Puglia itinerari

Puglia itinerari

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Le più antiche testimonianze della preistoria pugliese sono state rinvenute nella varie grotte naturali situate in varie parti della regione, oltre le raffigurazioni femminili in osso databili al XIII millennio a.C. note come “Veneri di Parabita” in osso, i cui calchi sono conservati nel conservat Museo di Paleontologia e Paletnologia di Maglie. La caverna che ha svelato i resti più numerosi e imponenti è Grotta dei Cervi a Porto Badisco che contiene circa tremila dipinti neolitici raffiguranti scene di caccia e riti sciamanici, di rilievo la Grotta Romanelli a Castro, con graffiti magico religiosi, quindi la Grotta Zinzulusa con resti preistorici tra la suggestiva architettura narurale di stalattiti e di stalagmiti. Nell’ estremità meridionale del Salento a Capoi Leuca, si trovano la Grotta Tre Porte, dove sono stati rinvenuti resti dell’uomo di Neanderthal e di fauna africana, la Grotta del Diavolo,con numerosi manufatti e ceramiche neolitiche , la Grotta dell’Elefante e la Grotta dei Giganti, con resti di pachidermi. Continuando lungo la costa e l’ immediato entroterra si trovano Grotta del Cavallo e la Grotta di Uluzzo, con depositi e manufatti paleo-litici e resti di grandi mammiferi, che hanno fornito con i loro eccezionali reperti fossili ai paleontologi di tutto il mondo nuove chiavi di lettura e nuove direttrici di ricerca, a suggello di una radice primordiale e oscura nei tempi che rende il Salento, a pieno titolo, un giacimento a cielo aperto, liberamente accessibile da parte dei turisti, di inestimabile valore documentario della preistoria e della protostoria del Continente europeo. Se dichiaratamente propiziatorio è il primo totem salentino, la «Venere» scoperta trent’anni fa a Parabita, maestosa essenza della femminilità e della fertilità al pari della più famosa Venere austriaca di Willendorf, più enigmatico è il significato per non dire la destinazione dei megaliti salentini. Diffusi in tutta la provincia, e databili forse all’età del Bronzo e quindi cronologicamente posteriori all’analogo e imponente fenomeno del megalitismo sviluppatosi lungo le coste dell’Europa atlantica, menhir, dolmen e specchie rappresentano uno dei momenti più spettacolari, ma anche più misteriosi, della storia antica salentina, posti come sono in bilico tra leggende e supposizioni, nella più mortificante assenza di notizie certe. Nel territorio pugliese sono stati portati alla luce reperti archeologici che attestano la presenza di gruppi di raccoglitori e cacciatori paleolitici. Sono diffuse le asce chelleane. I gruppi umani che vivevano nei pressi del lago di Monticchio, allora un vulcano, erano dediti alla caccia dei pachidermi con asce senza manicatura. La Puglia assunse l’aspetto geomorfologico odierno verso la fine dell’era quaternaria.Il passaggio dal Paleolitico inferiore a quello superiore è segnato dalla presenza dell’ “Uomo di Neandertal”: naso schiacciato, fronte sfuggente, arcate sopraccigliari accentuate, stazione semieretta. Sulla via che porta da Bisceglie a Corato è stato ritrovato un femore risalente all’uomo di Neandertal. Gli abitanti che popolano questa zona avevano cognizioni litotecniche e potevano fabbricare arnesi ed utensili per le loro necessità. Nella grotta Romanelli tra S. Cesarea Terme e Castro Marina sono stati rinvenuti manufatti silicei ed ossei. A quell’epoca la grotta non era raggiunta dell’acqua. Attualmente si può osservare la sequenza delle stratificazioni. Su di un cornicione della volta possibile ammirare la figura di un toro con un’arma infitta al garrese. Disegni sulla roccia sono stati rinvenuti anche presso Rignano Garganico, “Caverna Paglicci”. Sono stati rappresentati in rosso campito i cavalli dell’epoca ed in nero le stampe di mani con valore apotropaico. Il colore veniva applicato direttamente sulla roccia. Dopo il periodo preistorico il popolamento della Puglia si deve a gruppi di origine illirica come i Japigli, Dauni e Messiapi, quindi dai Greci che si insediarono con colonie parte del territorio noto come Magna Grecia. In seguito alla conquista romana sorsero le città di Brundisium , Troia, Canosa, Ruvo, Bitonto, Egnazia, Lucera, Venosa e Siponto.In età imperiale la Puglia ebbe un grande sviluppo per la grande produzione agricola, commerci e i porti, particolarmente Brindisi, sulla florida rotta commerciale con l’ oriente., collegati a Roma con la Via Traiana e la Via Appia, che terminava a Brindisi.La guerra bizantino-gotica del VI secolo segnò l’inizio dell’età più buia del Medioevo Pugliese: i Bizantini integrarono i vari centri della Puglia nell’impero e introdussero un pesante fiscalismo. Tra il VII e l’VIII secolo seguì la lenta invasione longobarda e saracena, cosicché i bizantini persero le località principali mantenendo solo il Salento (Otranto e Gallipoli). Solo Bari, destreggiandosi fra Greci, Longobardi e Saraceni e con l’aiuto della Repubblica di Venezia, riuscì a mantenere una certa autonomia.Nel IX secolo, con la ripresa dell’impero d’Oriente sotto Basilio I°, venne riacquistato il tema longobardo. Tornarono ad essere bizantini, fra gli altri, i porti di Bari e Taranto – che godettero a Costantinopoli di privilegi pari a quelli di Venezia e Amalfi – mentre Lecce divenne un notevole centro culturale e religioso. Si intensificarono così i traffici commerciali con l’oriente bizantino e mussulmano e le città videro sorgere autonome istituzioni comunali, espressione