Indios Yanomami dell’Orinoco

Indios Yanomami dell’Orinoco

Gli indigeni nella foresta dell’ Orinoico tra Venezuela e Brasile sopravvissuti nelle antiche tradizioni che rischiano di scomparire.


Gli Yanomami, chiamati anche  Yanomame, Guajaribo, Shamatari e Kobali, popolano la foresta pluviale tropicale della Guyana venezuelana meridionale e la regione settentrionale dell’Amazzonia brasiliana, in parte nel territorio esteso a sud verso quello che è definito il canale  Casiquiare che divide i vasti bacini del più settentrionale fiume Orinoco da quello poco a sud del rio Solimões, come è anche chiamato il corso superiore del maestoso Amazonas. Divisi nelle tribù con propri  nomi e territori,  gli Yanomamo detti Sanima vivono in quelli più settentrionali, i Ninam a sud est, gli Yanõmami e Yanomae, a sud ovest, tradizionalmente cacciatori e raccoglitori e dalla limitata agricoltura nella foresta settentrionale, rimasti a lungo isolati, nelle varie comunità e villaggi ne rimangono circa dodicimila in i territorio venezuelano e altrettanti in quello brasiliano.

 

La mitologia  yanõmami

Si definiscono yanõmami thëpë o esseri umani che si distinguono dagli animali yaro, gli esseri sovrannaturali invisibili yai e, più recentemente dai nemici e gli stranieri bianchi napë , la stirpe umana yanõmami fu originata dall’ unione dell’ antenato mitico Omama con la figlia del mostro acquatico  Tëpërësiki che possedeva  tutte le piante coltivate. Da  Omama  derivano le regole della società e la creazione degli spiriti xapiripë che agiscono in essa, suo figlio fu il primo  sciamano hekurapë che ne originò la stirpe e suo  fratello malvagio Yoasi, originò la morte e tutti i mali del mondo. Kami Yamaki Urihipë è la foresta urihi o la thëpë urihipë, la foresta degli esseri umani che Omama ha dato agli Yanomami  per perpetuare le generazioni del suo popolo. Nella complessità linguistica Yanoman Urihi può anche  significare il resto del mondo ed  urihi un pree  la grande foresta della terra che non è solo un ambiente  da popolare, ma un’ entità con propria vita urihinari  che ha il suo  respiro wixia  e il principio della fertilità  në corda. Ospita gli animali  yaropë  discendenti dagli esseri mitici yaroripë  che avevano sembianze di umani ed animali, divenuti poi solo animali per non aver rispettato le regole dettate dal creatore Omama, mentre nelle profondità della foresta urihi, tra gli angoli reconditi di colli e fiumi si nascondono gli esseri malvagi në waripë che cacciano gli umani come prede o ne causano infermità e morte. Per esorcizzarli sulla cima dei colli vegliano  le immagini utupë degli antenati divenuti spiriti protettici xapiripë, lasciate a protezione degli umani da  da Omama.  Nella profondità del fiume si trova la dimora del  mitico mostro acquatico Tëpërësik, ove vivono gli spiriti yawarioma che guidano i giovani cacciatori e coloro che si cimentano per accedere  allo sciamanesimo. Un altro mito racconta che anche gli stranieri napë furono originati dal potere di Omama  che li creò con il sangue degli antenati  yanomami, dispersi poi da un diluvio e in gran parte divorati dagli esseri mitici yacaré, mentre i sopravvissuti ebbero in dono la loro strano linguaggio dall’ antenato mitico Remori che aveva sembianze di vespa, gli antenati Yanomami passarono un lungo periodo di scontri con questi stranieri che vennero considerati nemici napëpë che come spettri giungevano ad insidiarli per tornare nel mondo dei vivi.

 

