggenda del Nuovo Eldorado.

La regina d’Amazzonia

Fecero lastricare le strade, costruirono fognature e serbatoi di acqua potabile, dotarono la città di illuminazione a gas e una rete tranviaria, ingrandirono il porto, costruirono chiese e palazzi principeschi, un teatro con ben 1400 posti, tutto costruito in Europa con i materiali più costosi, “smontato” e’ “rimontato” a Manaus. I più esigenti arrivarono a spendere cifre incredibili per inviare la loro biancheria nelle migliori lavanderie di Londra con un apposito piroscafo dal “servizio celere”. Le bizzarrie dei ricchissimi magnati di Manaus entrarono ben presto nella leggenda, ma il loro sogno era di avere Sara Berhard e Caruso ad esibirsi nel loro teatro, offrirono cifre favolose, ma non furono mai esauditi. Nel frattempo gli inglesi tentavano di strappare all’ Amazzonia primato del caucciù e, dopo alcuni tentativi falliti, un certo Wichkham esportò 70 mila semi di halvea che piantò in Malesia, Indonesia e Ceylon: fu l’inizio della fine. Le piantagioni in Estremo Oriente si moltiplicarono con costi produttivi molto inferiori, Wichkham fu fatto lord e Manaus, dopo l’apogeo del periodo tra il 1900 e il 1911, vide calare vertiginosamente la domanda e la produzione di caucciù. Il declino continuò rapido e progressivo fino a che Manaus non diventò quasi una “città fantasma”, abbandonata dalla fortuna.Il magnate statunitense Henry Ford tentò di piantare artificialmen te l’halvea per ridurne i costi anche in Amazzonia, ma falli il tentativo e le città di Forlandia e Belterra, che fondò nella jungla, sprofondarono nell’oblio assieme a Manaus. Vi fu un breve periodo di risollevamento durante l’occupazione giapponese dei possedimenti britanici orientali, ma dopo la seconda guerra mondiale Manaus ripiombò nella crisi. Chi soffrì maggiormente delle vicende del caucciù amazzonico furono i poveri seringueros, raccoglitori emigrati nella foresta nella speranza di un avvenire, i cui discendenti ancora vivono in misere capanne sul Rio Negro, Solimoes e affluenti.Minati dal clima; dalle malattie e, spesso, dall’ostilità degli indios che essi stessi contribuirono a sterminare, sono le ultime testimonianze viventi dell’”epopea del caucciù”. Nel 1970 il progetto della “transamazzonica” diventò realtà e Manaus ancora una volta, risorse per tornare ad essere il centro commerciale più importante dell’Amazzonia, collegata dalla nuova strada con tutti gli altri centri della foresta e con la costa, tuttavia tra i nuovi imprenditori non si parla più di caucciù ma di petrolio, minerali, pietre preziose, uranio, commercio.La creazione della “zona franca” nel centro cittadino nel 1967 ha richiamato affaristi e acquirenti da tutto il mondo, oltre duemila nuovi grandi magazzini che vendono di tutto all’ingrosso e al minuto senza imposte, creazione di nuove fabbriche, sviluppo del porto fluviale e introduzione sempre maggiore di capitali ed investimenti.Le grandi navi da carico provenienti dall ‘Atlantico sono ricomparse nel porto, ma le merci e i prodotti ora arrivano anche via terra con i grossi camions che percorrono la transamazzonica. Anche il turismo sta acquistando sempre più importanza, in poco tempo sono sorte agenzie di viaggio, ristrutturati i vecchi alberghi lussuosissimi e creati di nuovi “ per tutte le borse”, sono nati bar, ristoranti, locali notturni, teatri, cinema.La zona franca tra rua Bocaiuva, rua Rebeiro e avenida 7 de Setembro é animatissima giorno e notte, vi si può acquistare di tutto, dai prodotti elettronici ai vestiti, dalle moto di grossa cilindrata ai gioielli. I locali notturni, allietati dalla presenza di entraineuses e spettacoli di strip, sono stracolmi, gli hotel pieni in stagione turistica. Il Teatro Amazonas in piazza xSào Sebastao, costruito nel 1896 in Inghilterra con marmi portoghesi, decorazioni francesi, tegole di maiolica policroma che i magnati volevano addirittura d’oro, il Palazzo di Giustizia, la Biblioteca Comunale, le Poste, la Dogana, il porto, tutto prefabbricato in Europa. Manaus é l’unico posto al mondo dove in un museo si possono acquistare alcuni dei pregevoli pezzi esposti: al Museo do Indio, in avenida de Caxias, basta chiedere e l’amministrazione valuta se é il caso di cedere una preziosa corona di piume o una maschera rituale. Tuttavia sono i quartieri popolari, con le loro “favelas”, che offrono gli aspetti più pittoreschi di questa città: imperdibile il quartiere Cachoeririirinha quando gioca la nazionale di calcio, durante il carnevale o qualche festa cittadina, tutte occasioni per “scatenarsi” in festa e danze.. La mancanza di inibizioni, specialmente tra i giovani, fa parte del costume, del modo di vita che si é sviluppato durante la storia di questa città che, in un secolo di continui apporti sociali e culturali tra i più diversi, ha prodotto una mentalità di estrema disponibilità umana, cordialità e libertà individuale. Molto più che a Rio e altre città brasiliane, ormai troppo turistizzate, a Boa Vista, Manaus, Porto Velho e gli altri centri cresciuti sulla “Transamazzonica”. si riscopre la “vera anima” dei brasialiani, per i quali ritmo, disponibilità e umanità prorompente, sono una risposta “culturale”, oltre che esistenziale, ad una società problematica e contradditoria. “Risposta” difficile da decifrare e sulla quale si é equivocato troppo spesso.