della rinascita delle popolazione indigene. Questa maggiore autonomia comportò anche l’affermarsi di rivolte antibizantine che trovarono un capo nel nobile Melo di Bari che, con Enrico II, tenne testa ai bizantini servendosi di mercenari normanni tra il 1009 e il 1016. Per alcuni anni la regione fu teatro di lotte intestine che si conclusero poi con la vittoria degli Altavilla. Roberto il Guiscardo, nel 1059, diventò duca di Puglia e Calabria, realizzando l’unificazione del territorio della regione.La dominazione normanna segnò un sostanziale progresso culturale e materiale della regione istruzione, ponti, cattedrali, strutture urbane e un grande rigoglio commerciale per i rapporti con Oriente e Africa settentrionale. Per non parlare poi, dal punto di vista artistico, della fioritura delle splendide cattedrali romaniche che fino all’età sveva sorsero nelle città episcopali pugliesi. Ulteriore sviluppo civile si ebbe poi con Guglielmo II che agevolò i commercianti pugliesi favorendo i contatti con i mercanti veneziani e Federico II, con il quale ebbe inizio uno dei periodi più fecondi della storia pugliese durante il quale i suoi abitanti manifestarono vitalità senza eguali.Favorì la vita economica e artistica del paese, si preoccupò di proteggere i ceti medi e rurali, di creare pace interna con una severa amministrazione, di fondare e restaurare città, costruzioni, cattedrali, residenze e castelli, tra i più celebri ilCastel del Monte, simbolo architettonico di quel periodo di splendore. Dopo di che la decadenza.Dal 1264 al 1435 la Puglia fu sotto la dominazione angioina che determinò gravi pregiudiziali per tutta la regione. Dilagò l’anarchia baronale e ci fu una sensibile diminuzione dei traffici. I commerci furono così pian piano monopolizzati da mercanti stranieri genovesi, fiorentini e soprattutto veneziani. Proprio Venezia cominciò ad essere sempre più presente con appalti di dogane e privilegi e con finanziamenti.Già in quest’epoca, poi, ma ancora di più con gli aragonesi, si aggravò il processo di feudalizzazione, per cui si svilupparono: la piaga del latifondismo, il disordine giudiziario e amministrativo e la mancanza di sicurezza. In definitiva, angioini e aragonesi, consideravano la re gione come terra di sfruttamento.Dal 1503 al 1707 vi fu dominazione spagnola che malgovernò la regione considerandola consideravano baluardo militare, non ebbero scrupoli a piegare l’agricoltura ed a impoverire i terreni con il loro fiscalismo vessatorio. Fu il punto più basso della decadenza della regione: ponti abband
onati o insabbiati, coste impaludate, regresso agricolo, inaridimento commerciale, manomorta ecclesiastica, amministrazione della giustizia insufficiente, feudalità tiranneggiante, diffondersi del brigantaggio per l’incuria degli spagnoli nei confronti del sistema stradale e impoverimento demografico per la leva forzata a favore delle guerre spagnole. Qualche giovamento si ebbe solo col riformismo illuminato dei borboni e con le riforme del periodo napoleonico che comportarono l’abolizione della feudalità, la ristrutturazione di latifondi e terre pubbliche e sostanziali progressi in campo giudiziario. Durante la restaurazione, però, il governo borbonico non seppe reagire efficacemente al brigantaggio come non fu in gradi di continuare l’opera di Murat, il quale aveva cercato di liberare la Puglia dai retaggi medioevali , con la caduta dei borboni, la fu annessa al regno di Italia nel 1860 e divisa nelle province di Bari, Foggia e Lecce, in seguito si aggiunsero Taranto e Brindisi che erano parte della provincia di Lecce.

Itinerari archeologici

La millenaria storia della Puglia puó essere ricostruita oltre che grazie ai rinvenimenti archeologici, attraverso testimonianze che sono giunte a noi praticamente intatte: tale é il caso del Dolmen di Chianca, a 5 Km. da Bisceglie, sulla strada per Corato: si tratta di uno dei grandi e famosi monumenti preistorici del genere in Italia. Il dolmen, orientato ad est, fungeva da tomba collettiva nell’epoca del bronzo (un millennio prima di Cristo), ed é costituito da due grandi lastre di pietra infisse nel terreno ricoperte da un grande lastrone di m. 3,85 x 2,40, che forma una camera di sepoltura alta al centro m. 1,80. In questa cella quando fu fatto il ritrovamento (1909), si rinvennero scheletri in posizione ranicchiata, altri scheletri di adulti e giovani alla rinfusa, frammenti di vasi e coltelli di pietra, ed infine ossa di animali che si suppone fossero avanzi di banchetti funebri.Il lastrone verticale a sinistra ha in alto due piccole aperture, tipiche dei dolmen, che i piú interpretano come colatoi sangue delle vittime sacrificate. Davanti alla cella vi é il corridoio scoperto (dromos), cinto da lastre verticali e lungo m. 7,60. Gli altri dolmen conosciuti sono quelli della masseria di Frisari e (originariamente molto imponente), quello di Albarosa, esempio di tumulo-dolmen, entrambi sulla strada per Ruvo: proseguendo invece sulla strada per Corato, sorpassata l’autostrada, per un viottolo a destra si puó giungere al Dolmen dei Paladini, composto da sette lastroni di notevole spessore (3 della cella e 4 del dromos) e di un grande lastrone di copertura.Sempre nei dintorni di Bisceglie, si trova la Grotta di Santa Croce che rappresenta uno dei piú antichi insediamenti preistorici rinvenuti in Puglia: era abitata giá 80.000 anni fa, intorno al paleolitico medio. Molto importante fu il ritrovamento del femore destro di un uomo della razza di