Wahorani Aucas

Wahorani Aucas

Tra gli gli ultimi Wahorani dell’ Amazzonia


A metà degli anni ottanta un minuscolo gruppo di indigeni Whaorani vivevano nomadi nella foresta lungo il rio Cononaco che scorre nell’ Amazzonia tra Ecuador e Perù, all’ epoca non erano stati ancora avvicinati e decisi di organizzare una spedizione per entrare in contatto con loro e documentarne la sopravvivenza minacciata dalla ricerca di giacimenti petroliferi nel loro territorio. Sono stato accolto e ho vissuto alcuni giorni nella loro comunità tra le più isolate al mondo per raccontarne il diritto all’ esistenza nel territorio minacciato, ripromettendomi di non rivelarne l’ ubicazione e come acquisire la fiducia di questa gente affinchè rimanessero indisturbati. Una paio di anni dopo è uscito un documentario annunciato come “straordinario” del National Geographic realizzato con gran provvidenza di mezzi che raccontava come gli “impavidi” esploratori avevano raggiunto ”per primi” gli inavvicinabili Aucas Whaorani del Cononaco e da allora altri ci sono arrivati a praticare il loro ridicolo “ turismo avventuroso” sconvolgendone irrimediabilmente equilibri secolari.

Tempestato di scrosci di pioggia, il piccolo aereo volteggiava sulla zona di foresta che finalmente eravamo riusciti a localizzare alla ricerca di una pista abbandonata sul rio Cononaco nell’ “oriente amazzonico” equadoriano. Partiti da Quito un paio d’ore prima, avevamo sorvolato l’oceano verde della “selva” con il solo ausilio di una mappa approssimativa e la gui da preziosa di Samuel, l’ unica persona al mondo che può entrare nel territo­rio degli Aucas del Cononaco senza rischiare la vita.

Una storia da vecchio romanzo quella di Samuel, sua madre Dayuna, infrangendo la regola vitale degli Aucas che rifiuta ogni contatto esterno, si unì con il quasi leggendario Carlos Padilla, uno dei primi colonizzatori della selva ad est del rio Napo, mise al mondo Samuel e poi tornò dalla sua gente. Il piccolo crebbe nella tribù imparando tutto ciò che un bambino Auca deve imparare, ma dopo qualche anno fu riportato nel mondo dei bianchi, studiò a Quito e, sorta d’ “enfant sauvage” sudamericano, diventò l’ unico trait-d’ union tra il misterioso universo Auca e il resto del mondo.

Sfiorando quasi gli alberi più alti a bassa quota, Samuel lasciò cadere una specie di nastro su un minuscolo gruppo di capanne nascoste nella foresta vicino al fiume — Così capiscono che sto arrivando e non ci aspettano con le lance —  disse sorridendo mentre riprendevamo quota per cercare la pista.  Ormai i Wahorani, “ gente “ nella loro lingua, hanno imparato che gli strani oggetti volanti contengono delle persone e non spiriti maligni che sarebbero scesi a succhiare loro il sangue, come hanno creduto fino a poco tempo fa. Sono passati pochi anni da quando gli “spiriti maligni” arrivarono in bar­ca provenendo dal fiume portando con loro strani aggeggi, con i quali abbatterono molti alberi per far scendere i grandi uccelli il cui rumore faceva fuggire gli animali spaventati.

Poi costruirono grandi capanne e comincia­rono a sondare il Cononaco alla ricerca di un liquido nero e maleodorante di cui la zona é ricchissima. I più anziani ricordavano quei coweden, stranieri dal viso pallido che li scacciarono dal rio Napo con armi invincibili, facendoli rifugiare sul lontano Cononaco e, sicuramente li avrebbero scacciati anche da li. Ben presto, però, i tecnici e le maestranze dell’impianto petrolifero capiro­no perché gli altri indios chiamavano con il dispregiativo di“ selvag­gi”,   Aucas , i  Wahorani. Alcuni caddero sotto le loro lance in imboscate tanto rapide quanto efficaci, gli altri vissero terrorizzati per qualche tempo fino ad abbandonare del tutto la base ancor prima di renderla attiva e la foresta ingoiò il loro villaggio: i coweden erano stati scacciati, ma sarebbero tornato presto e i Wahorani devono essere sempre pronti.

