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Nias

La popolazione dell’ isola di Nias al largo delle coste di Sumatra, ha originato una delle più affascinanti culture “megalitiche” dell’ Asia e da secoli continua ad edificare ineubir e dolmen. L‘ erezione di megaliti celebrava la vita sociale e religiosa, s le “feste di merito e rango “ owasa, i più imponenti sono gli osaosa, sedili di pietra scolpiti a motivi zoomorfi che, come le statuette lignee e litiche adu raffigurano divinità, spiriti e antenati. L’ etnia niassese appartiene al complesso di popoli tribali del gruppo vetero-malese indonesiano, che hanno raggiunto livelli più evoluti di quelli delle protoculture come Ne­gritos, Vedda, Punaned ed altri,differenti dei neomalesi che hanno subito l’influsso indiano, cinese, arabo-musul­mano e che hanno originato le grandi civiltà di Giava, Sumatra e Bali.I Niassesi hanno villaggi su rilievi con ripide scalinate di pietra levigata per motivi sociali, religiose e difensi­ve, ricordo di un’ epoca di conflitti e caccia alle teste.Il villaggio rappresenta quello mitico della stirpe collocato nel Mondo Superiore, con abitazioni ovali a nord e quadrangolari a sud,sostenute da pilastri di legno e alti tetti a spioventi rico­perti da foglie di palma, disposte ai lati di vie lastricate di pietra e possono ospi­tare più famiglie.Solo l’uomo libero con prole poteva cele­brare le “feste di merito” ed erigere megaliti dopo aver sacrificato degli schiavi e maiali. Dopo la prima con il sacrificio di uno schiavo, riceveva dei gioielli d’oro. Alla seconda festa la moglie indossava abiti in tessuti d’oro ed egli poteva erigere un osaosa tricefalo, a quella seguente, dopo aver sacrificato cento maiali e un altro schiavo, poteva portare un parasole dorato, una catenella d’ oro, innalzare un pilastro e costruire un osaosa a una testa. Ancora un sacrificio di 30 maiali e la consorte aveva diritto a un bracciale d’oro e ad un sedile di pietra, sotto cui veniva sepolta una schiava, poi un ‘ altra doveva seguire la padrona nella tomba alla sua morte. Se l’uomo poteva celebrare un’ atra festa sacrificando cento maiali, costruiva un sedile di pietra alla sommità di una collina isolata, quindi con un sacrificio di altri trenta maiali poteva avere un sedile di pietra in casa. Prima della morte era necessaria un ‘ultima festa per avere una bara di pietra ed esservi tumulato assieme a due schiavi. La società niassese era domina­ta da oligarchie a discendenza patrilineare con rigida divisione in nobili, uomini liberi e schiavi, mentre il resto del popolo era formato di debitori nei confronti di ricchi. L ‘isola era divisa in quindici distretti con una federazione di clan “ori” che governavano la società.Il matrimonio era monogamico con poli­gamia ammessa solo in caso di sterilità della donna, mentre l’ àdulterio era considerato un grave crimine punito con la morte.L’economia era basata sulla coltivazione del riso con il sistema del “ taglia e brucia “ Iadang, tuberi e palma da cocco. L ‘allevamento del maiale era un’ istituzione sociale e spesso le “feste di merito” portavano alla rovina delle famiglie impegnate nel sacrificio dei loro animali. In particolare tale allevamento è stato l’ ostacolo alla penetrazione dell’ islam,rendendo possibile quello cristiano durante il periodo coloniale olandese.Nella religione tradizionale tutto fa riferimento al dualismo e all’ antagonismo tra le divi­nità del Mondo Superiore e del Mondo Infe­riore.La massima celebrazione religiosa era il boronado che commemorava la discesa degli antenati sull‘ isola ogni sette o dodici anni, fondata sulla concezione della morte che origine la vita. I simboli totemici con grandi statue in legno raffiguranti tigri, spesso cavalcate da umani su altari venivano gettati nel fiume sacro per simboleggiare la morte e la distruzione.I guerrieri eseguivano danze che rappresentavano anche esse l’ antagonismo tra il Bene e il Male, poi i sacerdoti liberavano un maiale per siboleggiare il ritorno della vita ai piedi di un albero sacro e dopo sette anni doveva essere cacciato e ucciso per distribuire pezzi della sua carne tra le famiglie del proprio villaggio.

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