Neandertal.Gli altri materiali rinvenuti, risalenti al Musteriano, al Neolitico ed all’Etá del bronzo (selci, raschiatoi, punte, ceramiche grossolane dipinte ed incise) sono conservate nel Museo Archeologico di Bisceglie.Poco fuori da Molfetta, verso Ruvo, sorge il Pulo di Molfetta, una cavitá nel terreno calcareo simile alle doline carsiche che si é formata per azione dell’erosione delle acque esterne, convogliate da fratturazioni nella massa dei calcari compatti. A ció si é aggiunto il cedimento delle teste sporgenti degli strati rocciosi nella parte di nord-est, dove si sono formate ripidissime pareti. Esso ha la forma di un cono rovesciato e può essere definito uno sprofondamento di origine carsica avente dimensioni di 170m. di larghezza e 30m. di profondità.Lungo le pareti, in parte coperte dalla lussureggiante vegetazione, si aprono numerose grotte di varie dimensioni e spesso intercomunicanti. Alcune di tali grotte furono denominate Grotta Ferdinando e Grotta Carolina in omaggio ai regnanti napoletani. Oltre che destare interesse dal punto di vista geofisico il Pulo offre al visitatore motivi di interesse storico-archeologico. Infatti gli scavi effettuati nel corso degli anni portarono al rinvenimento di interessanti manufatti: stoviglie di argilla, coltelli di pietra focaia e vari fossili.Nella cittá di Canne, famosa per la celebre battaglia (216 a.c.) in cui i Cartaginesi, guidati da Annibale sconfissero i Romani, diventando cosí (temporaneamente) padroni dell’Italia meridionale. Fu uno dei maggiori scontri dell’antichitá in cui perirono secondo i diversi calcoli, 25-50 mila Romani (tra cui il console Paolo Emilio) divenuto esemplare nella storia per la famosa manovra a tenaglia con cui Annibale, nonostante l’inferioritá numerica (50 mila Cartaginesi contro 50-80 mila Romani), intrappoló gli avversari, attirandoli contro il centro del suo schieramento in modo che i Romani, incuneandosi tra le ali della forte milizia africana, rimanessero accerchiati al sopraggiungere delle legioni a cavallo avversarie. Oltre 10.000 Romani caddero prigionieri, 4000 si rifugiarono nella cittá di Canosa, e le poche migliaia di superstiti furono ricondotti a Roma dall’altro console che aveva il comando dell’esercito, Varrone; tra questi vi era Publio Scipione dicianovenne, che anni dopo avrebbe vendicato i Romani nella battaglia di Zama. Lo scontro degli opposti eserciti avrebbe avuto inizio nella piana dell’Ofanto (in quel tempo con un corso diverso) e si sarebbe poi spostato tra le alture di Canne e di San Mercurio (presso l’odierna stazione F.S.), dove alcuni studiosi collocano l’accampamento di Annibale. La scoperta negli anni trenta di un sepolcreto cosparso di resti umani per centinaia di metri quadrati, fece inizialmente localizzare la battaglia in quel sito (localitá Fontanella), ma successivamente si accertó che il sepolcreto é di etá medievale.Canne non é importante solo per la Battaglia, in quanto gli scavi hanno messo in luce un eccezionale complesso archeologico costituito da testimonianze dell’etá neolitica, del rame e del bronzo, della civiltá apula, dell’epoca romana e di quella medioevale: oltre che oggetti rinvenuti sul campo di battaglia carte topografiche e plastici illustrativi degli schieramenti l’antiquarium conserva corredi di tombe del villaggio apulo della zona del grande sepulcreto (dal VI al III sec. a.c.), neolitici dipinti a colori con disegni geometrici, elementi architettonici dell’etá medievale. Dall’Antiquarium saliamo sul vicino colle ove sorgeva la cittá di Canne, abitata giá in etá preistorica, e distrutta quasi completamente nella battaglia. Divenne importante centro nel medioevo e fu nuovamente distrutta da Robert Guiscardo nel 1083. Di essa gli scavi hanno rimesso in luce tracce di mura romane (a grossi blocchi quadrati) e medioevali (con blocchetti piú regolari), situate prima della porta d’accesso alla cittá, sulla destra, dove sono anche una macina di pietra, un pozzetto e una grossa cisterna, che testimoniano che Canne nel periodo romano fosse un centro di rifornimento. Lungo la via principale, da cui si diramano stradette minori, sono i resti di pavimentazioni di strade e di case romane, resti di edifici, di botteghe (tabernae), grandi colonne in granito, cippi miliari e funerari.A Sud-ovest della collina sono le Basiliche cristiane: la Basilica minore, ad una sola navata con abside sul lato minore, con all’interno un bel pulvino ornato di una croce.Ad Ovest la Basilica maggiore, con in pavimento a mosaico a grosse tessere sotto il quale sono state trovate tombe cristiane piú antiche, resti del IV sec. a.C. e frammenti di epoca preistorica. Ad un piano inferiore, prima comunicante con una scala, la cripta, a tre navate con resti di colonne. Ripartendo dall’Antiquarium e percorrendo il viale principale ci rechiamo nel Villaggio Apulo (VI-III sec. a.C.) scoperto nel 1959-60. Vi si sono ritrovati numerosi elementi di etá anteriore che fanno supporre, nella medesima zona, insediamenti eneolitici e del bronzo. Nella zona nord sono visitabili un’interessante fornace a pianta circolare e alcune tombe. I muri delle abitazioni del villaggio formano ambienti rettangolari, con numerosi pozzi e cisterne per liquidi. Distrutto nel 46 a.C., divenne poi cimitero cristiano. Uscendo dalla zona archeologica di Canne, a 100 m. sulla via che porta alla Statale Barletta-Canosa, é visibile un Menhir alto 3 m. risalente all’etá del bronzo.Continuando sulla S.S. 93, dopo 13 km. c’é Canosa antica