Dopo alcuni passaggi senza esito, riuscimmo ad imboccare la pista sterrata, qualche vecchio bidone vuoto e una tettoia di tronchi marci é tutto ciò che rimane della base Cononaco, ancora segnata sulle mappe pubblicate senza tener conto delle lance dei Wahorani.  L’aereo ripartì subito dopo averci scaricato assieme alle provviste e il fuoribordo per la piroga e il pilota ci lasciò con un buena suerte . L’unico nostro contatto con il mondo esterno decollò, facendo spaventare gli uccelli, sarebbe tornato a riprenderci dopo una settimana, tempo permettendo.

 I Wahorani avevano ricevuto il segnale e attendemmo ancora a lungo prima che due donne arrivassero con una piroga, fu il primo contatto con la gente del Cononaco. Montammo il motore e iniziammo la discesa del fiume completamente immersi nello ambiente più incontaminato del mondo, stupendo e ostile nello stesso tempo, un universo vegetale impenetrabile nel quale le straordinarie capacità di adattamento umane hanno trovato il loro spazio. E’ in questa inaccessibile foresta che ha trovato rifugio una società se­parata geograficamente dalla nostra solo poche centinaia di chilometri, ma da millenni dal punto di vista culturale, i cui confini sono rappresentati dal corso d’acqua o dalla collina più prossimi, oltre i quali vivono i coweden, gli spietati stranieri cannibali e “ succhiatori di sangue “, secondo la tradizione Wahorani.

La pioggia riprese incessante e fastidiosa, mentre la navigazione continuava tra le rapide del Cononaco in piena, evitando i tronchi galleggianti abbattuti dal temporale, ma la destinazione ormai era vicina e la riflessione su questa esperienza che stava per cominciare, rendeva tutto meno faticoso. Non si conosce ancora l’origine e l’ appartenenza linguistica dei Wahorani, poco della vita quotidiana e delle usanze,  le popolazioni vicine li hanno sempre temuti, il mondo civile li ha definiti selvaggi sanguinari da quando attaccarono una missione appena stabilita nel loro territorio.

Da allora hanno colpito varie volte, ma nessuno ha cercato mai di capire il perché,  ciò che é più deprimente é che anche qualche “esperto” parla dei Wahorani solo in termini di primitivi e selvaggi,  magari dalle pa­gine di qualche pubblicazione divulgativa. Qualcuno ha scritto che essi sono tal mente  “crudeli”  da uccidere i loro bambini nei periodi di carestia per non aver troppe bocche da sfamare: dopo aver vissuto con loro posso affermare che, nel mio venteennale girovagare tra tutti i continenti non ho mai visto un amore e una attenzione per i bambini così radicata come quella dei Wahorani.

Tutto ciò contribuisce a confondere le idee e a fornire un alibi a  chi vorrebbe spazzare via i minuscoli accampamenti della zona così da poter procedere senza problemi allo sfruttamento petrolifero: é successo spesso nella “selva” e succederà ancora.I Wahorani uccidono perché hanno paura e si difendono a loro modo, ultimi sopravvissuti di popolazioni braccate e decimate dagli avventurieri, i cercatori d’oro, caucciù e petrolio, da quei rappresentanti della “civiltà” che hanno imperversato in Amazzonia e che continuano a violentare questo ambiente.Apparvero finalmente sulla riva fangosa del Cononaco: un gruppetto di donne e bambini, nudi sotto la pioggia, che aspettavano di vedere i coweden venuti da lontano accompagnati da un loro si­mile.

