Via dell’Indonesia

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Indonesia

L’ Indonesia è uno dei vari territori nei miei viaggi e avventure nel mondo che ho visitato in ogni suo angolo  con immagini, itinerari e   reportages  da Sumatra, tra ambienti e popolazioni, le trbù  di Nias e Mentawaii, le isole   Sulawesi, le traversate di Giava e l’ isola degli dei Bali dove ho vissuto per brevi periodi, tra le  Isole della Sonda ho navigato nell’ arcipelago delle Nusa Tenggara, il martoriato Timor e le Molucche, le spedizioni nel Borneo Kalimantan e nelle remote aree dell’ Irian Jaya nella Nuova Guinea indonesiana. Lo definisco territorio e non paese  per vastità, varietà di ambienti e popolazioni  delle circa quattordicimila isole che si stendono dall’ oceano Indiano al Pacifico per oltre cinquemila chilometri, solo un migliaio abitate e solo seimila esplorate completamente. Ad est delle antiche rotte commerciali sulle vie delle spezie provenienti dai porti dello Yemen e il Dhofar omanita per l’ India di dove continuava nello lo Sri Lanka e il Bengala, proseguendo per le coste dell’Indocina, la  Malesia e la grande produttrice di molte spezie che era l’ Indonesia. Favorita dalla natura oltre che per la sua posizione anche per la grande varietà degli ambienti naturali, la fauna e la flora, la fertilità del suolo, il clima mite e la ricchezza geologica. L’enorme varietà delle isole, l’incredibile crogiuolo di razze che la popola e la straordinaria posizione, ha da sempre attratto popoli e civiltà che si sono susseguite dove incrociarono per millenni le rotte delle spezie, indiani, cinesi, malesi, arabi, portarono culture e religioni diverse dal buddismo e l’ induismo alla penetrazione islamica, che si sono amalgamate con i costumi e tradizioni locali producendo la grande e straordinariamente varia cultura indonesiana. Su quelle rotte giunsero i portoghesi e poi gli olandesi che esplorarono e colonizzarono l’ immenso arcipelago per sfruttare le basi commerciali, la produzione delle preziose spezie e l’ agricoltura in territori dalla sorprendente fertilità, un lungo dominio oppressivo come tutte le altre potenze coloniali. Indonesia indicava l’ intero territorio insulare del sud est asiatico che andava dalla Malesia e Giava alle filppine Luzon e isole Moros fino al Borneo e il vasto arcipelago fu denominato Indie Orientali Olandesi, più tardi la colonia olandese prese definitivamente la denominazione di Indonesia che comprendeva i grandi territori amministrativi centrali di Giava e Sumatra  e quelli esterni di Sulawesi, l’arcipelago della  Sonda  con Bali e le Nusa Tenggara, le isole Molucche, parte del Borneo  definito Kalimantan e la regione occidentale Irian Jaya   della Nuova Guinea.

 

