Arte africana

Arte africana


Architettura africana neo sudanese

Sin dalla più remota antichità viaggiatori ed esploratori sono stati sorpresi dall’arte africana con la presenza di un’architettura urbana e monumentale nella regione dell’Africa occidentale nota a quei tempi con il nome di Bilad al-Sudan, la terra dei popoli neri.

Attualmente tale territorio si estende in vari stati africani, Mali, Burkina Faso, sud della Mauritania, nord della Costa d’Avorio e del Ghana.

Nel passato le varie aree che compongono questo territorio hanno avuto una matrice culturale comune legata al destino dei popoli Mandé, la cui diffusione è stata favorita dalla nascita di vasti regni ed imperi e dallo sviluppo delle correnti commerciali.

In realtà il deserto del Sahara non ha potuto impedire che si formassero intensi legami di scambio con il mondo mediterraneo.

Attraverso le piste sahariane giungevano nel Sudan merci di ogni genere che venivano trasportate ovunque attraverso il corso del fiume Niger. Il commercio favorì l’influenza culturale dell’Islam, che per lungo tempo rimase limitata agli insediamenti urbani, mentre nel resto del paese predominavano le religioni animiste.

L’influenza del commercio con il mondo mediterraneo, la nascita di una classe di mercanti agiati e lo sviluppo di strutture politiche furono i fattori che contribuirono alla fioritura di questa architettura a carattere urbano e monumentale. Non abbiamo prove che ci permettano di stabilire se queste forme preesistessero ai primi contatti con il mondo esterno, ma secondo le fonti dell’anno mille che ci danno notizia delle città del Sudan, all’epoca avevano già dimensioni notevoli. Si presume che Kumbi Saleh, la capitale del regno del Ghana avesse 30.000 abitanti all’epoca del suo massimo splendore; era attraversata da grandi strade che convergevano in una piazza al centro e gli edifici a pianta rettangolare presentavano forme piuttosto elaborate. Nel corso del tempo questa architettura si è diffusa lungo le vie commerciali percorse dai mercanti Diula fino alle foreste del sud e lungo il corso del fiume Niger. I due esempi principali sono la casa e la moschea poiché non rimangono resti dei palazzi abitati dai sovrani. Le forme hanno subito un’evoluzione nel tempo e hanno avuto un periodo di grande sviluppo intorno al 1500 e all’inizio del secolo. A causa della fragilità del materiale utilizzato nella costruzione, un impasto di terra e paglia di miglio denominato banco, utilizzato sotto forma di mattoni essiccati al sole, non rimangono resti di costruzioni molto antiche. La più antica è la moschea Sankore di Timbuctu che risale al 1300.La tradizione dell’architettura sudanese è rimasta molto viva e ancorata nelle abitudini delle popolazioni. Questa vitalità ha permesso a questa architettura di resistere alla penetrazione dell’architettura coloniale e di continuare ad affermarsi come la principale tecnica di costruzione nel Delta interno del Niger e nelle aree limitrofe. Se da un lato l’attività di costruzione continua e si rinnova, anche se con forme più sobrie e semplici, molti degli edifici tradizionali più elaborati sono in pericolo a causa della mancanza di una manutenzione adeguata e del fatto che la vita nei villaggi sta cambiando rapidamente per cui hanno perduto la loro funzione originaria. Nel mondo moderno parlare di architettura in terra sembra un anacronismo, eppure passata la frenesia delle costruzioni in calcestruzzo molti architetti sono alla ricerca di nuovi mezzi di espressione meglio inseriti nell’ambiente naturale, più economici e più idonei dal punto di vista della salute ed è così che è stata riscoperta l’architettura in terra. Per architettura in terra s’intendono varie tecniche costruttive, dal pisé, la terra compattata entro casseforme di legno, al mattone essiccato al sole o compattato secondo le tecniche più recenti. Si tratta di una tecnica nota fin dalla più remota antichità che continua ad essere utilizzata in tutte le parti del mondo. Ne abbiamo esempi in Cina, in India, in Africa, in America e in Europa. Nello Yemen esistono dei veri grattacieli costruiti in terra, negli Stati Uniti vari architetti hanno costruito ville e quartieri residenziali nel Nuovo Messico, a San Paolo del Brasile alcuni quartieri popolari sono stati ricostruiti con tale sistema, in Egitto l’architetto Hassan Faty è stato uno dei precursori della riscoperta dell’architettura in terra. I vantaggi di tale sistema di costruzione sono la facile reperibilità del materiale, il basso costo della lavorazione, che consente inoltre un notevole risparmio energetico rispetto ai mattoni cotti, l’ottimo isolamento termico (le case in terra sono fresche d’estate e calde d’inverno), la relativa facilità della messa in opera qualora non si costruisca in altezza, che consentirebbe l’autocostruzione, e l’ottima integrazione nell’ambiente naturale. Da parte degli svantaggi vi è la necessità di una manutenzione regolare nelle regioni caratterizzate da una notevole piovosità, ovviabile tramite l’uso di intonaci contenenti una percentuale di cemento, e lo spessore delle pareti, che però contribuisce all’isolamento. Questa esposizione, nel presentare un esempio di tale architettura che ha dimostrato una straordinaria vitalità nei secoli, intende aprire una riflessione su questo tema. L’architettura in terra potrebbe essere una delle soluzioni alternative alle bidonville che caratterizzano molte città del terzo mondo oltre a prestarsi ad una revisione in chiave ecologica delle tecniche costruttive e del modo di abitare.

