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I Bororo del Mato Grosso

Nel Brasile centro occidentale si stende la regione chiamata Foresta fitta o Mato Grosso ove da sempre vive il popolo dei Bororo chiamati anche Orarimogodo, Boe e Coroado, le comunità occidentali intorno ai fiumi Cabaçal e Jauru, quelle orientali degli i Orarimogodoge nella regione tra i fiumi Vermelho, Garças e il gran São Lourenço. Un tempo il territorio tradizionale era esteso dalle foreste della Bolivia orientale allo stato brasiliano di Goiás e tra gli affluenti del fiume Xingu ove è sorto il Parque Nacional Indígena do Xingu a nord e nei pressi del Rio Mondego o Miranda nel Mato Grosso do Sul. Si definiscono Bororo o corte del villaggio nella loro lingua Boe per la tradizionale disposizione delle capanne del villaggio attorno allo spazio collettivo e rituale che è centro della vita comunitaria e cerimoniale, le varie comunità tradizionali hanno propri nomi tribali diffuse nel territorio. Gli Útugo Kúri Dóge si definiscono coloro che usano le frecce lunghe, nella regione del Pantanal i Kado Mogorége sono gli abitanti dei bambù che vivono nel villaggio di Perigar, i Tóri ókua Mogorége sono gli abitanti ai piedi dei monti São Jerônimo, i Bóku Mógorége popolano le savane centrali nei villaggi di Meruri, Sangradouro e Garças, gli Orari Mógo Dóge si definiscono gli abitanti del pesce dipinto nei villaggi di Córrego Grande e Piebaga, gli Itúra Mogorége o coloro che abitano le foreste nei villaggi di Jarudori, Pobori e Tadarimana.

 

La cultura Bororo

Tradizionalmente cacciatori e raccoglitori, più recentemente dai missionari hanno appreso una forma di agricoltura per integrare l’ impoverimento di fauna, gli uomini si occupano della caccia e le donne si dedicano alla coltivazioni di ortaggi, manioca e mais Si definiscono anche Boe come unità del popolo nel villaggio Boe Ewa dalle grandi capanne che sorgono circolari con al centro la casa degli uomini Baito e sul lato occidentale la corte cerimoniale chiamata Bororo, la tradizione rimane anche nei villaggi sorti dall’ influenza dei missionari con le capanne disposte linearmente, perché la circolarità è sempre simbolo dello spazio comunitario e rappresentazione dell’universo. Nella comunità ognuno ha la sua posizione conferita dal clan di appartenenza, famiglia e lignaggio con discendenza matrilineare che assegna il nome al nuovo nato identificato al clan della madre. Il villaggio si divide i due parti basate sull’ esogamia chiamate Tugarége ed Exerae ove il matrimonio deve avvenire con moglie non appartenente al gruppo dell’ uomo, ognuna divisa in quattro clan principali dai diversi lignaggi e nella distribuzione delle abitazioni attorno al centro ogni clan ha il suo specifico posto. I lignaggi gerarchici a loro volta si dividono in diverse categorie come il fratello maggiore e minore, il più anziano e il giovane, il più importante e il meno, tradizionalmente gli appartenenti allo stesso clan ma con lignaggi gerarchicamente diversi non devono vivere nella medesima abitazione. Anche i poteri sono ben definiti, il capo villaggio e delle cerimonie è il Bári che è anche lo sciamano degli spiriti e della natura, mentre l’ Aroe Etawarare è lo sciamano delle anime dei morti, il capo guerriero è il Boe eimejera, divenuto poi anche il capo che si occupa della relazione con i bianchi. Ogni capanna è di solito abitata da due o tre famiglie nella consuetudine uxorilocale o matrilocale dove le nuove coppie di sposi abitano dalla famiglia della donna per alcuni anni o fino alla nascita di figli, con l’obbligo per lo sposo di accudire s i suoceri prima e dopo le nozze pur continuando ad essere membro del suo lignaggio, così nella stessa casa possono vivere appartenenti a diversi clan e lignaggi e per le separazioni frequenti un uomo può risiedere nelle diverse abitazioni di altre spose durante la vita. Rimane però sempre legato alla famiglia originale, provvedendo alle sue sorelle e ai loro figli trasmettendo il suo iwagedu con i nomi, le regole e i rituali associati, anche se vive in un’ altra abitazione è responsabile del patrimonio culturale del suo clan rappresentandolo nei rituali, ornamenti, canti e danze, deve provvedere alla vita dei suoi figli, mentre la loro formazione è affidata al fratello della moglie. Le cerimonie rituali sono fondamento delle comunità Bororo, tra gli altri i riti di passaggio per le diverse classi di età e lignaggio, cominciando dall’ assegnazione del nome ai nuovi nati dato dal fratello della madre che conferisce l’ iedaga nella cerimonia con le donne del suo clan che ornano la madre, mentre il padre ne cura il misticismo. Dal momento che riceve il nome il bambino inizia la sua associazione al primo lignaggio nella discendenza clanica da un antenato che nei tempi mitici ha stabilito i fondamenti della comunità da continuare con i discendenti che ne hanno la graduale conoscenza ascendendo da un lignaggio all’ altro. Oltre le varie cerimonie iniziatiche con i riti di passaggio da una categoria sociale a quella superiore, la comunità celebra quelle propiziatorie della caccia e per la raccolta di cereali, i riti con la foratura delle orecchie per i pesanti orecchini e delle labbra per i piattelli labiali, le decorazioni con piumaggi e dipinti sul corpo, la complessa celebrazione dei lunghi con ritualità che si tengono fino a due mesi dalla morte.

