Polinesia

Polinesia

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Entro il cerchio del mare c’è un pesce molto importante. C’è un pesce sopra il quale si incurva l’arcobaleno che abbraccia l’immensità dell’oceano:è il mio paese

Così un antico canto dell’atollo di Aitutaki nelle isole Cook racconta che l’oceano intero è il mondo dei popoli della Polinesia, tutte le isole che si perdono nell’immensità del Pacifico  sono figlie del grande pesce mitico. La vicina Rarotonga era l’l’isola fluttuante Nukutere, come le canoe della tradizione dei Maori dette Nukutere e Mataatua usate nella migrazione condotta dal mitico antenato Tauturangi della stirpe di Tūtāmure fondatore della comunità Te Whakatōhea in Nuova Zelanda.La fluttuante Rarotonga  andò alla deriva fin quando la dea Ari non la legò al fondo del mare con una liana,dalla grande isola di Raiatea  si staccò un pezzo che diventò Tahiti nui, che poi si divise nel monte di Orohena che emerge magnifico dall’oceano e quelle  isole che furono dette  della Società divise tra le quelle  del Vento che vanno da Maiao e Mehetia a Tahiti e Moorea fino a Tetiaroa , d’altra parte le dette  Sottovento , dalle sparse Tupai, Manuae ,Maupihaa e  Motu One alle più note Tahaa , Maupiti,  Huahine  e la paradisiaca  Bora Bora.Si dice che gli antenati ebbero timore che il Grande Pesce fosse tornato a nuotare ed immergersi nell’oceano e allora gli tagliarono i nervi con un ascia magica così la storia  della Polinesia  fu legata al fondo del mare come tutte le isole del Pacifico e l’ intera Oceania. Dalle Hawaii a Samoa e Tonga  fino alla lontana  Nuova Zelanda, le isole sperdute nel Grande Mare Moana-nui-o-Kiva  d’Oceania  sono state popolate da tribù asiatiche, forse antenati degli austronesiani, abili navigatori che affrontarono l’ignoto nel Pacifico e trovarono isole sparse fino alle coste d’ America, una leggendaria migrazione  narrata  negli antichi miti  della  cultura  dei polinesiani. Altre leggende  raccontano di un popoìo bianco che viveva nell’altipiano  andino ove fiorivano civiltà precolombiane, che stendeva il suo dominio fino alla costa da dove affrontò l’oceano su leggere barche di balsa, così tra scienza ed avventura nel 1947 Thor Heyerdahl costruì il suo Kon-Tiki con balsa e liane e partì dalla costa peruviana cercando un’antica via nelle rotte del Pacifico, navigò per seimila chilometri fino alle Tuamotu per dimostrare che popoli antichi provenienti dall’ Asia orientale attraverso lo stretto di Bering, prima popolarono l’ America e poi attraversarono l’oceano spargendosi tra le isole dell’Oceania. Dall’ Asia o dall’America, la grande avventura sulle rotte del Pacifico inizia in epoche remote avvolte nel mito e la leggenda, affrontate da antichi navigatori esperti che cercarono le correnti ed i venti nell’immensità dell’oceano guidati dal sole, la luna e le stelle per spingersi nell’ignoto sulle agili barche a bilanciere che ancora incrociano tra le isole scivolando leggere sulle onde. “..Una massa di sfumate tonalità di verde, che salgono dalla spiaggia alla cima delle montagne;una varietà infinita di vallate,creste,forre e cascate. Le acque cadendo si dissolvono alla luce del sole in mille riflessi filtrando attraverso le volte verticali della vegetazione,sembra un mondo magico, intatto e sempre in fiore..”.