Arte africana influenze

L’arte africana ha esercitato una grande influenza su quella occidentale dalla fine del XIX al Novecento, quando viaggi ed esplorazioni hanno permesso di conoscere la creatività del Continente Nero prima ignorata agli artisti europei. Ne furono influenzati grandi pittori come Gauguin e Cézanne prima, Modigliani poi, quindi la scuola fauves con Vlaminck, Derain, Matisse e cubista con, Braque, Gris e soprattutto Picasso, infine l’influenza fu notevole anche per la pittura di artisti come Kandinskij e la e scultura di Brancusi, Zadkine, Moore ed altri. L’arte africana si articola in diverse e distinte caratterizzazioni storiche, etniche e stilistiche. La più antica è quella rupestre costituita da graffiti e pitture incentrati sulla rappresentazione della fauna o di grandi figure umane incise con notevole realismo, diffuse in tutto il continente dal Sahara all’ Africa Australe.La caratterizzazione archeologica è diffusa nelle regioni occidentali e centrali sviluppate dal secolo IV al VII d.C. tra il Golfo di Guinea e il Sahara meridionale a Ife e Benin, più recenti quelle scoperte a Gebel Uri, a est del Ciad. Nelle regioni meridionali sono state rinvenuti reperti archeologici di varia estensione, tra i maggiori le imponenti rovine rhodesiane di Zimbabwe e Mapungubwe. Più recenti gli sviluppi dell’arte copta etiopica derivante in parte dall’evoluzione della cultura egizia e, successivamente, le rilevanti creazioni dell’arte islamica che si sono diffuse e sviluppate nelle aree di maggior influenza religiosa in Nord Africa e parte dell’Africa occidentale. Infine, l’arte autoctona dell’Africa sub sahariana e centrale, sviluppata in con quattro principali aree stilistiche: quella occidentale tra Mali e Golfo di Guinea, i cui esempi più rilevanti sono la creazione di maschere e statue dei Dogon, Bambara, Senufo e altre popolazioni, poi l’elaborazione artistica delle etnie discendenti dalle culture di Ife e Benin, diffuse nella regione costiera tra i Senegal e i Camerun come Ashanti, Baulé, Ibibo, Guro e Yoruba. Ad est l’altra area stilistica è quella della tessitura, intreccio e altre forme non scultoree delle popolazioni nilo-camitiche, infine il grande bacino artistico dell’Africa equatoriale costituito dalle rilevanti creazioni delle popolazioni Bantu in Camerun, Congo, Angola e parte della Tanzania, tra le più importanti quelle dei Luba congolesi, i Songe, i Teké e Mayumbe, soprattutto intaglio ligneo di maschere e statue, ma anche lavorazione di avorio, ceramica e produzione di tessuti.

Arte del corpo Africa

Africa nord ovest

In tutto il Maghreb, dalla Tunisia al Marocco, le donne berbere rimangono legate a tradizioni antichissime, lo manifestano anche nei costumi che tengono fieramente il volto scoperto dalle vesti blu, solo le appartenenti all’antica comunità ebraiche le hanno rosse, arricchite dagli scialli neri, diademi ornati da monete, bracciali d’ argento, contrastando con i più semplici costumi maschili.