Osservavano le nostre operazioni di sbarco in silenzio,  Samuel scambiò qualche battuta con un ragazzo e, scuotendo la testa mi tradusse la notizia ricevuta, avevano assalito due peruviani a caccia di caimani sul Cononaco che avevano preso a fucilate una loro piroga. A sera la nostra capanna era stracolma di uomini, donne e bambini, l’intero gruppo del Cononaco, il “contatto” era stabilito e ormai avevano preso confidenza con noi, eravamo un’ ”attrazione”, una novità così importante nella loro esi­stenza da non perdere. Durante i loro convegni serali nella nostra capanna parlavano rapidamente tra loro a voce alta, accompagnando le parole con gesti, movimenti mimati e rumori— Parlano di caccia — spiegò  Samuel fin dalla prima sera — La cosa che più li appassiona é trascorrere le serate raccontando le ultime battute nella foresta, per loro la caccia non solo cibo, ma libertà! —

La vita dei Wahorani é scandita dalle esigenze della caccia e dalla “raccolta” dei prodotti della foresta, la società intera é strutturata su questa necessità materiale: essa é ciò che viene definito gruppo alimentare, un insieme di famiglie aggregate per l’approvvigionamento di cibo, rigidamente chiuso all’  esterno, anche nei confronti degli altri gruppi appartenenti alla propria tribù. Un microcosmo inaccessibile agli estranei, dove tutto deve avvenire nell’ambito del gruppo, anche il matrimonio, che secondo la consuetudine, avviene solo tra cugini, mentre non vi sono limitazioni o regole precise per quanto riguarda l’attività sessuale piuttosto libera.

Nel loro isolamento essi hanno sempre evitato accuratamente ogni contatto esterno al gruppo che, ormai, é costituito da individui imparentati tra loro, pertanto ogni rapporto avviene nella consaguineità. Ciò ha originato tutta una serie di caratteristiche fisiche e piccole deformità endemiche, alcuni possiedono, ad esempio, un dito in più in ciascuna mano e ciascun piede, molti sono affetti da strabismo. probabilmente quasi tutti possiedono tare genetiche meno appariscenti, ma molto più serie, dovute alle unioni consanguine. Esse inevitabilmente aumentano ad ogni generazione e forse rappresentano una condanna genetica irreversibile che i Wahorani stanno acquisendo a causa del loro ostinato, ma necessario, isolamento.

Durante il periodo trascorso con loro, spesso passavano ore ad osservare i nostri movimenti, estremamente attenti al nostro comportamento, ridendo o commentando ogni atteggiamento per loro strano, poi all’improvviso erano capaci di interrompere completamente qualsiasi attenzione comportandosi come se non fossimo presenti. Anche durante le nostre “ conversazioni”, alle quali partecipavano interessati, improvvisamente se ne andavano o si dedicavano ad altro cose lasciando tutto in sospeso. Il mio registratore costituì un elemento di starordinario interesse la prima volta che feci lascoltare la loro voce incisa, ma la seconda volta già non ne erano tanto attirati.

  I Wahorani possiedono tutta una serie di comportamenti interpersonali estrema­mente particolari e occorreva capirne i meccanismi principali per poter entrare in un rapporto di fiducia per partecipare alla loro esistenza quotidiana e approfondire la conoscenza. Un gesto così universale come la stretta di mano, ad esempio, é assolutamente insignificante per loro, essi manifestano invece attenzione o amicizia in modo molto più istintivo e completo e ce ne rendemmo subito conto quanto cominciaro­no ad “esplorarci” letteralmente con la vista, l’olfatto, e soprattutto, il tatto.

Tuttavia per acquistare anche la stima occorreva partecipare alla loro attività fondamentale e in un’alba nebbiosa andai nella “selva” con un gruppo di cacciato­ri, ero riuscito a farmi accogliere tra loro. Quando non cacciano il porco selvatico, per il quale vengono adoperate le lance, l’ equipaggiamento é rappresentato da pesanti cerbottane di forma ovale costituite da due sezioni longitudinali con una scanalatura interna strettamente legate con fibre vegetali e una faretra di bambù che contiene le frecce imbevute di curaro.

