Viaggiatori europei medioevali in Asia

Viaggiatori europei medioevali in Asia

Viaggi, missioni e ambasciate medioevali sulle vie dell’Asia


Viaggiatori, mercanti e missionari

Con le  conquiste e l’ iniziale vasta espansione dei grandi califfati Omayyade prima e della dinastia Abbaside poi, il dominio fondato sulla fede islamica aveva segnato la sua  epoca aurea con un variegato  contributo scientifico ed artistico all’ occidente. Nel suo medioevo giunto al XIII secolo si era ormai frantumato in regni e sultanati indipendenti spesso in lotta tra loro, una grande decadenza dovuta anche alle lunghe guerre crociate e le incontenibili  invasioni mongole.

Le antiche carovaniere che incrociavano le varie vie asiatiche erano divenute insicure, i fiorenti centri commerciali e culturali devastati dalle orde di Gengis Khan e il dominio preso dai suoi potenti eredi Gran Khan, solo alcuni intraprendenti mercanti e religiosi si avventuravano sulle leggendarie Vie della Seta e le varie diramazioni tra i vasti territori dell’ Asia occidentale e centrale e l’ estremo oriente ancora in parte ignoto. Si sa che da tempo i missionari nestoriani avevano prese quelle vie.

Le cronache europee ci raccontano gli avventurosi viaggi dell’ ebreo spagnolo Binjaˈmin Beniamino di Tudela, del fiorentino Giovanni de’ Marignolli e del suo concittadino Riccoldo da Monte di Croce, Il ligure Andalò da Savignone, ll domenicano francese André de Longjumeau e il  siriaco nestoriano Simeon Rabban Ata che nel 1240 raggiunse per primo la corte del Gran Khan di tutti i mongoli a Karakorum.

Seguirono altri frati come il lombardo Ascelino da Cremona assieme a Simone da San Quentino  che redasse la sua perduta  Historia Tartarorum, Cronache di viaggi a volte precise e altre  confuse cominciarono a tracciare le perigliose vie asiatiche attraverso i domini musulmani e mongoli. Il francescano Giovanni da Pian del Carpine fu ricevuto dal Gran Khan Güyük nel 1247 e aprì il periodo delle lunghe missioni diplomatiche dell’occidente cristiano, papi e sovrani cominciarono a scambiare missive con i Khan tartari, spesso reciprocamente incomprese, che impiegavano anni per giungere a destinazione, portate da religiosi e aspiranti al ruolo di diplomatici.

Molti furono quasi dimenticati, pochi consegnati alla storia come il francescano delle Fiandre Guglielmo di Robruck Willem van Ruysbroeck e i mercanti veneziani  Niccolò e il fratello Matteo Polo che per primi giunsero a Khanbaliq, capitale del Gran Khan Kublai Qubilai qaghan regnante  sulla Cina mongola Yuan e vi tornarono con il giovane Marco che rivelò al mondo le vie del Cathay e le meraviglie dell’oriente nel suo Milione. Nel frattempo tra i protagonisti delle crociate furono i vascelli delle Repubbliche marinare, soprattutto di Genova e la Serenissima Venezia, ai navigatori italiani si deve il perfezionamento delle  rotte marittime e a le prime carte nautiche.

Sulle vie delle crociate i mercanti ripresero  i contatti con l’oriente creando  empori commerciali, ma all’inizio del XIII secolo gli incontenibili mongoli condotti da Temuçin Gengis Khan dilagarono in Asia travolgendone gli antichi stati e ne fecero un immenso impero che andava dalla Cina all’ occidentale  Rus’s, poi diviso in potenti regni. Da  ovest in Russia il Khanato Kipchak dell’ Orda d’Oro, dall’ anatolica Turchia orientale il potente Ilkhanato persiano esteso in tutto l’Iran, il Čagataj ulus Chagatai centroasiatico tra l’Afghanistan, il vicino  Pakistan e l’ intero territorio fino alla Mongolia, infine il potente impero  Yuan yuáncháo in  Cina che sembrarono più disponibili con l’ occidente cristiano  di quanto fossero stati i califfati islamici.