Attraverso la jungla

Al vecchio porto di Manaus, dalle singolari strutture costruite in Europa all’inizio del secolo, in stile “art nouveau”, si può trovare uno dei tanti proprietari di piccoli battelli fluviali, contrattare il prezzo per l’affitto, acquistare le provviste necessarie e partire per una semplice escursione o una vera e propria “spedizione” dalla durata variabile, sul Rio Negro o il Solimes.Solo pochi minuti di navigazione e, oltre Ponta Negra, si é in piena Amazzonia con l’ambiente naturale che riacquista il suo dominio assoluto, lontano dagli hotels e dai locali notturni.Si naviga sulle acque scure del Rio Negro verso le comunità indigene e di seringueros più isolate procedendo tra gli igaperes, piccoli affluenti del fiume, tra una lussureggiante vegetazione popolata da moltissime specie botaniche ed animali, le lagune con le grandi Victoria Regie dalle foglie di due metri di diametro. Gli unici rumori sono quelli della jungla, pesci giganteschi nuotano attorno alla barca e basta gettare l’amo per assicurarsi il pranzo. Una delle esperienze più interessanti é sostare alle minuscole comunità di siringueros, abituati a non vedere mai nessuno, spesso ospitali e accompagnano volentieri i visitatori nella foresta per mostrare come raccolgono il caucciù da generazioni, sempre con gli stessi metodi. Alla sera si va a caccia del caimano, colpo d’occhio e rapidità eccezionali per bloccare il rettile con un bastone biforcuto, poi i cacciatori legano strettamente il lungo muso per impedirgli di reagire. E’ divertente, ma ho sempre liberato subito le mie prede suscitando la perplessità degli accompagnatori che non riuscivano a capire perché rischiavo di farmi staccare una mano senza motivo.Sono sempre i seringueros o gli indios le guide più abili nella jungla: aprendosi la strada con il machete, e la “escopeta” con il colpo in canna, si può andare ad osservare da vicino gli anaconda, i boa, i caimani, i variopinti pappagalli o la scimmia bradipo, l’animale più lento e pigro del mondo.Conquistando la fiducia degli abitanti della foresta,davanti una buona bottiglia di “rom branco”, i più anziani si “sciolgono” e raccontano le vecchie storie del caucciù, le leggende indios, i segreti della jungla.Fumando e bevendo, affascinati da quei racconti tra il fantastico e il reale, si fa tardi e ci si accomoda nelle amache per la notte alla maniera india: l’alba sul fiume é troppo bella per perdere anche il solo attimo e non si può indugiare nel sonno all‘indomani.

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