Le donne Tuareg ostentano fieramente i volti scoperti che non hanno mai conosciuto veli né sottomissioni, una grazia superba e maliziosa nella grande libertà della donna nelle acconciature, mani e piedi dipinti con hennè e gioielli tramandati da generazioni forgiati in argento da abili artigiani.

In Africa occidentale le società tradizionali continuano a fondarsi sulle identità etniche, i vincoli tribali, clanici e famigliari. La donna sta al livello più basso e l’unico modo per esercitare la sua autonomia è la decorazione del corpo e del viso con tessuti dalle sgargianti varietà cromatiche, uso di kajal ed hennè per il viso, le mani e i piedi, l’ ostentazione di gioielli in oro ed argento, bracciali e collane di ambra e pietre dure. Tra le donne Peul o Fulbe la decorazione e l’uso di pesanti bracciali, collane ed orecchini sono elementi da ostentare nella vita quotidiana, ma anche gli uomini usano decorazioni e trucchi durante veri e propri “concorsi di bellezza” durante cui sfilano con il viso dipinto, tuniche sgargianti e monili davanti le donne del villaggio. Tra i Diola della Casamance a simboleggiare il ruolo importante delle donne, si celebra la festa dell’ Homobeul, che culmina nelle gare cerimoniali di lotta femminile dove le ragazze più giovani e forti dei vari villaggi sfilano con le loro decorazioni e si affrontano seminude accompagnate dalle acclamazioni di un pubblico pittoresco. In Mali la sintesi delle acconciature femminili di varie popolazioni si ha nei mercati: bellissime donne Fulbe che ostentano preziosi monili, Pehul dalla superba acconciatura, Tuareg con vesti di indaco blu, collane e bracciali d’ argento, Songhai dalle splendide collane d’ ambra, ambulanti di varie tribù dalle vesti sgargianti, spose Dogon e contadine Barbara dalle tuniche variopinte con i loro monili. Tra i Dogon del Mali la danza mascherata M’nango celebra il rito dell’ Ounosie-Mon. La maschera è una Kanaga sormontata da una doppia croce, simbolo femminile dell’equilibrio tra il cielo e la terra, danzando su trampoli le M’naia rappresentano fanciulle dai seni finti di legno e decorazioni, ricordando l’equilibrio della forza e della bellezza. In Benin, nella zona lagunare di Nokwe riuscì a trovare rifu­gio una tribù Fon per sfuggire ai razziatori di schiavi, la comunità costituisce il maggiore villaggio lacustre su palafitte del continente.  A volte sembra che gli uomini non ci siano proprio, con le loro vesti colorate e i monili di famiglia le donne offrono uno spettacolo variopinto, remando nelle piccole canoe cariche di cose per i mercatini galleggianti. Tra gli Ewè del Togo, come altrove l’unica forma di autonomia femminile sta nel trucco e la decorazione femminile con l’ uso di tessuti colorati, collane e bracciali di ambra e pietre semipreziose e decorazioni a seconda delle occasioni. In Togo e Benin nei riti le donne indossano le vesti sgargianti o totalmente bianche con i loro monili, al ritmo crescente dei tam-tam alcune danzano freneticamente fino alla “trance”, in cui le entità sovrannaturali entrano in loro, movimenti incontrollati, grida, crisi epilettiche e svenimenti, altre sembrano lievitare girando vorticosamente, altre ancora si stendono sopra i i feticci e mimano l’accoppiamento sessuale con essi. Nella tradizione di molte popolazioni tra Togo, Ghana e Benin, per le donne sono previste cerimonie iniziatiche nelle quali usano acconciarsi con tuniche o indumenti di fibre vegetali, alcune con monili labiali e pendenti che espandono i lobi, a volte dipinte sul viso e sul corpo. Le tribù all’ interno del Togo e del Benin in villaggi fortificati difensiva, dalle altre popolazioni vengono chiamate con disprezzo Somba che significa “nudo”, l’abbigliamento è costituito solo da un astuccio penico per gli uomini, mentre le donne ornano sempre la seminudità da bracciali, collane e catenelle decora­tive, in alcune occasioni cerimoniali e rituali anche dipingendo viso e braccia. La popolazione Lobi abita territori compresi tra Ghana, Burkina Faso e Costa d’Avorio, tradizionalmente bellicosi e isolati, vive in abitazioni fortificate sukala, abili intagliatori di statuette in legno e provetti fabbri nella produzione di figure e oggetti in metallo. Tale creatività è esclusiva maschile, come tutte le altre più “nobili”, le donne però possono ostentare i monili la cui produzione è prerogativa maschile.