Incaricato a stabilire quelle relazioni dal pontefice  Innocenzo IV partì il francescano Giovanni da Pian del Carpine nel 1245, che poi del suo viaggi redasse l’ Historia Mongalorum, dal re di Francia Luigi IX  fu incaricato il confratello Guglielmo di Robruk nel 1252 raggiungendo entrambe la capitale mongola Karakorum. Non riuscirono nei loro incarichi evangelizzatori e diplomatici, ma ne lasciarono le cronache di itinerari, luoghi e popoli incontrati, aprendo la via ai mercanti per i lucrosi commerci di seta, spezie e gemme provenienti dagli estremi dell’ oriente ricco e ignoto. Le più agevoli vie marittime attraverso l’Oceano Indiano sulla Via delle Spezie erano dominate dagli arabi che ne avevano da secoli riscoperto le rotte dei monsoni e gli intrepidi viaggiatori europei erano costretti a lunghissimi, lenti ed insidiosi i itinerari carovanieri sui tracciati delle antiche Vie della Seta.

Oltre agli avventurieri mercadanti d’ occidente su quegli itinerari s’ avventurarono missionari e viaggiatori che, come Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Rubruck, ne lasciarono le cronache da Andrè de Longjumeau a Odorico da Pordenone, da Giovanni de’ Marignolli a  Giovanni da Montecorvino e  tra tutti ha lasciato indelebile memoria Marco Polo  Messer Milione.

 

Di questi ed altri, come dei protagonisti di viaggi ed esplorazioni nel resto del mondo e sulle Vie della Storia, ho cercato di seguire gli itinerari nei mie viaggi  dall’ Asia occidentale e centrale all’ estremo  oriente spesso ispirati dalle loro affascinanti cronache.

Beniamino de Tudela

Da quando nel 1066 nella fiorente Granada governata il sultano Badis Ibn Habus venne assassinato il suo Vizir giudeo Joseph ibn Naghrela e si scatenò il massacro degli ebrei in città, in quella  Spagna moresca del califfato Al-Andalus sembrò avviarsi pacifica convivenza tra la dominante cittadinanza islamica, coloro rimasti fedeli al cristianesimo e la numerosa comunità ebraica e ad essa apparteneva Beniamino  Binjaˈmin nato a  Tudela.

Mentre iniziava la lunga cronologia delle espulsioni e le persecuzioni dei giudei europei  in quel XII secolo, che nel successivo furono capri espiatori perfino delle pestilenze, l’erudito rabbino Binja’min si propose di cercare le antiche comunità ebraiche tra il mediterraneo e il vicino oriente. Così iniziò il suo lungo itinerario che lo consacrò grande viaggiatore per le difficili vie e i percorsi  medioevali che descrisse mirabilmente in ebraico nel Libro dei Viaggi Sefer ha-Masa’ot.

Seguendo i brani di quel testo si sa che Ben-jonah di Tudela partì dalla città  Saragozza nel 1160 attraverso la Francia per scendere in Italia passando per parte della Via degli abati e proseguendo sulla Francigena toscana tra Lucca e la città di Pisa da dove per l’ antica Tuscia si raggiungeva la medievale Roma all’ epoca  sotto il pontificato del senese  Rolando Bandinelli  Alessandro III, facendone accurate descrizioni come guide di viaggio.

Dalla Salerno normanna ricca d’ arte scese per gli itinerari in Puglia ove si trovava la longobarda   Via sacra continuando a raccontare le città e il meridione italico bizantino, recensendo le varie  comunità ebraiche e gli eventi della loro storia. Continuando oltre l’ Adriatico  per le Vie Balcaniche nei territori dell’ impero bizantino giunse alla capitale Costantinopoli e di qui nel  Bilād al-Shām della Siria, l’ antica terra di Giordania e l’ ambita meta cristiana Terrasanta dei pellegrinaggi, contesa all’ islamico dominio  selgiuchide.

Di lì proseguì per Baghdad continuando in Persia ammirandone le città, scendendo poi  in  Arabia ove probabilmente prese le carovaniere costiere passando per l’antica Arabia Felix tra l’ omanita  Dhofar e il territorio dello Yemen per giungere infine  in  Egitto  di dove nel 1173  tornò nella sua Spagna.

