Le vie delle Ande

Le vie delle Ande

Attraverso le Ande sulle vie degli Incas e dei conquistadores

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Vie delle Ande

Il Tahuantinsuyu, fu tra i più vasti imperi della storia che si estendeva dall’  Ecuador all’ Argentina e Cile,lungo il desertico litorale pacifico e le Ande  e i margini occidentali della foresta amazzonica. Un territorio con milioni di abitanti organizzati in comunità socio-economiche, gli “ayllus“, ognuno dei quali comprendeva clan e famiglie con la propietà comunitaria della terra,il cui equilibrio fu spazzato via da un pugno di avventurieri guidati dall’ex guardiano di porci analfabeta Francisco Pizarro. Ogni ayullu era diretto a un capo “mallcu” e da un consiglio degli anziani;diversi ayllu formavano un distretto,più distretti un territorio,più territori un “suyu“, uno dei quattro “Cantoni del Mondo”, governato dall’ “Adu“, ma sopra tutti era l’Inca, rappresentante in terra del Dio Sole Inti che regnava dal centro dell’ impero nelll’ “Ombelico del Mondo” Qsqo e la vicina Valle sacra. Era la capitale dal cui grande Tempio del Sole Korikancha, partivano le quattro vie orientate verso i “suyu”: Chinchasuyu, Contisuyu, Collasuyu e Antsuyu, con le quali gli Incas avevano creato uno dei più vasti sistemi di comunicazione della storia che dalla Colombia e l’ Ecuador permetteva di raggiungere l’estensione meridionale delle Ande in Cile e in Argentina e che costituì la via della violenta conquista spagnola,dei conquistadores e gli avventurieri alla ricerca del leggendario Eldorado. Durante il primo periodo dell’invasione spagnola, si diffuse una leggenda secondo la quale gli Incas avrebbero costruito delle città ricchissime nelle zone più inaccessibili della “selva alta”amazzonica e delle Ande, si scatenò la cupidigia dei conquistadores attraverso l’immenso territorio dell’impero incaico sulle antiche vie di comunicazione e aprendone di nuove per penetrare nelle zone più remote alla ricerca dell'”Eldorado”.Recenti scoperte archeologiche,come la “Ciudad Perdida” dei Tairona in Colombia, Tingo Kuelap in Peru e alcune rovine di centri urbani in Ecuador , Bolivia e tra le Ande argentine hanno ridato vita all’antica leggenda e al mito di Paititi la misteriosa città costruita dagli Incas per sfuggire ai conquistadores dopo la rovinosa caduta del loro impero. In uno dei miei viaggi tra Peru e Bolivia  per le comunità indigene andine, a Cuzco trovai la spedizione archeologica  dell’ equipe di Miguel Angel Vargas del quale avevo letto tutti gli studi in materia seguendone l’ itinerario dalla Valle sacra per la selva dell’alto Urubamba in cerca delle tracce di quella mitica Paititi. Una delle tante avventure che  continuai tra gli ultimi indigeni Machiguengas e che mi ispirò l’ idea di affrontare le vie alla ricerca di più o meno reali ciudad perdidas e del mitico Eldorado. Tra storia, leggenda e avventura si possono ripercorrere gli itinerari degli avventurieri che cercarono a lungo l’ Eldorado, ma che aprirono le vie anche a studiosi, archeologhi e viaggiatori sulle antiche strade imperiali e le nuove vie tra le Ande e l’Amazzonia, tra ambienti grandiosi, rovine di città perdute, villaggi dimenticati e, soprattutto,la cultura delle comunità di indios  sopravvissute che hanno conservato tradizioni che affondano nel mito.