cittá della Daunia, fondata secondo la tradizione da Diomede e governata da un’aristocrazia ricca e potente che per circa 2000 anni (dal VII sec. a.C. al IX sec. d.C., momento della crisi irreversibile) ne ha fatto una cittá dal passato glorioso. Nell’etá del bronzo, con forte anticipo rispetto all’Europa centrale vi si sviluppó il rito funebre dell’incenerizione; nel corso del VI sec. a.C. si manifestó l’arte insuperabile dei primi vasai di Canosa che si imposero con i loro manufatti dal disegno geometrico.La piú antica testimonianza della conquista romana avvenuta nel 318 a.C. sono gli Ipogei Lagrasta, ambienti funerari romani che, costruiti alla fine del IV sec. a.C. furono poi adoperati piú volte. Il maggiore comprende ben 9 ambienti scavati nella roccia a cui si accede oltrepassando un atrio, ornato da colonne ioniche, dal quale s’aprono dei passaggi che si restringono alla sommitá. La roccia costituente il soffitto é talora tagliata a forma di travi, e le pareti anticamente recavano decorazioni ad affresco oggi perdute. Analoghi sono gli altri due ipogei, con un numero minore di stanze. Quando nel 1843 si entró per la prima volta nei sepolcri, si trovarono scheletri deposti su letti di bronzo dorato adorni di statuette d’avorio: le donne recavano ancora tracce delle vesti ricamate d’oro e anelli, bracciali, orecchini e diademi. Piatti, bacili, coppe, vetri e soprattutto vasi, anche di grandissime dimensioni, erano poggiati su tavole di marmo ed a terra. Lo sviluppo economico di Canosa si consolidó nel periodo della Roma imperiale, quando da municipio diventó colonia per volontá dell’imperatore Antonino Pio, e venne interessata da un grosso intervento urbanistico. Importanti resti d’epoca romana si trovano lungo la S.S. 10 in direzione Cerignola a 35 Km troviamo l’arco Romano, detto anche Porta Varrone (II sec. d.C.) e proseguendo per la via traiana c’é un sepolcro a pianta quadrata, la Torre Casieri, del II sec. a cui segue un grande Mausoleo dell’etá augustea. Sulla strada per Andria, deviando a destra in corrispondenza di una stazione di servizio, dopo 400 m. raggiungiamo la Basilica di S. Leucio, scoperta nel 1937, uno dei piú notevoli templi paleocristiani del Mezzogiorno. Sorto su un tempio probabilmente dedicato alla dea Minerva, nel VI sec. d.C. fonde la tradizione romana con i primi influssi dell’arte bizantina: é a pianta centrale, con quattro absidi semicircolari contrapposte e originariamente coperte da imponenti cupole. notevoli i capitelli ellenistici, finemente lavorati, con protomi di teste femminili; la pavimentazione a mosaico, ora a piccoli tasselli, ora a tessere piú grosse, ora ad acciotolato policromo, é databile tra la fine del VII sec. e l’inizio dell’VIII sec. d.C.Altri interessanti resti di architettura paleocristiana sono il Battistero di S. Giovanni con pregevoli mosaici pavimentali e ad 1 Km sulla S.S. 13 per Barletta la piccola Basilica di S. Sofia del V-VI sec.

Castelli

Nei pressi del borgo antico di Bari , a pochi metri dalla cattedrale romanica dedicata a San Sabino, é situato il Castello normanno-svevo, la maggiore opera fortificata posta in passato a difesa della cittá. Fu costruito nell’XI sec. dai Normanni, che promossero una intensa riorganizzazione civile e religiosa della cittá, dando grande impulso ai traffici marittimi e risollevandola dal periodo vissuto sotto la precedente dominazione bizantina. Questi ultimi si vendicarono nel 1156 d.C., guidati da Guglielmo il Malo, misero a ferro e a fuoco la cittá distruggendo anche il castello, che era stato edificato su un’antica rocca di difesa greca o romana di cui e ancora possibile intravedere resti di mura ciclopiche alla base di una delle torri. La fortezza venne poi ricostruita ed ampliata da Federico II, in attuazione del suo vasto programma difensivo contro nemici interni ed esterni.Risale dunque al XIII sec. il nucleo primitivo del castello di forma quadrangolare, e protetto da quattro torri angolari delle quali solo due sono in buono stato; nel decennio scorso sono state scoperte a sud e ad ovest, le fondamenta di altre due torri poligonali.Il castello subí notevoli restauri nel periodo angioino, e fu poi ulteriormente ingrandito dagli Spagnoli, con la poderosa  incamiciatura  bastionata con torrioni angolari a forma di lancia, piú piccoli sul lato del mare, giá difeso dall’acqua, e di dimensioni imponenti verso la cittá, costruiti per adeguare la fortezza a nuove esigenze belliche dominate dalle armi da fuoco.E’ questo il periodo (XVI sec.) in cui Isabella d’Aragona si stabilí, insieme alla figlia Bona Sforza, nel castello, trasformandolo in ricca dimora rinascimentale e regalandogli l’ultimo periodo di splendore. Dopo il ‘500 infatti la fortificazione decadde velocemente, diventando sotto i Borboni, prima carcere e poi caserma (una delle torri sulla sinistra, é detta  dei minorenni  perché dal 1832 in poi vi rinchiudevano i minori d’etá che avevano commesso reati. Oggi il castello é sede della Sovrintendenza Archeologica e della Gipsoteca Provinciale ed ospita spesso manifestazioni culturali e mostre.Varcato il ponte sul fossato ed entrati nell’androne attraverso un arco ribassato inquadrato, si accede al cortile che é situato tra il nucleo svevo e i bastioni cinquecenteschi e ci si avvicina alla torre  del semaforo , cosí denominata perché fino a pochi anni fa, ospitava l’impianto semaforico della marina militare.Aggirando a sinistra l’altra torre, quella dei minorenni, si ammirerá un portale ogivale