La vasta cultura, dimestichezza con le lingue, spirito d’ osservazione e desiderio di conoscenza ne fecero uno dei primi grandi viaggiatori medioevali capace di attente descrizioni di luoghi e popolazioni incontrate raccolte nel suo  Libro dei Viaggi di Beniamino  redatto in ebraico Sefer ha-Masa’ot Binyamin.Uno tra i primi ed importanti testi di quella letteratura di viaggio che andava estendendo la modesta geografia medievale oltre leggende e fantastiche mirabilia, inseguendo la storia schiarendo la conoscenza del mondo.

 

Giovanni de’ Marignolli

Giovanni de’ Marignolli ebbe natali in Firenze sul finire del secolo XIII quando viaggiatori, mercanti e missionari  avevano preso le vie dell’ Asia, ordinato monaco francescano a Santa Croce, s’erudì  all’ Alma Mater Studiorum di Bologna  e pertanto in grado d’assolvere la missione alla corte Yuan mongola  del  khan Togan Temür, conferita dal pontefice Giovanni_XXII ad Avignone. Dopo la morte di Giovanni da  Montecorvino, per un decennio non ne era stato nominato un successore  come  vescovo di Khanbaliq nel lontano e favoloso Cathay , si provò con il frate Nicolò che morì nel lungo viaggio e con Nicolas Bonet che se ne tornò prima d’arrivarvi.

Così Giovanni de’ Marignolli dalla sede papale avignonese si mise in viaggio con vari frati nel dicembre del 1338 e sei mesi dopo era a Costantinopoli a tentare con il patriarca Giovanni XIV  Kalekas di riportare al dialogo con la chiesa  cattolica romana  dopo il Grande Scisma. Lasciato l’ invano proposito prese la via per le colonie genovesi della Crimea Gazaria raggiungendo Feodosia  Caffa entrando poi nel Khanato Kipchak dell’ Orda d’ Oro mongola per la vecchia capitale Saraj Batu.

Ben accolto e rifornito proseguì sulle vie dell’Asia centrale fino al paese dei Kazaki nei territori del vecchio Khanato Chagatai ove il Khan ’Ali-Sultan islamico andava perseguendo ogni fede non musulmana, giunto nel Xinjiang trovò distrutta la missione francescana di  Almalik , ove il vescovo Riccardo di Burgundia e i suoi frati furono uccisi. Nel frattempo l’ intollerante ‘Ali Sultan morì e Giovanni approfittò della benevolenza del successore Changshi ricostruendo la missione e la comunità cristiana lasciandovi alcuni frati, poi dal Xinjiang prese una delle antiche carovaniere che incrociavano la Via della Seta attraverso il deserto del  Gobi e le steppe della  Mongolia giungendo  nel cinese Cathay.

Rammentando le sue cronache e di altri viaggiatori su quelle vie che ho ripercorso ne ho sempre pensate difficoltà e fatiche, ma anche l’ ammirato stupore tra la suggestione dei Monti Tien Shan Tiānshān e il lago del cielo Tianchi ove transitano i nomadi Kazaki, scendendo nel vasto deserto di  Taklamakan qumluqi tra le oasi e i gli antichi centri del popolo Uygur, la vastità del Gobi dalle alte dune che s’inseguono  maestose per la Mongolia con  accampamenti nomadi e i villaggi di quei mongoli che se ne sono tornati alle loro steppe dopo aver conquistato l’Asia e terrorizzato l’Europa.

Su quella via il fiorentino e i suoi frati  giunsero nella capitale imperiale Khanbaliq nell’agosto  1342 e consegnarono le missive papali al gran Khan Toghön Temür che garantì protezione e assistenza alla missione e la comuntità cristiana di Pechino e il resto dell’ impero Yuan yuáncháo. Vi rimase quattro anni e intraprese il viaggio di ritorno nel 1346 per altre vie passando a Zayton, divenuta poi Quanzhou, nella provincia di Fujian ove sorgeva la grande Dioecesis Zaitonensis di Zayton sede di missionari e mercanti d’occidente.

Di lì andò ad imbarcarsi nei mari al largo del Vietnam sull’ antica rotta delle  spezie passando per le vie dell ’Indonesia tra le coste di Giava e quelle settentrionali di  Sumatra incrociando la penisola della Malesia per entrare nell’ Oceano Indiano e da  Ceylon nel khalij-e fār Golfo Persico. Lasciata la costa ad Hormuz seguì le carovaniere attraverso la  Persia sostando a Baghdad e poi la siriana Damasco fino alla meta dei pellegrini in Terrasanta passando  nel vicino Egitto, di dove tornò al soglio papale avignonese.