Spiriti  e sciamani

L’iniziazione degli sciamani pajés è diretta dagli anziani che insegnano a vedere e riconoscere  gli spiriti xapiripë attraverso riti e canti, inalando la polvere allucinogena yãkõana per raggiungerne la visione come piccoli esseri dai vari ornamenti cerimoniali multicolori e luminosi danzanti. Le  immagini sciamaniche  utupë  di entità della foresta appaiono come animali o piante d’ ogni specie, ma anche come le più potenti entità celesti la luna e il sole, quelle degli eventi come la tempesta, tuoni e fulmini  o esseri mitologici.  Vi sono anche le visioni di spiriti xapiripe più modesti come lo spirito di animali e oggetti domestici, infine  gli spiriti napënapëripë evocati  dalle pratiche contro le infermità e le epidemie. Quando sono stati iniziati alle visioni spontanee, gli sciamani possono evocare direttamente gli  xapiripë per farli agire a beneficio degli umani raggiungendo il potere della conoscenza e la comunicazione con essi nelle visioni utupë, divenendo così fondamento della collettività come protettori e contro gli esseri sovrannaturali che la  minacciano, negoziando con essi o combattendoli come e guerrieri dell’invisibile che riescono a domare le entità e le forze del loro universo. Per gli Yanomami I più potenti sciamani riescono a sostenere la volta del cielo,  a controllare l’ alternanza del giorno con la notte, le furie della natura e le tempeste, le stagioni e le piogge, la caccia e la fertilità della terra da coltivare, dominano gli spiriti malefici della foresta e combattono gli sciamani malvagi, guariscono le infermità, la stregoneria e combattono gli esseri malefici në waripë . In tutte le cerimonie e riti sciamanici viene inalato quello che è considerato cibo degli spiriti nella  polvere di yãkõana dagli effetti allucinogeni tratta dalla pianta Virola elongata  mescolata alla polvere di  Yopo più potente  ricavata anch’ essa da una pianta  della foresta nota come  Anadenanthera, gli effetti della droga aiutano le visioni e la comunicazione shapu con gli spiriti, particolarmente gli  hekura  che governano varie manifestazioni da interpretare. Nello stato di trance le visioni fanno discendere gli spiriti che posseggono lo sciamano con formule, canti e movimenti propri rendendolo parte dello spirito xapiri thëpë che agisce come lo spirito stesso nel xapirimu acquisendone il potere per comprendere l’essenza dei fenomeni, del tempo e loro origini, modificando il il corso degli eventi, impossibile al popolo non iniziato  kua përa thëpë.

Nell’ universo yanõmami thëpë, Il variegato mondo degli spiriti è intimamente legato a quello degli uomini che, come tutte le creature  del naturale e sovrannaturale pulsante nell’urihi un pree , conservano la loro essenza e forza vitale anche dopo la morte celebrata dai lunghi e complessi i riti funebri.  Dopo che il corpo del defunto viene  consumato lasciato a lungo nella foresta,  le ossa rimaste  vengono cremate e con le ceneri mescolate a banane viene praticato l’ endocannibalismo rituale dalla comunità del villaggio  periodicamente fino all’ esaurimento delle ceneri conservate, traendone l’ energia vitale emanata dallo spirito defunto,   mantenendolo presente  tra i viventi e partecipando al suo ricordo collettivo.

 

Villaggi e società

L’ esistenza tribale degli Yanomami si fonda sulla vita comunitaria dei  villaggi  indipendenti dalle grandi capanne circolari shabono o o yano che ospitano più famiglie, rettangolari tra le tribù settentrionali, ognuna considerata autonoma come kami theri yamaki o degli abitanti assieme con matrimoni all’ interno tra cugini della stessa famiglia così che ogni shabono diviene una comunità di legami consanguinei. Non possiedono un’ unica autorità tribale e gerarchie, tutti sono uguali nel loro ruolo nelle comuntità indipendenti tra loro nei singoli villaggi dove un capo tuxawa  con un consiglio di uomini anziani si limita a dirigere lunghe discussioni collettive per risolvere le dispute e le relazioni con quelli vicini. Fuori dal villaggio c’è il yaiyo thëpë o il  mondo degli altri e i  visitatori hwamapë sono accolti solo nelle grandi cerimonie o riti funebri, oltre che in occasione delle alleanze reahu, ma in genere  si evitano rapporti tra abitanti di altri villaggi per timore di malattie causate da  stregoneria vendicativa per offese o rapporti tra maschi e femmine delle diverse comunità non graditi, oppure conflitti tra nemici  napë thëpë  che possono attaccare il villaggio come guerrieri waipë  o compiere malefici come  stregoni  okapë. La gente lontana e sconosciuta  tanomai thëpë può  causare malattie o epidemie inviando gli spiriti sciamanici predatori o le emanazioni animali degli umani rixi che vivono nella profondità della foresta  lontano dalla loro essenza  umana,  infine i temuti bianchi napëpë che provocano le devastanti epidemie xawara con i fumi delle loro macchine usate per i giacimenti auriferi, l’incenerimento delle scorie malsane e il rombo di aeroplani ed elicotteri che a volte sorvolano la foresta. La vita è scandita dalle stagioni e cio’ che la foresta può offrire nell’ equilibrio tra uomo e natura, come gran parte degli altri popoli amazzonici, ognuno ha il suo ruolo tradizionale nella collettività con gli uomini che si impegnano nella caccia con lance e frecce avvelenate dal curararo ricavato da una pianta, quando i cacciatori tornano al villaggio con cervi, pecari, tapiri, scimmie ad altre prede, le condividono con la famiglia e i vicini. Mentre gli uomini si dedicano alla caccia le donne si occupano delle coltivazioni di ortaggi, patate,  papaia, mais e la manioca per farne casabe con la farina, si occupano della raccolta di frutti, tuberi e piante nella foresta, rane, gamberi, termiti e larve da cuocere, arbusti per farne ceste, oltre che pescare nei corsi d’ acqua. Periodicamente uomini e donne assieme partecipano alla grande pesca comunitaria utilizzando il veleno timbò, anch’ esso ricavato da una pianta della foresta, per far risalire i pesci storditi dalla sostanza da pescare agevolmente con cesti. I guerrieri unokai godono di grande rispetto, per accedere a questa casta un uomo deve aver ucciso almeno un nemico, in guerra possono allearsi con altri di clan diversi ottenendone in cambio donne da sposare, a volte in periodici conflitti tra le comunità per le risorse dei territori quando si esauriscono o per cercare donne quando vengono a mancare, rapite ed adottate nel villaggio che ha attaccato un altro.