Giava

Nel IV sec.d.C. a Giava fiorì la grande civiltà influenzata dai secolari rapporti con l’ India dalla quale giunsero modeli culturali, politici e religiosi del  buddismo e l’ induismo, sorse il regno  Taruma nel V secolo, il cui sovrano Purnavarman fece edificare città, templi e grandi opere, mentre nella vicina Sumatra nascevano i regni  Malayu e Shrivijaya. Da quei ricchi regni s’ intensificò il commercio marittimo incrociando  le rotte delle spezie orientali tra lo Sri Lanka e il Bengala verso l’ Indocina e la  Malesia, frequentate da arabi, indiani e cinesi. Tra i vari regni emerse lo Shrivijaya con  capitale a Palembang di Sumatra, grande centro culturale per la diffusione del buddismo che dominò un vasto territorio dalla Malesia all’ intera Giava fino alle remote isole a est di Bali controllando le rotte del sud est asiatico favorendo scambi commerciali e culturali con l’ India, il leggendario Cathay cinese e la nascente  civiltà araba islamica. Con la dinastia Shailendra nel IX secolo vi fu l’ introduzione del  buddismo Mahàyàna  e l’ alleanza tra Sumatra e Giava, ma nel 992 il sovrano di Giava orientale Dharmavangsa attaccò lo Shrivijaya che reagì invadendone il regno. Nel 1006 divenne gli succedette Airiangga che conquistò l’ intera isola e ritentò la conquista di Sumatra , ma alla sua morte nel 1049 il regno si disgregò in vari principati, tra i quali quelli di Kadiri e di langala, mentre fioriva la civiltà hindu nell’ isola di Bali. Nel 1222 il leggendario re Ken Angrok unificò Giava orientale con  il regno Singlìásári che fiori nel XIII secolo con i sovrani  Visnuvardhana e Kertanagara, che hanno lasciato grandi testimonianze nella cultura e l’ arte giavanese e balinese. Nell’ altopiano di Dieng sorsero i primi  templi dell’ antica civiltà hindu giavanese fiorita tra il IV e il IX secolo, più oltre Yogyakarta capitale deI grande sultanato islamico di cui rimane il Palazzo del Sultano Kraton e quella che fu la poderosa fortezza di Tamansari e i vecchi quartieri. Vicino si erge il vasto complesso hindu Prambanan del X secolo, culmine della grande arte e architettura hindu giavanese, poco distante sorge il Borobudur edificato dalla dinastia Shailendra all’inizio del IX secolo e a lungo dimenticato fino a quando fu riscoperto e magnificamente restaurato per quattro anni dal 1907. Anch’ esso oggetto della criminale stupidità di rozzi integralisti islamici nel 1985 che lo danneggiarono. Ardita Traduzione architettonica di mandala, percorso della meditazione buddista attraverso i piani della progressiva perfezione dello spirito fino all’ illuminazione, magnificHe rappresentazioni intercalate da statue di spiriti e divinità hindu e scene del poema mitologico Ramahyana fino ai tempietti candi consacrati alle divinità hindu della Trimurti Bráhma e  Visnu. La parte piú orientale è dominio della natura con il vasto altipiano di Malang dal suggestivo ambiente naturale, tra villaggi tradizionali e piccoli centri, l’ imponente sagoma del vulcano Bromo domina magnificamente l’ ultimo lembo orientale di Giava, sacra dimora di spiriti e divinità, oggetto di riti e cerimonie. L’ultimo lembo di Giava affaccia a oriente sullo stretto che la separa da quella che fu l’ emanazione della sua antica civiltà hindu, qui affidata alle splendide testimonianze archeologiche del suo perduto passato, ma oltre il breve braccio di mare attraversato quotidianamente dai traghetti ancora pulsante nel suo splendore arricchito da tradizioni e costumi più antichi dell’ Isola degli Dei Bali.

 

Sumatra

Nella vasta isola che s’ allunga tra la Malesia e Giava incrociavano le rotte tra il Bengala e il medievale Cathay cinese, per secoli i mercanti indiani che vi giungevano per le sue miniere aurifere  la chiamarono in sanscrito Isola dell’Oro Suvarna Dvipa. Furono quei mercanti che portarono la cultura e la religione induista sulla quale si fondò il regno Srivijaya poi convertito al buddismo che dal suo centro di Palembang a partire dal VII secolo si estese tra la Malesia, la vicina Giava e le coste del  Borneo  per due secoli fino alla sua conquista da parte del Singhasari   e il successivo dominio del potente Majapahit di Giava al quale si deve lo straordinario Borobudur e i suggestivi templi di Dieng  , poi con i mercanti arabi che giungevano dai porti yemeniti e del Dofhar sull’ antica rotta delle spezie vi fu una crescente penetrazione islamica e nella regione di Aceh sorse il medievale regno di Samudra, una zona che posso assicurare essere dominata dal peggiore integralismo islamico del sud est asiatico. Sicuramente all’epoca il sultanato non era così devastato dalle odiose regole della shari’a così come ne ho vista la rapida involuzione nei miei viaggi in quest’angolo d’Indonesia, fatto sta che quando vi giunse il grande viaggiatore arabo Ibn Battuta nel XIV secolo trovò la zona accogliente traducendo Samudra nei suoi scritti come Sumatra e tale è rimasto il nome del’intera isola. Con l’arrivo della potente  Compagnia delle Indie in breve anche Sumatra divenne parte delle  Indie orientali olandesi. Nel nord di Sumatra i Batak sono stati a lungo considerati tra le più inavvicinabili popolazioni indonesiane, praticanti il cannibalismo rituale inserito  loro ordinamento giudiziario tribale. Oggi i Batak non mangiano più i trasgressori e con circa un milione e mezzo sono il più numeroso gruppo etnico di Sumatra, diviso per la distribuzione territoriale, quali i Pak-Pak, Simelungun, Mandaling, Karo e Toba, ognuno dei quali possiede un differente dialetto. Le grandi abitazioni “baga” si fronteggiano simmetricamente su due file parallele e si differenziano dalle abitazioni destinate al caposacerdote, al fabbro, alle ragazze nubili e ai celibi. Come dei vicini Minangkabau,  dell’ antica tradizione guerriera, rimangono cerimonie e danze rituali ed è un affascinate spettacolo l’ “Huta Bolon” per comunicare con le entità sovrannaturali, un bufalo viene condotto al sacrificio, mentre il “Tondi” dei presenti si mescola a quello delle entità protettrici.  Sumatra è unita alla Malesia da storia e cultura, lungo le coste hanno incrociato le rotte che hanno visto il sorgere di antichi regni hindu e buddisti, seguiti poi da sultanati islamici e più recenti insediamenti coloniali europei.  Una storia che ha lasciato testimonianze artistiche e culturali, mentre l’ interno è rimasto dominio di una natura grandiosa e selvaggia con montagne, laghi, cascate, fiumi, foreste tropicali. Dallo stretto con la Malesia passarono antiche migrazioni, tribù che sopravvivono a Sumatra conservando costumi, tradizioni e cerimonie dall’ eccezionale interesse etnografico, come i gruppi Batak, Il popolo  Minangkabau, i discendenti dell’antica cultura megalitica nell’ isola Nias e gli ultimi sopravvissuti tribali delle Mentawaii.