Africa sud est

Nell’ islamica Eritrea e la cristiana Etiopia, la donna ha una posizione subalterna e qui, come altrove, conquista una certa autonomia nella scelta delle vesti, ornamenti e monili, di particolare interesse l’ uso di tatuaggi decorativi sul viso e sul collo, con una certa diffusione di croci sulla fronte da paerte delle donne cristiane copte Amhara. I gruppi Nilocamiti popolano vaste aree del Sudan ed Etiopia meridionale, Kenya e  Tanzania, la precoce sessualità femminile induce le ragazze ad elaborare acconciature considerate seducenti con collane di perline colorate, unguenti che rendono il corpo brillante, maquillage ocra, pendenti, bastoncini labiali e altre forme di decorazioni.Tra il Sudan meridionale e il Congo la popolazione è costutita da etnie Lugbara, Ngwandi, Logo, Azande e Mangbetu, l’ abbigliamento femminile è particolare durante le cerimonie, con uso di decorazioni, monili e disegni colorati geometrici sul viso e le gambe. Usanze simili si trovano tra il Congo, Burundi e Rwuanda  presso il gruppo Hamita che comprende popolazioni di allevatori come i Bashi e i Tutsi.Una delle etnie importanti dell’ Africa centro meridionale è la  Bantu, conferì uno straordinario impulso alla regione, raggiungendo altissimi livelli con i regni congolesi di Bakongo e Baluba. La complessa filosofia tradizionale di queste popolazioni ha prodotto straordinarie elaborazioni artistiche nella produzione di statue e maschere, mentre la cosiddetta “arte del corpo” si manifesta nelle cerimonie con uso di monili, dipinti sul viso e altre forme di decorazioni femminili.In Congo tra gli ultimi pigmei M’ Buti si celebra l’ Elima per la pubertà fem­minile, una delle poche occasioni cerimoniali di questo popolo della foresta in via di estinzione: i cacciatori con acconciature che distinguono il loro livello di abilità, seguono le donne con il viso dipinto e i loro piccoli, infine le fanciulle decorate per la cerimonia.Come i pigmei, i  Boscimani sono tra i più antichi abitanti del continente, spinti dalle  altre popolazioni nelle zone più inospitali tra il Botswana, la Namibia e il deserto del Kakahari.  La disparità tra i sessi è un concetto aleatorio tra questa gente, le donne hanno una grande libertà nei rapporti e, nell’ essenzialità dei costumi, ostentano piccoli accorgimenti decorativi sul viso e sul corpo.Gli Herero popolano il Botswana e la Namibia, possedevano costumi propri e le donne ostentavano fiera nudità, ma nel loro ruolo relativamente libero seguivano concetti di bellezza ornamentale autonomi. Nel XVII  secolo entrarono in contatto con i pri­mi coloni olandesi e tedeschi e rimasero affascinati dagli abiti delle donne al seguito dei nuovi arrivati.  In breve sostituirono la tradizionale nudità con sottane, gonne, corpetti e copricapi delle colone e da oltre tre secoli esibiscono come co­stume tradizionale i variopinti abiti delle contadine olandesi e tedesche della fine del ‘ 600.In vaste aree dello Zimbabwe, Zimbabwe e Botswana , le donne Sotho, come i vicini Ndebele, in alcune cerimonie divengono protagoniste di riti e danze che radunano vari clan con i simboli totemici degli animali mitici: maschili come  il coccodrillo per il clan dei Kwena e  l’ elefante per i Kalahari, femminili come l’antilope per i Palong, la gazzella per i Nguato, la scimmia per i Kgathla , simboleggiati con abbigliamenti e decorazioni proprie quali maquillages, collane di perline, bracciali e cavigliere.

Costa d’Avorio Arte

Senufo

Vivono nelle regioni settentrionali della Costa d’Avorio e in quelle meridionali del Burkina Faso; sono circa un milione e scolpiscono statue e maschere. Si denominano essi stessi Siena e sono dediti all’agricoltura, in cui eccellono; mediocri guerrieri sono spesso caduti sotto dominio più o meno effettivo di stranieri del gruppo Mande.