del XIII sec. con un grandioso arco lunettato scolpito con varie figure; attraversato l’atrio con volte a crociera, si passa nel cortile interno in cui é situata la loggia a due archi poggianti su colonna, e due mezze colonne con bellissimi capitelli ad aquile (di Melo di Stigliano) e a foglie d’acanto. In un salone sul lato sinistro del cortile c’é la Gipsoteca con un’interessante raccolta di sculture e di pezzi architettonici di antichi monumenti pugliesi. Accedendo ai piani superiori dalla scala scoperta a doppia rampa, sul lato nord, un tempo lambito dal mare, ci accolgono belle finestre a bifore ed un portale gotico, risalenti al restauro di Carlo d’Angió (1276). In queste sale c’é un museo con frammenti di affreschi del XV sec. e resti di una probabile raffigurazione in pietra di Federico II. Esiste inoltre una lapide che ricorda la visita alla cittá di San Francesco d’Assisi.Spostandoci a Nord di Bari sulla S.S. 16, dopo 42 Km. giungiamo a Trani, signorile cittadina sede del capoluogo di provincia fino al 1808; di fronte alla famosa cattedrale sul mare, in piazzale Manfredi, sorge il Castello Svevo, fatto costruire nel 1233 da Federico II e fatto rafforzare nel 1249 ad opera del barese Stefano di Romualdo, come testimonia l’iscrizione sul lato del mare. Nel 1259 vi si tenne la festa nuziale del figlio di Federico, Manfredi, che dobbiamo immaginare svolta nel mastio con le torri angolari e la cortina sul mare. L’attuale aspetto del castello é dato infatti da interventi successivi che hanno deturpato l’aspetto originario; e del ‘500 il baluardo verso la cittá.A 13 Km da Trani  dietro il Duomo, il quadrangolare Castello svevo di Barletta, costruito dal 1233 al 1239 su una precedente fortezza normanna, i cui resti sono venuti alla luce nel corso di restauri negli anni ‘70. Nel 1259 divenne residenza di Manfredi e fu poi successivamente rafforzato da Carlo d’Angió (1282-91), che vi fece costruire all’interno un sontuoso palazzo.I quattro bastioni angolari a lancia che lo caratterizzano, furono aggiunti nel 1535-’37 su progetto dell’Evangelista Menga, commissionati dal re spagnolo Carlo V che lo rese cosí uno dei castelli piú muniti d’Italia, contro la minaccia dei cannoni (era infatti il momento della grande artiglieria); suo é lo stemma con epigrafe del 1537, che ritroviamo sul portale. Gli spagnoli lo utilizzarono come deposito d’armi.Interessante é il cortile interno quadrato, con numerosi ambienti, su cui si affacciano tre finestre ogivali con aquile nei timpani, appartenenti alla costruzione sveva; da qui si innalza una rampa di accesso agli spalti ed una scala di notevolissima forma al piano superiore.Questo itinerario alla scoperta dei castelli federiciani in provincia di Bari, non poteva tralasciare il piú bel castello d’Europa, Castel del Monte. Posto a 18 Km da Andria, su un colle 540 m. che domina una vasta distesa, é famoso per la sua ottagonale (ogni lato é di 16.50 m.), anch’esse ottagonali.Fu fatto costruire tra il 1229 e il 1249, molto probabilmente come residenza di caccia, da Federico II di Svevia (appassionato di caccia con falcone). in proposito c’é da segnalare che gli Hoenstaufen, la famiglia d’origine degli Svevi, aveva usato la pianta ottagonale per alcune costruzioni, tanto che alcuni studiosi ritengono che il castello di Egisheim, in Alsazia, debba ritenersi il prototipo di Castel del Monte. E’ situato su una collina su cui prima vi era un monastero benedettino con la chiesa dedicata a Santa Maria del Monte, ed é in un punto intermedio tra il castello di Melfi e la reggia di Foggia, dove si svolgeva l’attivitá politica e amministrativa di Federico II.Nel 1249 vi si festeggiarono le nozze della figlia naturale del re, Violanta, ma con la caduta degli Svevi, rimase per lo piú adibito a carcere (si pensi che i muri perimetrali esterni hanno uno spessore di 2,55 m. e quelli interni di 2,41 m.). I primi ad esservi imprigionati pare che siano stati i nipoti di Federico (figli di Manfredi) Enrico, Federico e Azzolino, rinchiusi da Carlo I d’Angió nel 1265. Nobili famiglie di Andria si rifugiarono nel castello durante la pestilenza del 1665 e, rimasto incustodito dal XVII sec. in poi, fu spogliato di marmi e sculture, diventando dimora di pastori e briganti. Riscattato dallo Stato nel 1876, fu oggetto finalmente di lavori di restauro. Stilisticamente appartiene ai primordi dell’architettura gotica nell’Italia meridionale, anche se sono presenti le culture del romanico e dell’arabo-normanno.Le otto torri angolari assolvono innanzitutto ad una funzione statica, ammortizzando le cosiddette  forze di spinta  e sono utilizzate anche per accedere al piano superiore mediante scale a chiocciola o per servizi igienici e di deposito. Il ripetersi del numero otto nella struttura ha fatto supporre ad alcuni che tale ossessione nascondesse un significato magico: nella dottrina esoterica l’8 é il simbolo dell’infinito orizzontale e verticale, il numero della rosa dei venti ed il numero cardine dell’autoritá universale. Nella simbologia cristiana l’8 rappresenta l’unione dell’infinito (Dio) con il finito (l’uomo), tanto che nel IV sec. il vescovo di Milano Ambrogio introdusse la forma dell’ottagono per i battisteri, per sottolineare il significato del battesimo. Che ideando questa struttura Federico II intendesse legare l’Infinito al Finito, e simbolicamente l’Oriente all’Occidente, é solo un’interpretazione possibile che ciascuno potrá o meno sposare. Inseguendo i castelli a sud di Bari, il primo lo