Entrammo nella foresta e ben presto il gruppo si sparpagliò avanzando senza nessun sentiero o segno che indicava la via da seguire, solo l’ istinto e la profonda conoscenza dell’ambiente guidava la battuta, quando veniva avvistata una preda tutti si proiettavano in una corsa nella jungla, li seguivo tra gli arbusti spinosi e i rami bassi cercando di non impigliarmi tra le liane, dovevo dimostrate che anch’ io sapevo trovarmi a mio agio nella foresta e probabilmente mi avevano portato con loro per verificarlo.

La ricerca continuò per  ore, il giovane Karuwae localizzò delle scimmie e tut­ti si raccolsero nel silenzio più assoluto, puntando le cerbottane e le frec­ce sibilarono verso due cotos rojos, le scimmie urlatrici amazzoniche. Le grida di una scimmia colpita si propagarano nella foresta e stormi di uccelli fuggirono dal tiro delle cerbottane, l’ altra si nascose tra i rami più alti e i cacciatori l’ attesero per un ora, ma senze esito. Kaembari, il più anziano, con una agilità formidabile si arrampicò velocemente su un albero altissimo per stanarla poi, contemporaneamente, sibilarono altre frecce a anche la seconda preda cadde al suolo tra le grida di approvazione.

Ci ritrovammo con gli altri vicino al villaggio, anche per loro la caccia era stata buona, le donne e i bambini accolsero festosi il gruppo e subito la selvaggina venne spartita. I corpi delle scimmie vennero bruciacchiati e poi fatti a pezzi con il machete, mentre i bambini osservavano in silenzio l’ operazione: tra poco cominceranno anche loro ad andare nella foresta con la cerbottana e a dividere la preda in parti uguali, senza discriminazioni, anche tra coloro che non possono cacciare perché troppo giovani, deabilitati o anziani.

Tra questi “selvaggi” non esiste nessuna forma di discriminazione, tutto il gruppo provvede alla necessità dei deboli, soprattutto ai bambini, coloro che rimangono orfanj, ad esempio, vengono adottati dalle altre famiglie e considerati figli a tutti gli effetti. L’ amore nei confronti dei bambini é uno degli elementi più appariscenti nella vita quotidiana dei Wahorani, tutti i giorni gli uomini dedicano parte del loro tempo libero a giocare con loro, in ogni capanna vi sono sempre piccole scimmie, pappagalli ed altri uccelli in cattività appositamente catturati durante le bat­tute di caccia per farli giocare.

Dopo che curai una piaga a Mima, la piccola del giovane Kopae e sua moglie Niama, la mia capanna era continuamente frequentata da genitori preoccupati per le ferite e le punture d’insetto infettate dei loro bambini. Per i Wahorani la vita di un bambino é più importante di ogni altra cosa e, in ogni caso nessuno, grande o piccolo, é mai lasciato a sé stesso, perché la solidarietà del gruppo é parte fondamentale dell’esistenza Wahorani: vorrei che chi ha affermato che questa gente addirittura sopprimerebbe i più deboli del gruppo nei momenti di crisi, andasse sul Cononaco ma, si sa, é duro cercare la verità nella ‘selva’.

Assieme alla solidarietà, anche la libertà é uno dei fondamenti della società Wahorani, non hanno bisogno di “capi” o autorità coercitiva: la “trasgressione” e il suo conseguente “controllo” sono concetti molto relativi tra le gente del Cononaco.  Anche nella caccia non sono vincolati ad un metodo definito sotto la guida di un capo, come accade per molte altre popolazioni, partono assieme nel la foresta, ma ognuno segue il suo istinto per cercare la preda, a volte i cac­ciatori più anziani e abili possono dare consigli, ma niente di più.