Le vie incaiche e dei conquistadores

L’impero Inca all’arrivo dei “conquistadores” aveva un’enorme estensione ed ogni parte era collegata da un vastissimo e perfezionato sistema stradale,forse paragonabile solo a quello di Roma imperiale,in gran parte decaduto nel medioevo,ne rimasero profondamente impressionati gli spagnoli che non avevano mai visto niente del genere nel Vecchio Mondo ,come testimonia il grande cronista pedro Cieza de Leòn ne scrisse le lodi ammirato “Nonostante la grande distanza da Quito a cuzco che è molto maggiore della distanza tra Siviglia e Roma,la strada è affollata come quella che va da Siviglia a Traiana,il che è il massimo…”

Gli Incas la chiamavano”Strada Stupenda” Capac Nan: circa 6000 chilometri lungo le Ande superando deserti, valichi oltre 4000 metri, spaventosi precipizi, steppe e foreste, il cui asse centrale andava da Quito in  Ecuador alla capitale peruviana Cuzco e proseguiva attraverso la Bolivia fino alle Ande argentine nei pressi di Tucùman, continuando nel Cile centrale attraverso gli impervi ambienti delle montagne e dei deserti costieri, perfettamente mantenuto e organizzato per l’intenso traffico che vi si svolgeva. La”strada Imperiale” si collegava con vie trasversali alle altre strade del sistema e all’asse di 3300 chilometri lungo la costa desertica tra Tumbez a Tacna che poi proseguiva nel deserto cileno di Atacama dove giungeva la via dall’ Argentina e continuava fino al limite più meridionale del Tahuantasuyo sul rio Maule in Cile, mentre l”asse orientale superava i contrafforti andini e “selva alta” verso la foresta e ai fiumi dell’immenso bacino

amazzonico.  In totale la rete stradale incaica comprendeva oltre 18.000 chilometri, la cui costruzione e mantenimento erano assicurati da un sistema di corvée dei sudditi, sorta di lavoro coatto dovuto quale tributo allo stato,che impegnava le popolazioni e le comunità “ayullu” dei vari “Suyu“, regioni e province dell’impero, ognuna delle quali era responsabile della propria zona e in quelle disabitate si portavano i lavoratori dalle limitrofe popolate. Nelle aree andine si provvedeva a scavare ed ampliare le strade tagliate sulle rocce delle montagne,pavimentandole e dotandole di ponti”chaca” di barche o  sospesi,tra i quali il più grande e ardito era quello sul fiume Apurimac adoperato fino alla fine del secolo scorso che,come altri trovati dagli spagnoli,costituiva una  perfetta opera di ingegneria difficilmente euguagliabile nel Vecchio Mondo. Lungo i deserti costieri le strade correvano tra le dune “medanos” sui vecchi tracciati della civiltà preincaica dei Chimu ed erano protette dalla sabbia con mura di mattoni, le piste secondarie nel deserto erano segnalate da pali posti regolarmente e continuamente controllate anche nelle zone più impervie ed isolate. Le arterie principali erano larghe oltre sei metri,assolutamente sicure, protette e perfettamente mantenute,al contrario delle strade europee dell’epoca,le segnalazioni erano accurate e anche le vie secondarie avevano gli “apachetas”, mucchi di pietre ogni sei chilometri che servivano da pietre miliari.I trasporti erano affidati a carovane di lama con poste distanti tre chilometri tra loro e locande “tampu” che si susseguivano a varie distanze,a seconda del tipo di strada e delle regioni attraversate,generalmente tra i venti e i trenta chilometri coperti da un giorno di viaggio,spesso erano anche centri amministrativi imperiali con piccole guarnigioni.Le comunicazioni erano affidate ai corrieri a piedi “chasquis”che portavano notizie con il geniale sistema dei “quipus” ,cordicelle annodate secondo precisi codici,la cui rapidità era sorprendente con staffette perennemente disponibili  ogni tre chilometri circa,in tal modo i “quipus” potevano agevolmente percorrere i duemila chilometri tra Quito e Cuzco al massimo in una settimana. Un immenso ed organizzato sistema stradale che collegava ogni angolo dell’impero e del quale i conquistadores approfittarono per penetrarlo rapidamente e sconvolgerne secoli di civiltà in una delle più avventurose e sanguinarie imprese della storia. Furono le vie dei Conquistadores prima e della colonizzazione poi che andavano travolgendo  quelle antiche civiltà che le si chiamò precolombiane e i nativi  di quell’ America  indigena, avventurieri alla ricerca del mitico El_Dorado, ma anche di più miti studiosi e viaggiatori a cercare di comprendere quel mondo e da quest’ultimi ho sempre tratto ispirazione per i miei viaggi in tutti i continenti  seguendo quelle vie della storia   e delle esplorazioni.

 

 

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