Qui consegnò al pontefice la lettera del Khan  che, come ci racconta la Cronica XXIV generalium, lo riconosceva  “dominus.. super omnes christianos sui Imperii, cuiscumque sectae essent”, consolidando la benevola relazione tra l’ impero mongolo cinese e la cristianità europea. Il pontefice Innocenzo VI lo ricompensò con cinquanta fiorini e lo nominò vescovo di  Bisignano, ma il fiorentino se ne andò cappellano e storico  imperiale a Praga presso la corte di Carlo IV del Lussemburgo e qui nel 1355  redasse il suo corposo Chronicon Bohemorum di vicende storiche e teologiche, non è certa la data della sua morte se nel 1358 o l’anno successivo né il luogo tra Praga e Bratislava e lo ricorda la lapide nella sua Santacroce a Firenze.

Andalò da Savignone

Poco si sa di Andalò da Savignone ligure  nato al fine del XIII secolo e vissuto nella marinara Repubbica di  Genova prima di prendere le lunghe e perigliose Vie dell’  Asia per il lontano  Cathay, certo è che nel 1330 era a Khanbaliq alla corte mongola Yuan yuáncháo dell’ imperatore Jayaatu Khan Tugh Temür. Nel suo secondo viaggio nel Cathay incontrò il successore Khan Toghun Temür che nel 1336 gli conferì un ambasciata per il pontefice Benedetto XII recando anche una missiva dei cristiani cinesi che chiedevano un nuovo vescovo per l’  Archidioecesis Pechinensis essendo defunto da otto anni  il celebre Giovanni da Montecorvino.

 L’anno dopo Andalò era nella sede papale  avignonese ad assolvere i suoi incarichi prima di ripartire nel 1338 assieme al francescano fiorentino Giovanni de’ Marignolli ch’era stato nominato arcivescovo per succedere a Montecorvino e si ritrovò per la terza ed ultima volta nella capitale imperiale Khanbaliq e la comunità  cristiana di Pechino nel 1342 facendo poi definitivamente ritorno e di lui non si seppe altro se non che fu uno di quei missionari gran viaggiatori dell’ epoca.

Riccoldo da Montecroce

Il domenicano fiorentino Riccoldo Pennini, noto come Riccoldo da Monte di Croce, s’erudì nella basilica Santa Maria Novella e andò dispensando sapere nell’ università di  Pisa, ma non pago di studi come altri dell’ epoca pensava che il viaggio era completamento di conoscenza e si fece missionario in Asia. Nel 1289 fu in  Terrasanta visitandola accuratamente e tornò sulla costa palestinese proseguendo su quella siriana di qui in Cilicia per prendere la via dell’ antica Turchia attraversando la kurda  Anatolia, dalla città  di Karin Erzurum passò per il biblico monte Ararat  Ağrı Dağ ed entrò nell’ Iran settentrionale rimanendo diversi mesi a Tabriz per le sue prediche evangeliche.

Continuò in  Persia nella regione irachena passando per Mossul e la mesopotamica Birtha giungendo alla cosmopolita  Baghdad nel 1290. Qui trovò comunità cristiane della Chiesa siriaca  Idto Suryoyto divisi tra giacobiti, cattolici antiochiani maroniti, seguaci della dottrina  nestoriana e i considerati eretici monoteliti  in conflitto, mentre gli sembrarono molto più uniti e accoglienti quei musulmani dei quali pensò anche di tradurre in latino i testi coranici, ma non ne trovò il tempo impegnato a viaggiare.

L’anno seguente il baluardo in Terrasanta San Giovanni d’ Acri fu assediata e presa dagli islamici nell’ espansione  selgiuchide, limitando ancor più la presenza cristiana nel vicino oriente, così Riccoldo scrisse lamentando quei conflitti tra le confessioni cristiane che la laceravano, poi redasse la Contra legem Sarracenorum contestando stile e contenuti coranici, auspicando tuttavia comprensione del mondo islamico al fine di penetrarvi. Tuttavia le sue opere non avevano solo intenti teologici, ma anche essere guide su religioni, tradizioni e luoghi del vicino oriente per i missionari, così da poterli annoverare nella letteratura di viaggio medievale. In particolare il Liber peregrinationis  Itinerarius  con attente descrizioni dei territori e genti trovati nei suoi viaggi nel vicino oriente.