Pur essendo evidenti, nella loro arte, gli influssi Bambara e Dogon la loro abilità estetica si rivela in robuste sculture di antenati, sia maschili che femminili. La stilizzazione di ogni particolare anatomico è sempre molto curata e sapientemente dosata. Sono note alcune rappresentazioni dell’uomo a cavallo; ma ancora più degni di nota sono i Ïdeblàò, statuine che servivano per l’antico culto della società Poro. Sono raffigurazioni solitamente femminili, estremamente stilizzate e poggianti su uno zoccolo, con la capigliatura a cresta e le braccia lunghe, attaccate al corpo con le anse di un vaso.

Anche fra le statuette più piccole si trovano pezzi pregevoli, con forme estremamente semplificate, piene di vita e di forza: le ciocche dei capelli diventano ricci sulla fronte; la bocca e il mento sporgono, il ventre si fa curvo e gonfio, le braccia sono lunghe e le mani e i piedi sono ingrossati a somiglianza di zampe.

Le maschere Senufo sono caratterizzate dalla ricchezza dei particolari, soprattutto quelle dette “sputafuoco”, in cui tratti degli animali più diversi sono abilmente combinati. Intorno agli occhi ed al naso, che sono la cosa più importante, si raggruppano elementi di svariati animali e le fauci, armate di denti aguzzi, sono molto spesso rappresentate in doppio. Il Calao, il coccodrillo, la tartaruga ed il serpente sono gli animali preferiti dagli artisti Senufo. Possono valere come pezzi a se stanti o motivi ornamentali del volto umano di forma ovale. Tale maschera, solitamente, è venduta come “souvenir africain”.

Gli artisti preferiscono il legno “sun sun”, simile all’ebano: appena tagliato è abbastanza tenero ma indurisce invecchiando. Spesso gli artisti, terminano le maschere e le statue colorando la superficie con una tintura nera stesa su un fondo rosso.

La loro vita religiosa e sociale è regolata dalla società segreta LÚ; essa tramanda al popolo i miti sulla creazione e le conseguenze che essi ebbero, cura l’osservanza degli antichi usi e costumi, la cui pratica aiuta a vincere pericoli del mondo, e detta le norme morali della comunità. I componenti della lega Poro o LÚ si dividono in tre gruppi: fanciulli, giovani e adulti. Ogni sette anni il Senufo, dopo aver superato lunghe e complicate prove, è in grado di passare al gruppo successivo.

L’iniziazione è celebrata ogni volta con cerimonie e danze di maschere, le quali vengono anche usate per accompagnare all’estrema dimora un importante membro defunto della società segreta.

Il lavoro dei campi, coltivati a legname e miglio, è affidato alle donne e di conseguenza sono sempre loro che si occupano dei riti propiziatori della pioggia, affidandone il compito alle indovine della lega Sandago: alla loro cura sono affidate anche le grandi figure di uccelli Porgaga. L’arte Senufo è tra le più antiche di tutta l’Africa nera.