 

Sulawesi

Sulawesi è tra le più vaste isole  indonesiane che si estende per circa cinquecento mila chilometri quadrati e tremilacinquecento  di coste, divisa nelle tre grandi penisole Beni, Tomini e Tele, circondata dalla barriera corallina che ha impedito nel passato lo sbarco di grosse navi e l’interno caratterizzato da massicci vulcanici, è stata a lungo isolata anche per la rinomata ferocia delle tribu’ che ancora la popolano. La parte è abitata da un’ etnia  Alfur, simile a quello delle vicine  Molucche e della Nuova Guinea., tutto il resto dell’isola è abitato da tribù di origini malesi e piccole comunità tribali  Veddidi primitivi, come i Toala, che vivono di caccia e raccolta nell’interno della foresta. La popolazione Toraja possiede un’ organizzazione sociale e culturale piu’ evoluta che ha influenzato le altre, appartiene al gruppo paleomalese, probabilmente il primo che ha popolato Sulawesi in epoche remote. Sono divisi nei Torajai  Orientali con le tribù Pu-Umboto, Po so e Towana e Occidentali con quelle  Rampi, Koro, Kulawi, Pakuli, Pakawa, Sidji e Kaili, vi e’ anche il piccolo gruppo meridionale delle tribù Pada-Seki, Rongkong, Manudju, Sadan e Mamasa, Le tribù più isolate, e quelle che hanno maggiormente conservato cultura e tradizioni, sono quelle che vivono nei villaggi tra i monti Klabat e Lompobatang, fino a pochissimo tempo fa una regione quasi inaccessibile.

 

Nusa Tenggara

Come s’ usava un tempo tra i viaggiatori alla scoperta delle isole  della Sonda ho navigato nell’ arcipelago delle Nusa Tenggara partendo da Bali attraverso la vicina e ormai turistica Lombok per la vulcanica Sumbawa dominata dal minaccioso Tambora che gli abitanti tra variopinti mercati e vecchi villaggi ne aspettano il periodico risveglio. Poco distante l’ isola Komodo ove nel parco  sopravvivono gli ultimi feroci grandi rettili  Varanus komodoensis che qui li chiamano dragoni. Ad est Flores che fu portoghese nel XVI secolo e olandese in quello successivo, così i vecchi coloni furono costretti ad andarsene nella zona di Larantuka e con i locali diedero stirpe ai Larantuqueiros chiamati con diprezzo dai nuovi arivati portoghesi neri  Zwarte Portugeesen  e quelli che si trovano tra i villaggi tra la foresta e la splendida costa ne sono i discendenti. Subito ad est con una breve navigazione s’ arriva a  Solor verde smeraldo della vegetazione dove spuntano i villaggi incastonato nei riflessi d’ azzurro cangiante dal blu del giorno al vermiglio del tramonto d’ un mare sulla rotta per le isole delle spezie nelle Molucche.  La grande isola di Sumba fu sede di una cultura megalitica e ne rimane l’ erdità  nel capoluogo  Waikabubak e i villaggi kampung tra vecchie abitazioni e antichi sepolcri, dove il culto dei morti con pittoreschi funerali è ben vivo come le cerimonie guerriere Pajura e Pasola ove ci si batte con fruste e bastoni agghindati come gli antenati mentre la gente del villaggio attorno incita e plaude ai campioni. Tradizioni sempre vive in quest’ isola che a capitarci all’ inizio del nuovo anno lunare in autunno ci si trova tra danze rituali e corse di bufali.A sud si trova pulau Savu che non è incrociata dalle rotte principali della  Sonda, dove la popolazione ha conservato l’ induismo dell’ antica Giava che qui s’ è amalgamato nei secoli con le tradizioni animiste del Djingi Tiu.  Un’ atmosfera che si trova rislaendo a nord est verso  Pulao Alor e il piccolo arcipelago fino all’ isola  di Wetar e la si nota dai costumi della gente sparsa tra i piccoli villaggi a continuare antichi ritmi di vita che contendono l’ interesse ad arrivarci con lo splendido ambiente naturale e un mare che non finisce d’ incantare.