A lui si deve  la prima descrizione del popolo Tatari islamizzato d’ origine mongola diffuso tra il vicino oriente e la Russia, ma soprattutto di quel mondo islamico con dovizia di particolari prima d’allora poco noti in occidente. Ne osservò accuratamente costumi e tradizioni studiandone i test e la teologia islamica così da poterne discutere con competenza la dottrina. Tornato a Firenze nel giubilare 1300 perfezionò il suo Contra legem Sarracenorum e redasse Ad nationes orientales divenuti i principali testi della cristianità contro il mondo islamico così come l’ Improbatio Alcorani  ove controversa il testo coranico, tradotto in greco per il mondo bizantino da Demetrio Cidone, di grande diffusione per due secoli fino alla sua riedizione Confutatio Alcorani, nella cinquecentesca Spagna, ripresa dal protestantesimo con la traduzione Verlegung des Alcoran di Martin Lutero.

Le osservazioni e studi nei suoi viaggi si occuparono anche del mondo ebraico con Contra errores Judæorum dettagliandone ovviamente l’ erroneità confessionale, così come fece con altri costumi e tradizioni religiose in Libellus contra nationes orientales e De variis religionibus. Sebbene con fervore per la supremazia cristiana, a differenza di altri autori medievali  Riccoldo da Monte di Croce non andò scrivendo di cose echeggiate da lontano, ma solo di ciò che aveva osservato personalmente e studiato nei luoghi e tra le genti che aveva incontrato nei suoi viaggi.

Ascelino da Cremona

Non è nota la data di nascita del domenicano lombardo Ascelino da Cremona, ma si sa che il pontefice  Innocenzo IV lo inviò in missione nel 1245 poco prima del Concilio di Lione recando una missiva che chiedeva al Khan dei mongoli  di non perseguire i cristiani nei suoi territori e di convertirsi alla vera fede,  missione analoga e contemporanea alla più nota di Giovanni da Pian del Carpine che riuscì ad essere accolto dal  Gan Khan Güyük . Partì con i confratelli Alessandro,  Alberto, e Simone da San Quentino che poi redasse la cronaca Historia Tartarorum della missione, andata perduta e ne rimangono poche note frammentarie “Due viaggi in Tartaria per alcuni frati dell’ordine minore di San Dominico, mandati da papa Innocenzio IV nella detta provincia per ambasciatori l’anno 1247“.

Per la perdita della cronaca non si conosce l’esatto itinerario, Ascelino e compagni giunsero per mare in Terrasanta rimanendovi in attesa di prendere una carovaniera presumibilmente attraverso l’ Armenia Minor per il convento domenicano di Tbilisi Tiflis fino al regno di  Georgia ove è certo s’aggiunse il confratello Guicciardo da Cremona che conosceva i luoghi e l’idioma di quella regione. Proseguirono per Sisian al campo del governatore tataro Baiju Noyon e gli  consegnò la missiva pontificia da recapitare al Gran Khan Güyük nella capitale mongola Karakorum.

Si sapeva la disponibilià verso gli occidentali di Baiju, interessato anche ad un’alleanza contro i musulmani Abbasidi, travolti dal Khan Hülëgü che prese Baghdad, ma Ascelino doveva essere ben convinto del suo ragno d’ambasciatore della cristianità rifiutandosi di seguire l’ etichetta imperiale mongola che prevedeva genuflessioni e comportamenti per lui troppo sottomessi  destando l’ira del potente governatore. Fortunatamente per lui  al fine accettò di recare la missiva al Gran Khan, che poi affidò al suo successore Eljigidei come governatore dell’ Ilkhanato mongolo che comprendeva l’ antica Turchia, l’ intero territorio dell’ Iran ed a oriente l’ Afghanistan e il vicino Pakistan.