Baulè

I Baulè lavorano finemente il legno producendo figure di antenati, maschere, fuselli per tessere, gioielli raffinati. I Baulè, ammontano attualmente a mezzo milione di individui e abitano nel cuore della Costa d’Avorio, nella savana che taglia il blocco forestale sotto il meridiano di Bouakà. La loro organizzazione sociale e le loro credenze e pratiche religiose si rivelano in passato piuttosto complesse. I Baulè, con le loro produzioni artistiche, costituiscono un’eccezione alle regole dell’arte africana; numerosi oggetti non sono destinati infatti a scopi rituali, quali certe graziose scatole per cosmetici, o fuselli adoperati per la tessitura che vengono ornati con motivi ispirati all’uomo o all’animale. Nelle maschere Baulè, che per la loro grande espressività debbono considerarsi veri capolavori dell’arte africana, si fondono realismo e idealizzazione: esse hanno un volto fine e tranquillo, dai particolari resi con una cura straordinaria. La plastica a tutto tondo abbandona ogni deformazione per rendere naturali i tratti della figura umana; le superfici sono lucidamente levigate e spesso sono solcate da tatuaggi caratteristici. Le statuette in legno levigato rappresentano personaggi dal corpo snello, generalmente in posizione eretta e con le braccia aderenti al corpo. I tratti sono fini, le acconciature eleganti; sotto le sopracciglia ben disegnate si aprono occhi a mandorla. Le scarificazioni sul volto, sul collo e sul tronco sono indicate in rilievo, una barba stilizzata prolunga il mento: tutti i dettagli sono accuratamente trattati. Le figure, in piedi o sedute su piccoli scanni, hanno un atteggiamento calmo, le mani appoggiate al corpo o al mento. I Baulè sono anche abili orafi: i loro gioielli, ispirati a motivi umani o geometrici, sono di fattura assai fine. I monili, anelli comuni o anelli da caviglia e i braccialetti, sono generalmente di rame o di bronzo; spesso, Però, il materiale impiegato è loro, che viene lavorato col procedimento della cera perduta. I piccoli pesi usati per passare la polvere d’oro non sono in nulla dissimili da quelli degli Ascianti. Graziose sono le coppe divinatorie, nelle quali s’introducono topi affamati che dal piano inferiore debbono salire a quello superiore, spostando certi bastoncini e dando, cosi, all’indovino la possibilità di leggere il responso desiderato. Per potere ottenere con la maggiore precisione possibile i più minuti particolari dell’intaglio con il coltello, il Baulè sceglie di preferenza legni duri. I lavori ultimati vengono immersi in un bagno di fango e lucidati con del succo nero, cosa che conferisce loro un caldo tono color bronzo. La brillante lucentezza di alcune figure ” intensificata dalla doratura, ottenuta mediante l’applicazione di sottili lamine d’oro. I Baulè fanno proprio dell’arte per l’arte, infatti danno vita anche a oggetti che non hanno alcuna funzione pratica, ma sono creati unicamente per appagare il loro grande senso estetico. Le vesti di cotone dei Baulè sono decorate con la tecnica plangi; prima della colorazione, le parti di tessuto che devono mantenere il colore chiaro naturale vengono strettamente legate con della rafia. Dopo il bagno nell’indaco i fili, che tenevano unito queste parti, vengono recisi in modo che sulla stoffa rimangono impressi dei vivaci motivi bianchi e blu.

Guro

Vivono nella regione di Zouenoula, Costa d’Avorio, vicini dei Baulè, sono molto simili a loro nella cultura e nelle produzioni artistiche. I Guro, stabilitisi da parecchi secoli nella regione di Zouenoula, appaiono simili ai Baulè e per tipo stilistico di produzione artistica. Foggiano bobine per la tessitura ornate alla maniera di quelle Baulè; ma la migliore espressione artistica di questa popolazione è costituita dalle maschere antropomorfe e zoomorfe, che presentano talora linee molto più raffinate nel gusto di quelle dei Baulè. Le maschere Guro mostrano una spiccata plasticità, con morbide superfici dolcemente arcuate e linee sfuggenti, hanno occhi a mandorla, obliqui e lavorati in profondità, in un viso sottile e allungato; la linea del profilo delicatamente ondulata, scorre ininterrotta dalla fronte bombata fino alla punta del naso, lievemente rivolta all’insù. Il fascino particolare della maschera Guro è messo in risalto soprattutto dal delicato profilo. L’acconciatura complicata, sempre realizzata con estrema cura, è sormontata da corna, uccelli o altre figure ed è nettamente separata dal volto da una fascia di linee a zig zag. La maschera zuenula, che rappresenta certi spiriti della foresta, è un intreccio armonico di elementi umani e zoomorfi. Anche la maschera zoomorfa zamle mostra chiaramente le caratteristiche linee sfuggenti e gli occhi obliqui che le conferiscono un effetto di profondità e di surrealismo. Sul porta rocchetti del telaio Guro si eleva spesso una piccola e incantevole scultura con la testa d’uomo o di animale di grandissima raffinatezza e di delicata poesia. A volte questo oggetto, entro cui scorre il filo dell’ordito, è appeso sopra il telaio. Nella staffa vi è un piccolo rocchetto, su cui scorre il filo, che tiene sollevati i trefoli del cordoncino facendoli andare su e giù. E’ molto strano che i Guro cosi dotati artisticamente, si siano dedicati solo raramente all’intaglio di figure intere. Senza dubbio, se si compisse uno studio più approfondito si potrebbe riconoscere anche nell’arte dei Guro la partecipazione all’opera dei grandi maestri e le caratteristiche di stili secondari. Vi è ad esempio un gruppo di sculture che colpisce particolarmente per l’accentuato naturalismo e la fedele riproduzione dei tratti del volto e che potrebbe essere opera di un ben preciso maestro intagliatore. Esso viene attribuito alla popolazione Atie, di lingua Akan confinante con i Baulè. Vi sono anche teste che presentano un più accentuato effetto tridimensionale ed, eccezionalmente, visi tondi anziché”, come di regola, ovali. Presso i Guro la produzione delle maschere è altrettanto varia e numerosa di quella delle sculture. Le grandi figure di antenati sono patrimonio comune di tutto il villaggio. Oltre a queste però ogni Guro possiede la propria piccola statuetta raffigurante gli antenati che custodisce con la massima cura, portandola con se durante le cerimonie per farne aumentare la forza vitale. Anche i Guro, come i Baulè fanno proprio dell’arte per l’arte, infatti danno vita anche ad oggetti che non hanno alcuna funzione pratica ma solo estetica.