incontriamo a 21 Km., a Mola di Bari, cittadina molto frequentata al tempo delle crociate a causa del porto.Dopo essere stata distrutta, fu ricostruita da Carlo d’Angió che la dotó del Castello nel 1278. Incontriamo il castello costeggiando a sinistra il promontorio dove é situato il nucleo medioevale della cittá: progettato da Pierre d’Agicourt come fortezza inespugnabile, fu riadattato alle nuove esigenze di difesa nel 1530 da Evangelista Menga che, su commissione di Carlo V, lo racchiuse nelle nuove mura a scarpata molto inclinata, con baluardi angolari.Proseguendo sulla S.S. 16, suggestivo è il Castello di Monopoli, che sorge in riva al mare e che continua a sud la linea di difesa sul mare voluta da Federico II. Fu poi fortificato dagli Angioini e nel 1552 nuovamente rafforzato da Carlo V che fece inglobare la precedente fortezza aragonese e l’antico torrione cilindrico.Nell’interno, a 18 Km da Monopoli c’é Conversano, antico centro peuceta che sembra identificarsi con l’antica Norba. Subito dopo la Villa Garibaldi, si sbocca nella piazza del Castello, dominata dalla grandiosa costruzione trapezoidale costruita dai Normanni come fortezza difensiva. I successivi rimaneggiamenti la trasformarono in fastosa dimora: i tre massicci torrioni quadrati risalgono al sec. XII, mentre il torrione cilindrico angolare, quasi intatto, risale al sec. XIV. Nel 1460 fu aggiunto un bastione centrale, mentre l’ultimo rifacimento, ad opera della contessa Dorotea Acquaviva (1710), arricchí la struttura della porta d’ingresso, del muro di cinta, del cortile e della galleria che gira all’interno dell’atrio. Leggiadro é il cortile a portici e a logge.All’interno del castello vi é una raccolta di quadri di scuola napoletana del ‘500 e stanze con magnifici affreschi. In Agosto, per la festa di S. Rocco, vi si svolge una cavalcata in costume.Imboccando la S.S. 100 giungiamo a Gioia del Colle e subito, entrando da Corso Vittorio Emanuele, in Piazza dei Martiri si prospetta il magnifico Castello fondato alla fine dell’XI sec. dal normanno Riccardo Siniscalco, fratello di Roberto il Guiscardo.La facciata di questo superbo edificio (il lato maggiore misura 49 m.) rimaneggiato da Federico II, presenta altissime mura rivestite di grosse bugne (pietre sporgenti), disposte con effetto decorativo quando incorniciano porte e finestre. Due possenti torri angolari (24 m.) denotano la facciata sud, dove si puó notare una bifora con due lunette ogivali tagliate nell’architrave e l’ingresso protetto (come quello ad ovest) da un piombatoio. Sulla torre a destra, un rosone decorato a raggi ed archetti di reminiscenza araba. Entrando dal portale ovest, nell’androne con volta leggermente ogivale, vi sono due colonne con capitelli romanici attribuiti a Melo da Stigliano e Finarro da Canosa. Il cortile é illegiadrito da bellissime finestre tra cui sul lato sud, una notevole trifora ogivale chiusa in un archivolto su colonne pensili, e da una scala scoperta che porta ad un’elegante loggia.L’interno, restaurato insieme a tutta la struttura nel 1909 e nel 1975, consta in quattro grandi saloni nei quattro lati dell’edificio e di vani minori nelle torri, con scale interne. La cosiddetta sala del trono ospita un trono in pietra, fantasiosamente restaurato nel 1909.

Santuari

La Puglia è ricca di santuari di varie epoche, alcuni dalla pregevole architettura e ricchi di opere d’ arte,altri comunque immersi in atmosfere di suggestiva sacralità , ed è possibile tracciarne un itinerario a partire dalla provincia di Bari e scendendo per Barletta, Brindisi, Lecce e Taranto, per poi tornare nel capoluogo Il Santuario di S. Michele Arcangelo fu eretto a partire dal V secolo d.C. Rilevante la foggia ortogonale del campanile, risalente al XIII secolo e vastissimo il panorama visibile dalla sommità: meta d’innumerevoli pellegrini tra cui re, papi e santi (S. Francesco D’Assisi, S. Caterina da Siena, S. Tommaso D’Aquino ed altri ancora). Il santuario sorge attorno alla grotta ove nel 490 d.C. apparve l’Arcangelo Michele e che tuttora resta qual’ era 1500 anni or sono; ne sgorga un’acqua ritenuta miracolosa. Presso la grotta bellissima sedia episcopale in marmo, del secolo XI. Magnifico altare in alabastro attribuito al Sansovino e pregevoli sculture in pietra raffiguranti la SS. Trinità, la Madonna Delle Grazie e S. Matteo. Di gran riliievo, infine, il portale in bronzo eseguito a Costantinopoli nell’XI secolo. La leggendaria porta di bronzo del santuario, ageminata d’argento e di rame con tarsie di smalto antico di 1000 anni e sempre vivo nei colori di niello azzurro e mastice rosso-minio, verde montano e verde oliva.S. Giovanni Rotondo Nel Santuario di S. Maria delle Grazie il beato Padre Pio svolse la sua fulgida esistenza terrena. Numerosissime tracce e relique appartenenti al frate stigmatizzato attirano in tutti i periodi dell’anno migliaia di fedeli da tutto il mondo. Accanto all’antico tempio del 1540 si è affiancato di recente un nuovo grande Santuario voluto da Padre Pio da Pietrelcina che promosse anche la costruzione del vicino e moderno ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.S.Marco in Lamis.Nel Santuario della Madonna di Stignano (secolo XVI), a pochi chilometri a nord di San Marco in Lamis, è conservato, nel chiostro dell’annesso convento, un pozzale del 1576.Nei dintorni di Barletta si può visitare il Santuario della Madonna dello Sterpeto, all’interno del quale si conserva una Madonna su tavola di maniera bizantina.Bitonto vanta il