Ciò vale anche per le spedizoni guerriere, come per le battute di caccia si riu­niscono in gruppi armati di lance e assaltano di sorpresa, uccidono e prendono il loro bottino che é sempre rappresentato da oggetti di uso quotidiano e sup­pellettili. Le innocue pentole, machetes e oggetti di evidente provenienza “civile” nelle capanne dei capofamiglia Kaembari, Tirikawa, Kome, Kopae, Karuwae, hanno una ‘storia’ molto più ‘sinistra’ di quanto non possa apparire. Tuttavia é molto difficile avere dai Wahorani notizie sulla loro attività “guerriera”, lo stesso Samuel ne parlava pochissimo e molto sporadicamente: — Amano parlare di caccia, delle vecchie storie della foresta, ma non di guerra ! — Mi ripeteva ad ogni mia richiesta di tradurre le mie domande ai più anziani; sicura­mente le lance di Tirikawa e Kaembari hanno colpito gli “intrusi” e coloro che potevano costituire una minaccia; palese o ipotetica, all’esisten­za delle loro famiglie.

A volte, l’aggressività dei Wahorani si manifesta anche all’ interno della tribù, tra gruppi diversi e i miei amici del Cononaco mi hanno accennato ai cruenti scontri contro un altro gruppo Wahorani che abitava la sponda opposta del fiume, fino a quando questi ultimi non abbandonarono la zona, ma ripromettendosi di tornare e sterminarli. Non si può capire tutto ciò se non si tiene conto che la società nomade di cacciatori é estremamente frammentata in tante minuscole entità sociali chiuse, ciascuna con la sua propria “specificità” di gruppo rispetto ad una più ampia identità tribale che si presenta molto debole, ciò provoca non di rado faide e contrasti per i motivi più diversi.

La causa più recente di tali contrasti all’interno della tribù é stata la cosidetta “pacificazione” di alcuni gruppi più prossimi agli avamposti dei bianchi, naturalmente il termine “pacificazione” non é che un eufemismo che indica in realtà la sopraffazione culturale operata nei confronti dei Wahorani “buoni”, rispetto a quelli “selvaggi”.  I “pacificati” e coloro che rifiutano tale sopraffazione si disprezzano vicendevolmente e negli ultimi anni, vi sono stati alcuni episodi cruenti tra di loro, fino a quando gli “irriducibili” non hanno abbandonato i territori tradizionali tra i fiumi Napo e Curaray spingendosi nell’ interno fino al Cononaco. E’ quasi impossibile parlare con Kaembari di suo figlio maggiore Menemo che è andato a vivere nella “riserva” sul Curaray,  per lui non esiste più: ha lasciato il gruppo, la famiglia e la selva, non é più un Wahorani é diventato un coweden.

Come per tutti i popoli cacciatori, gli animali sono considerati molto importanti ed essi vi hanno stabilito un rapporto profondo, molto aldilà della pura esigenza materiale. I più anziani affermano che sono in grado di parlare con le scimmie e gli uccelli per averne aiuto o consigli ma, avvertono vi sono altri animali che possono anche esercitare influenze malefiche:  é il tipico rapporto magico-religioso dei cacciatori tra il mondo umano e quello animale, due sfere della esistenza non separate e intimamente legate tra loro. Per i cacciatori della foresta tutto possiede uno spirito, una “forza vitale”, che si manifesta nei fenomeni naturali, nelle piante, nell’ambiente e negli animali, appunto.

Tuttavia vita spirituale, tradizione e mitologia sono gli aspetti meno noti della cultura Wahorani, data la mancanza di indagini approfondite e ogni affermazione relativa può essere solo frutto di ipotesi comparative e intui­zioni, é ancora molto difficile avere degli elementi più approfonditi.

Probabilmente possiedono una ricca tradizione orale costituita da antichi mi ti e leggende, tra le quali le più importanti sembrano essere quella della origine del mondo prodotta dal “fuoco” e quella della guerra mitica contro i “caenwaen”, i cannibali.