Dan

Popolano la regione occidentale della Costa d’Avorio; scolpiscono il legno e producono maschere antropomorfe e zoomorfe, cucchiai e statue di antenati. I Dan abitano nelle capanne rotonde a tetto conico con le pareti di argilla bianca, con dipinti di animali, quali coccodrilli e camaleonti, ingenuamente abbozzati, ai quali vengono attribuite virtù protettive e difensive contro le forze malefiche del mondo sovrumano. Le maschere Dan sono fra le più suggestive di tutta l’Arte Nera Africana, e quanto a moduli stilistici, vanno dalle linee più naturalistiche, a quelle espressionistiche, come nelle maschere dalla fronte bombata e dagli occhi tubolari, fino a quelle di gusto astratto in cui appare l’accostamento capriccioso di motivi umani e naturali. La maschera Dan è in generale di un ovale e nobile semplice (esempio tipico la maschera della dea madre, che appare nel villaggio camminando sui trampoli, con una lunga veste ondeggiate e ha il compito di proteggere i neonati e di ricomporre le liti). Tali maschere possiedono una grande purezza di linee. La fronte è alta e leggermente ricurva, tagliata da una linea mediana verticale in rilievo; gli occhi sono indicati da un cerchio vuoto o da fessure orizzontali. La bocca è stretta e ha le labbra serrate. L’effetto generale è quello di un perfetto equilibrio delle masse. La bella patina della maschera e delle statue è dovuta al fatto che il legno è nero e viene lucidato con una poltiglia di foglie di una pianta speciale che L’artista applica al suo lavoro. Quando la pasta è seccata, tale vernice viene levigata con un pezzo di stoffa.Famosi sono anche i cucchiai configurati, detti Po; il manico rappresenta il corpo molto stilizzato di un uomo; al posto della testa sta la ciotola del cucchiaio stesso, il quale in passato aveva funzione rituale: la moglie del capo del villaggio, alla fine dell’iniziazione del figlio, prendeva un po’ di riso con questo cucchiaio, prima di iniziare, una danza propiziatoria. Alcune maschere hanno una funzione molto importante durante i riti della circoncisione nella foresta, dove i novizi vengono simbolicamente inghiottiti dagli spiriti e rinascono come validi ed effettivi membri adulti della società segreta. Classificare le molte e differenti forme delle maschere non è un compito facile; già quelle dei Dan e dei Ngere, i principali rappresentanti sono diversissime, e per di più esistono anche numerosi sottostili e stili intermedi che hanno assunto le caratteristiche di entrambi i tipi Dan e Ngere. I grandi anelli ricavati dal rame, dall’ottone e dall’oro, fusi con la tecnica della cera perduta, ci colpiscono in modo particolare per le loro svariate e magnifiche forme. A volte sono anelli a sonagli, composti da più cerchi e per la maggior parte sono ornati con motivi a spirale, ad arco o sferici. Questi cerchi, che giungono talvolta a pesare fino a cinque chilogrammi, possono essere indossati solo dalle persone ricche che non hanno bisogno di lavorare. Nell’acquisto della moglie, servono come moneta di scambio e si attribuisce loro la proprietà di rendere potente colui che li indossa e di proteggere i guerrieri.Le tribù Dan e Ngere sono caratterizzate dalle potenti società segrete che dominano la vita sociale e religiosa conferendo loro un carattere unitario.

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