 

Un popolo devastato

Tradizioni legate alla difficile esistenza nella foresta che hanno indotto i primi studi su questo popolo a definirne una cultura violenta confermata dalle  descrizioni dell’ antropologo Chagnon  come tribù bellicose e aggressive. Contraddetto da altri studi e dalla ventennale permanenza nel loro territorio di  Lizot, che ridimensionò la violenza di questo popolo come  sporadica al pari di tutte le altre popolazioni indigene e non espressione culturale. Le descrizioni e le tesi antropologiche  controverse sugli Yanomami hanno generato il  falso  mito del popolo  selvaggio feroce , utilizzato per perseguitarli a partire  dal Royal Anthropological Institute britannico diretto da Edmund Leach, che negli anni settanta si oppose all’ istituzione di diritti territoriali per quel popolo che considerava destinato ad autodistruggersi per la sua violenza, così come altre successive richieste di finanziamenti ostacolate per i medesimi motivi. Mentre i sedicenti studi antropologici diffondevano queste descrizioni e l’ idiozia accademica le sosteneva, almeno un quinto degli  Yanomami  è stato sterminato da malattie a loro sconosciute e dagli effluvi di mercurio delle miniere portati dai civili che ne invadevano il territorio, oltre a varie  comunità massacrate dai cercatori d’ oro, giustificati da quel mito di primitivi selvaggi.

Gli Yanomami iniziarono ad avere i primi contatti esterni al loro mondo negli anni quaranta quando il governo brasiliano inviò  nel territorio funzionari per delimitare i confini con quelli venezuelani, ma da allora furono sporadici per una trentina di anni fino a quando la dittatura militare brasiliana decise di tracciare la perimetral norte collegata alla  Rodovia Transamazônica Br-230 lungo il confine settentrionale passando per la comunità di Opiktheri che venne devastata e due villaggi furono subito  sterminati dalle malattie sconosciute portate dai bianchi. Su quella via sono arrivate altre epidemie con i coloni e gli allevatori che hanno abbattuto la foresta e poi le indicibili devastazioni della corsa all’ oro che attirò quarantamila cercatori Garimpeiros brasiliani con violenze, massacri, distruzione di villaggi e altre malattie che decimavano gli indigeni. Lo sciamano Davi Kopenawa negli anni ottanta, assieme al Movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni Survival International, iniziò la decennale campagna per preservare il territorio della sua gente e nel 1993 fu creata la riserva dell’ Alto Orinoco nota come Reserva de Alto Orinoco-Casiquiare a protezione della foresta e il popolo Yanomama assieme ai superstiti indigeni Ye’kuana,  mentre l’ anno precedente in territorio brasiliano venne proclamata l’ altra riserva  indigena Terra Yanomami. Le riserve non hanno fermato gli interessi minerari, mentre continua l’ invasione di cercatori d’ oro e allevatori che rivendicano la riduzione dei territori indigeni per la colonizzazione,  sfruttamento minerario e  allevamento, oltre caserme dell’ esercito brasiliano, continuando le violenze sui villaggi, abbattendo la foresta, inquinando li fiumi con il mercurio delle miniere e diffondere malattie. Nel profondo della foresta sopravvivono ancora Yanomami che non hanno mai avuto contatti chiamati Moxateteu, ma hanno la malasorte di vivere ove avanzano avventurieri e cercatori d’ oro che con violenza e malattie stermineranno anche loro, sarà questo il  destino yanomami travolti dall’ avidità anch’ essi come tutti i popoli emarginati che ho trovato nel resto de mondo, poi devastati o scomparsi quando sono andato ricercarli.

 

Photo gallery: http://xavier-reinoso.com/yanomami/yanomami.html

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