 

Il devastante contatto con i bianchi

I primi contatti iniziarono nel XVII secolo con gli avventurieri Bandeirantes portoghesi che esploravano nuovi territori del Mato Grosso seguiti dai missionari gesuiti provenienti da Belém attraverso il bacino del fiume Araguaia per seguire i fiumi Taquari e São Lourenço e, a metà di quel secolo, la scoperta di giacimenti auriferi nella regione di Cuiabá attirò altri bandeirantes detti Paulistas provenienti da São Paulo nel territorio Bororo che si divisero in due grandi comunità. Quelli occidentali, chiamati anche Bororo da Campanha e Bororo Cabaçais, furono devastati dal contatto con i coloni di Cáceres e Vila Bela, per oltre un secolo continuarono violenze ed epidemie portate dai coloni e metà del XX secolo furono considerati estinti. I Bororo che si rifugiarono nel territorio orientale noti come Orarimugudoge o Coroados, rimasero isolati fino alla metà del XIX secolo, quando anch’ essi furono travolti dalla violenta occupazione del Mato Grosso opponendosi fieramente alla costruzione della via tra San Paolo e il Minas Gerais per il Mato Grosso attraversando il loro territorio nella valle del fiume São Lourenço, una lunga guerra continuata per una cinquantina di anni fino ad essere costretti alla resa. Nella seconda metà del XIX vi erano circa diecimila Bororo che in una manciata di anni furono decimati dai conflitti con gli invasori assieme alle carestie ed epidemie che portarono nel loro territorio fin quasi l’ estinzione negli anni trenta, solo cinquant’ anni dopo la popolazione si riprese arrivando ad un migliaio grazie all’ opera di chi si occupò della loro protezione dal genocidio. Dall’ inizio del XX secolo i villaggi Bororo nel bacino del rio Araguaia tra i fiumi Mortes e Garças furono devastati per l’ invasione dei coloni del Goiás e i cercatori d’ oro garimperos, la fiera resistenza dei Bororo scatenò violenti conflitti fino all’ intervento pacificatore dei missionari salesiani richiesto dal governo e nel 1902 fondarono la colonia di Sagrado Coração per convertire gli indigeni, seguita dalla colonia di Sangradouro che successivamente accolse gli indigeni Xavante scacciati dalla regione di Parabuburi. Nello stesso periodo, il militare ed esploratore brasiliano Cândido Rondon di madre bororo, oltre a varie esplorazioni, si inoltrò nel bacino del fiume Tapajós scoprendone l’ affluente Jurena nel Mato Grosso settentrionale entrando in contatto con la bellicosa tribù dei Nambikwara, divenendo poi protettore degli indigeni e dal 1896 si adoperò per preservare un parte del territorio tradizionale del Bororo nella valle del fiume São Lourenço, fondandone le riserve di São João do Jarudori, Colônia Isabel e Pobori, nel 1910 fondò il Serviço de Proteção ao Índio che sarebbe divenuto la Fundação Nacional do Índio nota come Funai. Dopo altre esplorazioni e spedizioni nel 1939, riprese la direzione del Proteção ao Índio cercando nuovi territori per gli indigeni e negli anni cinquanta si adoperò con i fratelli Villas Boas contro l’ opposizione governativa e degli allevatori per preservare la regione del fiume Xingu dove finalmente nel 1961 venne creata fino l’ omonima Riserva indigena .

Durante la sua spedizione tra l’ Amazzonia e il Mato Grosso del 1935 la cultura Bororo fu studiata per la prima volta dall’antropologo francese Lèvi-Strauss interpretandola come tale a dispetto della nozione di primitiva assegnata dall’ antropologia precedente, ampiamente descritta nella sua celebre opera Tristi Tropici. Anche in questo popolo, come gli altri studiati da Claude Lèvi-Strauss, la cultura è prodotta dalla simbiosi semiotica e simbolica di vita e tradizioni con una logica dalla pari dignità a tutte le altre, fino all’ epoca considerate superiori dall’ eurocentrismo, quindi da rispettare nella conoscenza. La lettura di quel fondamentale testo nella storia dell’ antropologia è stata uno dei motivi che hanno ispirato i miei studi etnografici e cercarne la diretta conoscenza di popoli e culture in ogni angolo del mondo.

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