Entrambe i miti sono ricollegabili alla tradizione di alcune popolazioni della amazzonia brasiliana che, assieme alla leggenda Wahorani di una lunga migrazione attraverso grandi fiumi e immense foreste compiuta dagli antenati, fanno pensare ad una loro antica origine dal Brasile e ad una successiva migrazione nel bacino del rio Napo. Ciò probabilmente avvenne, come per altri gruppi dell’ amazzonia occidentale, a causa del secolare conflitto tra le tribù brasiliane dei Tupis, più evolute, e i “selvaggi” Tapuyas, del quale danno notizie anche i primi esploratori del Brasile nel XVI  secolo.

 I Tupis stabilirono il loro dominio sull’intera amazzonia brasiliana, disperdendo i gruppi Tapuyas verso l’occidente dove, tuttavia, dovettero subire le pres­sioni delle grandi tribù Tupi-Guarani e Arawak.I gruppi più piccoli e deboli come i Wahorani dovettero ritirarsi sempre di più davanti all’ avanzata delle tribù più potenti, fino a disperdersi nelle zone più inospitali dell’ Amazzonia. Un’ ipotesi come tante e tutta da verificare, ma certo é che il destino dei Wahorani é sempre stato quello di sfuggire ad avversari più forti e numerosi, cercando protezione nella foresta più inaccessibile, cercando di difendersi contro tutto e tutti, isolandosi completamente.

Ai mitici cannibali e alle potenti tribù amazzoniche, succedettero i bianchi, più forti e spietati tra tutti i nemici e ancora una volta essi dovettero fuggire nelle profondi tà della jungla, difendendo con la loro secolare diffidenza e loro lance la loro identità.Questo minuscolo gruppo del Cononaco, una cinquantina di individui in tutto per la maggiorparte donne e bambini, é tra gli ultimi sopravvissuti di una catastrofe etnica e culturale ancora in atto che ha sopraffatto l’uomo amazzonico, difendendo ancora tenacemente il loro diritto ad esistere, ma fino a quando? Essi sono gli Aucas, odiati e temuti da tutti, “selvaggi” sanguinari e “infanticidi”, realtà e vergognose menzogne si mescolano per dare di loro la peggiore fama possibile, fino a quando qualcuno deciderà di “civilizzarli” con la forza in nome del “progresso” e ai Wahorani non basteranno le lance e i rifugi nella ‘selva’: sul Cononaco c é il petrolio.

Tutti seppero che il giorno seguente saremmo partiti, andai nella foresta con l’ anziano Tirikawa e per tutto il tempo della lunga marcia non fece che ripe­tere continuamente un rumore vagamente simile a quello del motore di un aereo seguito dalla parola amigo: era arrabbiato per la mia partenza e non mi rivolse altre parole durante tutto il giorno, a sera non venne nella mia capanna come sempre. Alla partenza c’erano tutti: l’anziano Kaembari con i figli Niama, Game, Ewe e i cinque nipoti orfani, Karuwae con le mogli Cacari e Niawana che portavano con loro i due figli della prima e i cinque della seconda, Niama e Game con le loro famiglie, l’ anziana vedova Mima con i tre figli, gli orfani Nano e Iuwa con i quali ero andato tante volte a caccia, c’erano i bambini con le vistose fasciature che avevano curato e giocammo assieme.

 I ”terribili” Aucas erano tutti sulla riva fangosa del Cononaco per salutarmi, ma non c’ era il vecchio Tirikawa che aveva tentato di insegnarmi ciò che sapeva sulla foresta. Il motore fuoribordo spinse la piroga al centro del fiume, tra la vegetazione apparve Tirikawa, la cui lancia aveva trafitto i coweden, il “sanguinano” Auca che stava agitando le braccia in segno di saluto, come avevo fatto tante volte nei suoi confronti facendolo sempre ridere  — Amigo! —  Mi urlò mentre spariva dietro un’ ansa del Cononaco.

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