America Centrale

Messico Chiapas

Il Messico conquista l’indipendenza dal dominio coloniale spagnolo nel 1821. Da allora fino al 1970, in tutte le costituzioni del paese si è sempre parlato di messicani e mai di popoliindigeni, sebbene i discendenti dei popoli originari siano una minoranza stimata fra il 12% ed il 17% della popolazione. Alcuni di questi popoli sono di ceppo maya ed appartengono alla numerosa comunità di oltre cinque milioni dispersa fra Messico, Guatemala, Belize, Honduras ed El Salvador. Nel 1970, con una modifica della Costituzione, il governo Echevarria riconosce giuridicamente l’esistenza degli indigeni. Da allora, almeno sulla carta, il Messico è un paese multiculturale e plurilingue; ma di fatto gli indigeni non hanno nè avranno rappresentanza politica, né diritti territoriali od accesso alle risorse naturali. Con gli anni Trenta l’obiettivo primario diventa la modernizzazione ed industrializzazione del paese . Si comincia a parlare di un problema indigeno , che il presidente Lazaro Cardenas definisce nel 1936 con queste parole: Il nostro problema indigeno non consiste nel conservare gli indiani come tali o nell’indianizzazione del Messico, ma nella messicanizzazione degli indiani . In altre parole, nell’assimilazione. Nel 1946 viene fondato l’Instituto Nacional Indigenista (INI). Il suo massimo ideologo, Aguirre Beltran, dichiara negli anni Settanta: L’obiettivo è la distruzione della comunità indiana e del suo conservatorismo reazionario che vuole realizzare una struttura esclusivamente indiana con la formazione di una coscienza etnica (…) E’ necessario trasformare la loro casta (cioè la popolazione indigena, n.d.a.) in una classe in modo che possano diventare una parte della società, in questo caso del proletariato . Lo scopo dichiarato dell’INI è quindi lo svuotamento e la distruzione delle basi esistenziali, economiche e sociali della popolazione autoctona. Lo sviluppo perseguito dal governo messicano porta all’etnocidio. Tutto questo crea una tensione che cresce in modo silenzioso ma costante. La goccia che fa traboccare il vaso è costituita dal North American Free Trade Agreement (NAFTA), il trattato di libero scambiofra Messico, Canada e Stati Uniti che entra in vigore con l’inizio del 1994. In effetti il NAFTA favorisce l’importazione di generi alimentari a basso costo dagli Stati Uniti, danneggiando così l’agricoltura locale. Con ogni probabilità le multinazionali dei due colossi nordamericani troveranno facili guadagni trasferendo le proprie fabbriche in Messico, dove il salario minimo di un operaio si aggira sugli 0,40 dollari contro i 4-5 di Canada e Stati Uniti Poco prima che scocchi la mezzanotte del 31 dicembre 1993, circa ottocento uomini dell’Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional (EZLN) occupano San Cristobal de las Casas, capitale del Chiapas, ed alcuni distretti limitrofi nell’estrema parte occidentale della Selva Lacandona. Nella dichiarazione di guerra contro il governo federale l’EZLN, che è costituito in larga parte da indigeni maya, si oppone fermamente al NAFTA. Il movimento armato chiede terra e libertà, la fine del genocidio e la tutela dei diritti fondamentali della popolazione indigena . Non è un caso se la rivolta è scoppiata proprio nel Chiapas, che è lo stato più povero del Messico. Situato nel sud del paese e confinante con il Guatemala, il Chiapas è grande tre volte la Sardegna ma nonostante questo ha una popolazione scarsa, poco più di 3.000.000 di abitanti. Emerge ben presto la figura di Marcos, il leader dell’EZLN che si autodefinisce Subcomandante perchè, come ama ripetere, il vero comandante è il popolo . La questione del Chiapas risveglia l’entusiasmo internazionalista dei progressisti italiani (ma anche europei), dalla sinistra tradizionale raccolta attorno al PDS fino a quella movimentista che si esprime nei centri sociali. Marcos viene più o meno apertamente considerato un erede di Che Guevara, anche se i due contesti storici e sociali sono profondamente diversi. L’interesse per la causa zapatista è tale che nella sola Italia escono fra il 1994 ed il 1996 una ventina di libri, ai quali si aggiungono centinaia di réportages, dossier e convegni. La rivolta zapatista può contare sull’appoggio di un fronte eterogeneo che va da Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal, a Régis Debray, l’intellettuale francese già amico di Che Guevara. Nel giugno 1994 l’Esercito Zapatista rompe le trattative col governo messicano, chiarendo che comunque non disturberà le elezioni presidenziali fissate per il 21 agosto. Fra il 1995 ed il 1996 proseguono i negoziati di pace fra gli zapatisti ed il governo, che il 16 febbraio 1996 sfociano negli Accordi di San Andres. Questi riconoscono una certa autonomia delle comunità indigene, ma rimangono sostanzialmente inapplicati. Riprendono quindi gli scontri armati, che nel frattempo si sono estesi allo stato di Guerrero, dove si impone un’altra formazione paramilitare, l’ Ejercito Revolucionario del Pueblo, di orientamento marxista. Nel 1996 e nel 1997 gli zapatisti organizzano due incontri internazionali per l’umanità e contro il neoliberismo che raccolgono migliaia di simpatizzanti provenienti da ogni parte del mondo. Nell’estate del 1997, l’elezione del socialdemocratico Cauahtemoc Cardenos a sindaco della capitale lascia intravedere agli zapatisti più ampi margini di manovra, ma per il momento continua a dominare l’incertezza.

di George Mayer.

Giovanna Marconi

Fonti: Associazione popoli minacciati

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