culto dei martiri Cosma e Damiano, i SS. Medici ai quali è dedicato un moderno Santuario meta di costanti pellegrinaggi.Capurso è noto  per il Santuario della SS. Maria del Pozzo, sorto nel 1746 in seguito al rinvenimento in una cisterna di un’icona della Vergine Maria. Il Santuario prospetta su Bitetto Appena fuori l’abitato si può visitare il Santuario del beato Giacomo, costruzione tardo barocca dedicata al monaco il cui corpo il Convento di S. Maria degli Angeli che conserva nella bella chiesa rinascimentale un presepe attribuito alla scuola di Stefano da Putignano.Nei dintorni di Noci vi è il convento benedettino di S. Maria della Scala fondato, secondo la tradizione, da S. Mauro. La chiesa restaurata, a una navata con volta a botte, conserva un portale ad arco falcato del XIII secolo. A Ostuni il  Santuario di S. Oronzo fu eretto sul finire del ‘600 in una conca tra due speroni delle Murge. Si trova su caverne naturali all’interno delle quali sopravvivono ancora tracce di affreschi.A Carovigno vi è il Santuario di S. Maria del Belvedere, meta ancor’oggi di pellegrinaggi. E’ a 4 km. dal centro urbano e si presenta come un complesso ottocentesco edificato sui resti di un monastero in grotta di cui sopravvive la chiesa con affreschi di tradizione bizantina Enei dintorni di Oria sorge il Santuario di S. Cosimo alla Macchia insediatosi in luogo di una chiesetta rupestre.A Galatone si trova il Santuario del Crocifisso della Pietà, eccezionale chiesa barocca eretta tra il 1696 e il 1710. Splendida e ricchissima di decorazioni è la facciata a tre piani sovrapposti mentre l’interno, pure fastosissimo, possiede un sontuoso soffitto a cassettoni e una grande cupola interamente affrescata.A Parabita vi è il Santuario della Madonna della Coltura, di stile neogotico con all’interno moderni affreschi e su di un monolito l’icona della «Panagia» Madonna con Bambino di scuola bizantina.Nei dintorni di Supersano sorge il settecentesco Santuario della Madonna di Celimanna presso una chiesa-grotta decorata da varie figure di santi affrescati nei sec. XIII e XIV, con iscrizioni greche e latine.Il Santuario di Santa Maria di Leuca o de Finibus Terrae fu costruito forse in luogo di un antico tempio dedicato alla dea Minerva. Il Santuario assume una valenza particolarmente significativa, essendo costruito «all’estremo del mondo» e si contrappone ad un altro celebre luogo di culto cho porta lo stesso nome, «Finisterre», e che sorge dall’altra parte del mondo antico, all’estremità nord-ovest, in Bretagna, sulla punta dell’antico porto di Brest.Il Santuario di S. Maria Mutata a Grottaglie  è una costruzione secentesca sorta sul luogo di una basilichetta eretta da monaci basiliani a custodia di una immagine della Madonna col Bambino. Nell’interno sono custoditi, oltre all’affresco della Madonna, un Crocifisso ligneo del Quattrocento e la statua argentea di S. Maria di Mutata del 1777.A Massacra il Santuario della Madonna della Scala fu eretto nel 1735 su una laura primitiva; all’altare maggiore, Madonna col Bambino tra due cerve inginocchiate, affresco del XIV o XV sec. Al tempio si scende mediante una scenografica scalinata barocca di 125 gradini.

Chiese rupestri

A Modugno la chiesa di S. Pietro in Balsignano, deriva da Basilinianum, é il nome di un antico casale che sorgeva sulla via di comunicazione tra Bitritto e Modugno. Si raggiunge, infatti, da Modugno percorrendo Km 3 verso Sud-Est lungo la carrozzabile per Bitritto. Un tempo, soprattutto in epoca medievale, questa strada doveva essere di grande importanza per i collegamenti tra la costa e l’interno. L’esistenza del casale é testimoniata fin dal X secolo, ma la chiesa, che oggi resta come documento della prosperitá dell’abitato, risale al sec. XII.Pur se in gran parte rovinata, la costruzione mostra ancora la sua bellezza. La cupola svettante sull’alto tamburo ottagonale decorato a denti di sega, il parato esterno della muratura a sacco fatto di conci di pietra calcarea tagliati con estrema precisione e cementati con poco materiale legante, la pianta a croce contratta di sapore orientale, ne fanno un esempio di grande perizia tecnica e di elegante fattura. Sul lato sud, decorato con lesene e capitelli pensili, si apre un piccolo portale centinato; l’abside é frutto di successivi rifacimenti; il lato occidentale é quasi interamente crollato.A Km. 2 dal paese, sulla strada che porta a Bari, é possibile vedere sulla destra la chiesa di Ognissanti. E’ quanto resta di un piccolo complesso monastico benedettino fondato da Eustasio, probabilmente un ricco barese ritiratosi dal mondo. Di questo singolarissimo edificio é sconosciuto l’anno di fondazione, anche se risulta compiuto, per gran parte, giá nel 1080. La pianta della chiesa é longitudinale con cupole in asse sormontate da tetti piramidali a chiancarelle frutto, questo, di interventi successivi di restauro. Alla compostezza esterna dell’edificio, un parallelepipedo di pietre perfettamente squadrate con absidi a vista sul lato ovest e portali decorati a grani di rosario, fa riscontro il gioco movimentato che articola lo spazio interno della chiesa: cupole emisferiche raccordate da pennacchi a copertura della navata centrale e volte rampanti che sovrastano le navate laterali secondo una tipologia unica in Puglia.Da Valenzano é possibile improvvisare, abbandonando il percorso delle chiese, due tappe alternative. Proseguendo verso sud troviamo Casamassima, oggi famosa per il suo  Baricentro , interessante complesso