Le descrizioni di Melville  di questa Polinesia, che sono andato visitando in lungo e in largo come il resto dell’Oceania, m’appaiono come pennellate di Paul Gauguin e le visioni di tanti altri che si sono persi nel mito dei mari del sud incrociando le antiche rotte  nel Moana-nui-o ­Kiva, che gli antenati attraversarono seguendo le indicazioni del dio Sole Ra e la dea Luna Hina, fino a raggiungere le isole pescate dal mitico Maui con il suo amo magico.  Lì dio della Guerra Oro li rese forti e il dio dei tatuaggi Tane insegnò loro a decorare il corpo e l’anima, gli spiriti Atua vegliavano sulle attività degli uomini e sopra tutti vi erano il grande spirito femminile della Terra Papa e il supremo Taaroa che generò l’Universo, la Luce e il Movimento. I grandi navigatori che affrontarono l’oceano divennero gli eroi mitici dai quali discendono i capi clan, i soli che conoscono le genealogie della stirpe e la lunga storia dei polinesiani, risalgono le generazioni fino agli eroi mitici e poi gli dei che li precedettero e ancora più indietro nella notte dei tempi ai fenomeni naturali che generarono gli dei stessi: la Luce, l’Alba, la Notte, l’Abisso, il Vuoto al principio di tutto. Per mille anni al centro dell’universo mitico dell’immensa polinesia fu Raiatea, Ombelico della Civiltà dove si elevava il grande altare Marae di Taputapuatea  consacrato al dio della guerra Oro e a migliaia giungevano le grandi piroghe a bilancere per le cerimonie. Salpavano dalle isole della Società, tra Tahiti, Moorea, Bora Bora, le Tuamotu e le Marchesi , le più remote delle australi e Gambier, le isole Cook fino a  Samoa e Tonga , dai lontani confini orientali del Moana-nui-o-Kiva delle  Hawaii e da quelli occidentali della Nuova Zelanda sulle antiche rotte degli antenati, secoli prima che i bianchi le scoprissero. Nelle grandiose cerimonie della sacra isola di  Raiatea i popoli polinesini sparsi nel Pacifico si ricongiungevano agli dei e il più alto tra tutti i capi veniva misurato con la pietra dei capi di due metri e ottanta per diventare il Re dei Re  destinato a regnare mare, la stirpe regale i cui resti giganteschi sono affiorati dalle tombe dei capi guernen.Il cuore della Polinesia sta nelle  Isole della Società, ove all’arrivo di James Cook gli abitanti erano oltre duecentomila e in cento anni furono ridotti a poche migliaia, uccisi, deportati, decimati dalle malattie e dall’alcool  in uno dei tanti capitoli di quella storia che in un paio di secoli spazzò popoli e culture dalla faccia del globo.Tahiti  è inanellata in una strada che le gira attorno partendo da Papeete lungo il litorale occidentale con i villaggi tra le palme sulla laguna, dall’altra parte la costa s’ alza bordata di verde tropicale sulle onde che si frangono sugli scogli. L’interno montuoso e selvaggio è dominio della foresta penetrabile risalendo faticosamente la valle di Papenoo verso le rocce di Fare Rau Ape  e il picco di Urufa che domina l’isola in una cascata di verde, interrotta dalle acque brillanti del solitario lago di Vaihiria, fino al blu dell’oceano che si perde all’orizzonte. Dall’altra parte del colle di Urufa si scende nella valle di Mataeiaa ove serpeggiano impetuosi i torrenti fino alla costa e la penisola di Taiarapu protesa nel mare con i suoi villaggi di Taravao, Tautira e Pueu, i cui antichi altari di pietra Marae sono sparsi nella foresta e ricordano cerimonie dimenticate. Davanti Tahiti dall’immenso oceano si stacca Moorea con i monti Rotui  e Tohivea che dominano le splendide insenature di Papetoai e Pao-Pao  affcciate sulla baia di Cook, come molte altre sparse per il Pacifico che prendono nome da James Cook. Di qui i vecchi villaggi s’inseguono tra la costa affacciata sulla laguna corallina, che brilla di colori cangianti con il sole, e l’interno denso di foresta dove si aprono i campi di manioca tra le piante di ananas e vaniglia. Tra le isole della Società  è stata a lungo evitata dalle rotte dei polinesiani Bora Bora, in questa splendida isola i tahitiani esiliavano gli individui più pericolosi che formarono una comunità di guerrieri razziatori nell’arcipelago, fama sinistra che contrasta con la meraviglia dei suoi picchi verdi di foresta tropicale che si stagliano magnifici nel cielo e precipitano nella laguna turchese, proseguendo sotto l’acqua cristallina a formare i fondali arcobaleno dove guizzano i pesci tra i coralli e scivolano le ombre delle piroghe silenziose inseguendo i piccoli squali innocui presi per la coda dai bambini.

Dalle vette solenni di Otemanu e Pahia è una vertigine di colori che contrastano violenti tra le variazioni verdi della terra e l’abbacinante bianco delle spiagge ornate di palme sulle variazioni di smeraldo dell’atollo chiuso dalla barriera che lo protegge dalle onde di cobalto perse all’orizzonte. La ricordo al tramonto con cielo e mare a confondersi infuocati e i picchi trasformati  in sagome irreali mentre le piroghe di ritorno dalla pesca con la brezza leggera a narrare le storie antiche degli antenati arrivati dal profondo del Moana-nui-o-Kiva.

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