 

Tmor

Timur s’ allunga sottile per cinquecento chilometri ai margini delle Nusa Tenggara a nord est il  mar di Banda verso  Molucche e la  Nuova Guinea,  a meridione s’apre il mar di Timor che divide l’ est asiatico dall’ Australia e le rotte del Pacifico. Massicci montuosi dominati dai quasi tremila metri del Tatamailau , vallate di foresta tropicale alla quale da secoli la popolazione  ha sottratto campi coltivati che circondano i villaggi e lungo le coste antichi insediamenti di pescatori affacciano sullo splendido mare che riflette della barriera corallina . L’ isola di Timor fu a lungo importante scalo sulle rotte delle spezie per le Molucche e gran produttrice della preziosa essenza del sandalo santalum fiorendo per secoli fino a divenire colonia portoghese nel XVI secolo  e poi parte delle  Indie olandesi, dal centro di Dili si diffusero tecniche agricole europee e il cristianesimo, il domino coloniale durò fino all’ occupazione giapponese  e la successiva sconfitta nelle seconda guerra mondiale. La colona portoghese terminò la sua lunga storia nel 1974 con la rivoluzione che depose il dittatore Salazar in patria, poi Timor Leste Timor Est reclamò l’indipendenza con  capitale Dili, mentre la parte occidentale Timor Barat Timor ovest fu invasa e presa  dall’ Indonesia con capitale Kupang e da allora è stato un lungo e sanguinoso conflitto con relativo genocidio fino all’ indipendenza che, posso assicurare strascica ancora mai chiuse ferite.

 

Molucche

Le Maluku erano le isole raggiunte dal tratto finale di quella  vie delle spezie tra le Sulawesi e l’ arcipelago delle Nusa Tenggara allungate a nord verso quelle ch’erano dette le filippine  isole moros, collegate alle rotte del Pacifico che ad est incrociano la  Nuova Guinea. Qui si producevano le spezie più ambite del pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zenzero  ed altre che dovevano assaporare i banchetti dei nobili e ricchi fino alla lontana Europa, per secoli gli antichi regni indonesiani come Majapahit ne furono i mediatori con i mercanti indiani ed arabi, le svelò all’ occidente il veneziano Niccolò dei Conti a metà del XV secolo, furono incrociate dalla spedizione di Magellano e poi anche qui giunsero i  primi portoghesi Antonio d’Abreu e Francisco Serrão che le aprirono al diretto traffico con la madrepatria nel XVI secolo seguiti dagli olandesi che ne fecero colonia scacciando i lusitani seguendo la storia coloniale del resto d’ Indonesia fino all’ indipendenza. Ma la pace anche qui era lungi da mantenere e quando mi trovavo da queste parti erano accesi sanguinosi conflitti tra  l’ intollerante comunità islamica e la maggioranza cristiana che sembra esser finita da più recenti accordi. L’ arcipelago è vasto disseminato da isolette vulcaniche e magnifici atolli attorno alle maggiori, la più settentrionale Halmahera, le centrali Maluku Utara con capoluogo Kota Ambon, le isole Banda e Seram. Dappertutto suggestivi ambienti naturali dalla lussureggiante vegetazione ricca di specie endemiche come la fauna dominata da una grande varietà di uccelli, rilievi che scendono su magnifiche coste sullo splendido mare dalle formazioni coralline. all’antica popolazione degli Alfuri si sono aggiunti e mescolati tra loro malesi, melanesiani e papua  disseminati tra i villaggi dell’ interno e i pescatori delle coste.

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