commerciale e per  Barialto , un nuovo centro residenziale; in prossimitá di questo si trova un piacevole laghetto artificiale dove si possono pescare le trote. Casamassima ha un caratteristico Borgo Antico con basse costruzioni (sottani e soprani), con finestre e mensole caratteristiche poste a varie altezze. Da qui la Statale 172 porta a Turi dove giganteggia la presenza del tristemente famoso carcere monumentale. Tornando si continua l’ itinerario tra gli antichi edifici di culto e, da Valenzano, passando per Capurso, ci dirigiamo, prendendo la S.S. 634, a Conversano. Su questa stessa strada, circa un chilometro e mezzo prima di giungere al paese, sulla destra troviamo l’ex abbazia medievale di S. Maria dell’Isola. In essa é conservato il grandioso sepolcro di Giulio Antonio Acquaviva, conte di Conversano, morto durante i combattimenti contro i Turchi all’epoca dell’assedio di Otranto.A circa un chilometro da Conversano in direzione Nord-Est, oltre la ferrovia, appare la forma quadrilobata della chiesa di S. Caterina (sec. XI). La costruzione, a pianta centrale con absidi visibili all’esterno, é coperta da una calotta emisferica nascosta esternamente dal tetto piramidale. Alla sommitá un elegante lanternino quadrangolare corona l’edificio.Proseguendo a sud verso Putignano e da qui, per tre chilometri ancora, sulla strada verso Noci. Deviamo a sinistra per visitare la chiesa-grotta di S. Michele. Siamo, qui, sul M. Laureto a m. 354. Alla grotta, che un tempo era dedicata al culto di Apollo, si accede dal cortile del sanatorio Provinciale scendendo attraverso una scalinata di 30 gradini. A sette chilometri da Putignano, lungo la carrozzabile a Sud-Ovest in direzione Gioia del Colle, il Santuario della Madonna delle Grazie da lunghissimo tempo meta di pellegrinaggi, sorto presso una grotta sacra.Verso Noci e poi sulla strada per Alberobello. Dopo 8 Km. in direzione Nord-Est ci troveremo davanti ad un bivio presso la Masseria Angiulli. Prendendo la strada a sinistra saliremo lungo il pendio di una collina in cui é situata la Masseria del Barsento a 420 m. di altitudine. Il complesso include una interessante chiesetta del VI sec., fondata dai monaci di S. Equizio. La bella costruzione a pareti lisce e imbiancate é un quadrilatero con tre absidi che concludono le rispettive navate. Il letto a due spioventi su cui dispongono le chiancarelle di pietra calcarea conclude le linee semplici della facciata. In corrispondenza dell’ingresso il piccolo campanile a vela .Provenendo da Alberobello, nei pressi del cimitero di Monopoli, si puó ammirare la chiesa-grotta dello Spirito Santo, una vera e propria chiesa ipogea costruita con incredibile abilitá tecnica. I frammenti decorativi sono di epoca tarda ed hanno interamente sostituito l’originale decorazione. Notevoli i capitelli. Nel paese si trova la cripta di S. Maria Amalfitana, una grotta basiliana su cui é sorta la chiesa dell’XI sec. per volere della comunitá degli Amalfitani.La chiesa-grotta, tra le piú vaste dell’area monopolitana, é stata oggetto di numerosi rimaneggiamenti. Le colonne sono certamente piú tarde e la decorazione parietale, che un tempo doveva estendersi su tutti i lati della cripta, oggi si é ridotta ad alcuni frammenti di un’icona di S. Nicola che doveva far parte di un  ciclo  dedicato alla vita del santo. Si tratta di affreschi del XII sec., dunque una delle prime testimonianze di  storie  del santi in Puglia.La grotta di S. Maria Amalfitana fa parte di quell’insieme di luoghi di culto rupestri scavati in prossimitá del mare e che oggi sono rintracciabili nel tessuto della cittá vecchia. Tra queste ricordiamo, non lontana dalla cattedrale, la chiesetta di Cala di Porta vecchia. Un’antica grotta affrescata, ricavata in una cavitá naturale della roccia. Al numero 73 di via S. Domenico é invece l’accesso ad un’altra cripta dedicata alla Madonna del Soccorso. Nell’agro di Monopoli sono moltissime di testimonianze rupestri dedicate al culto religioso. Possiamo, grosso modo, dividerle in due gruppi, uno che si snoda lungo la costa tra la piana di Egnazia e la cittá di Monopoli, l’altro che ha occupato gli avvallamenti dell’interno. Tutti insieme, peró, sono disposti intorno al tracciato dell’antica via Traiana.Alla chiesa-grotta di Staveta, che si trova sul versante piú interno, si giunge imboccando un viottolo laterale che si diparte dall’ Adriatica  e percorrendo circa mt. 100. E’ una piccola grotta isolata a pianta irregolare sfigurata da successivi interventi. Di notevole interesse é il bel dittico, ottimamente conservato, della Vergine Odegitria e Precursore dell’XI sec.Una strada di origine medievale doveva connettere la chiesa di Staveta col Santuario rupestre di S. Cecilia, sicuramente il piú importante tra i luoghi di culto rurali dell’area di Monopoli, nonché uno tra i piú antichi. La decorazione parietale un tempo doveva essere ricchissima, oggi é purtroppo in pessimo stato di conservazione. Per finire il bel tempietto di S. Bartolomeo di Padula nella campagna che si stende tra Monopoli e Castellana. il fondo che ospita al chiesetta rurale si trova in contrada Borgo Scorzone a Km. 6 da Castellana.S. Bartolomeo ha pianta quadrata con due absidi rivolte ad est in posizione opposta alla facciata ed é sormontata dalla cupola di cui resta solo l’intradosso. La costruzione voluta dai Monaci Basiliani, risale al se. X e sorge su una delle vie percorse dai pellegrini diretti verso l’Oriente.

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