Ascelino e compagni partirono per il ritorno a fine luglio 1247 con una missiva inviata a  Baiju dal Gran Khan Güyük che i domenicani dovevano consegnare al papa ove si ingiungeva la sottomissione a tutti i regni d’ occidente. Si sa che intrapresero il lungo viaggio accompagnati dagli inviati imperiali mongoli Aibeg e Sergis ch’era cristiano nestoriano, attraversarono parte della Persia fino alla città di Tabriz di dove continuarono in Terrasanta e a San Giovanni d’Acri s’ imbarcarono per il ritorno.

Dalle cronache di Matteo  Paris si di due ambasciatori mongoli giunti nell’estate 1247 che ripartirono l’anno dopo con la missiva “Viam agnoscere veritatis” del pontefice  Innocenzo IV di stizzita risposta alle le pretese di sottomissione ingiunte dal gran Khan Güyük. Però in questa né altre cronache del tempo si menziona Ascelino da Cremona che  sembrò dimenticato tra i missionari viaggiatori dell’ epoca, forse per la scarsa diplomazia dimostrata o più verosimilmente perché ve ne erano ormai diversi che andavano e venivano Rimane invece un’ analoga descrizione di un itinerario e dei territori mongoli dell’ epoca nell’  Historia Tartarorum scritta dal contemporaneo monaco polacco  Benedykt Benedictus Polonus.

 

André de Longjumeau

Il francese André de Longjumeau , come altri missionari di quel XIII secolo, era monaco domenicano che ebbe il suo primo incarico nel 1238  dal re Luigi IX di Francia per recarsi a  Venezia e prelevare un prestito di banchieri della Serenissima onde riscattare la Corona di spine di Gesù conservata come santissima reliquia dal sovrano Baldovino II di Costantinopoli, facendo edificare la Sainte Chapelle per custodirla,  poi trasferita nella cattedrale di Notre Dame. Anch’egli fu incaricato a recare missive dal pontefice Innocenzo IV nella sua frenetica corrispondenza con il gran Khan  Güyük del temuto impero mongolo e nel 1245 partì da Lione sull’ ormai consueta via per la Terrasanta di dove proseguire nella Siria musulmana ove v’erano varie comunità cristiane siriache  divise tra la giacobita, la cattolica antiochiana maronita e i  seguaci della nestoriana.

Di lì si recò in Persia  ove incontrò il monaco nestoriano Simeon Rabban Ata nella  città di Tabriz, incaricato dal Gran Khan di proteggere il  cristianesimo mongolo nelle province persiane che lo introdusse al confratello nestoriano David recante una missiva del governatore Eljigidei che proponeva un’ alleanza contro i musulmani subito recapitata al re Luigi che lo inviò nell’ impero  mongolo come ambasciatore. Andrè de Longjumeau ripartì con il fratello Guillaume, il legato pontificio Oddone di Châteauroux, e altri monaci domenicani nel gennaio 1249 recando le risposte di Luigi IX e Innocenzo IV imbarcandosi per  Cipro da dove proseguire ad Antiochia.

Sulle carovaniere la delegazione attraversò rapidamente l’ Iran  procedendo lungo il mar Caspio per entrare nell’ Silsila īlkhānī dell’ Ilkhanato mongolo e da Talas per il lago Alakol giungendo infine alla corte di  Karakorum. Nel frattempo il gran Khan Güyük era defunto e la cosorte Oghul Qaïmich nominata reggente accolse André de Longjumeau e i delegati consegnando una lettera e doni per il sovrano francese.

Tornato nel 1251 a Cesarea Andrè redasse la sua cronaca da consegnare in patria a re Luigi assieme alla missiva mongola. Anche la reggente, come aveva fatto il defunto consorte, intimava la sottomissione ai reali d’ Europa e fu naturalmente accolta con disapprovazione, dichiarando fallita anche questa missione. Il resoconto di André de Longjumeau sembra fu poco gradito, se una parte  racconta con precisione luoghi, popoli e costumi incontrati, poi si perde in fantastiche storie sul leggendario Prete Gianni che regnava cristiano su quelle terre remote e i suoi immaginari  scontri con Gengis Khan. Tuttavia la reale cronaca del viaggio può essere a ragione considerata importante ed attendibile in quella letteratura del genere che andava diffondendosi nell’Europa medievale allargandone gli orizzonti.

Estratto da: Paolo del Papa Viaggiatori ed esploratori. Vol.:Medioevo:Viaggiatori europei in Asia. ©

 

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